Viaggi e musica nel Medioevo

Nei diversi modi di viaggiare e di concepire l’esperienza dello spostamento nello spazio, l’uomo ha espresso nel mutare dei tempi la propria concezione della vita e la propria consapevolezza culturale. Ogni epoca ha i “suoi” viaggi, da quelli antichi e mitici degli eroi omerici alle migrazioni di popoli da un angolo all’altro della sterminata compagine […]

Nei diversi modi di viaggiare e di concepire l’esperienza dello spostamento nello spazio, l’uomo ha espresso nel mutare dei tempi la propria concezione della vita e la propria consapevolezza culturale. Ogni epoca ha i “suoi” viaggi, da quelli antichi e mitici degli eroi omerici alle migrazioni di popoli da un angolo all’altro della sterminata compagine dell’Impero romano, dai viaggi apostolici alle invasioni dei cosiddetti “barbari”, fino agli avventurosi e appassionati pellegrinaggi alla volta dei massimi luoghi devozionali dell’Europa cristiana.

Certo il viaggio non si ferma a questa sponda in cui fede, cultura, arte e vita quotidiana contribuirono, nell’alto e nel basso medioevo, ad edificare una civiltà senza eguali per slancio creativo, spirito religioso e umanesimo universale e, in questo senso, cattolico. L’evento culturale “Musica cortese – Festival internazionale di Musica antica nei centri storici del Friuli Venezia Giulia” anche quest’anno propone un repertorio tratto dal mondo musicale del passato, coniugando in questa sua 28ª edizione il tema della musica medioevale e rinascimentale con quello del viaggio. Dopo gli appuntamenti di settembre, ci sarà un prosieguo nella primavera del 2017 (per ulteriori informazioni consultare il sito www.dramsam.org).

L’idea di dedicare un festival musicale al tema del viaggio, con uno sguardo privilegiato proprio sul Medioevo, ci ispira una serie di riflessioni retrospettive e insieme attuali su questo argomento. Non c’è bisogno di una vasta preparazione culturale per capire quanto il viaggio nei tempi antichi sia stato radicalmente diverso dal nostro attuale modo di viaggiare, in un mondo che si è arenato, a livello di massa, nelle secche di un turismo ludico ed evasivo che si compiace di allungare la lista dei luoghi visitati, delle fotografie scattate e degli amici a cui mostrarle come trofei di chissà quali grandi imprese. Si viaggia perché è di moda viaggiare, perché si cerca un paradiso dove cullarsi durante le ferie nell’ozio e in una chimerica quiete primitiva, si viaggia perché ci si illude ancora — visione che mise radici a partire dal ‘700 — che per dotarsi di una panoplia culturale completa sia assolutamente necessario aver circumnavigato il pianeta. Per quanto riguarda quest’ultima concezione ho conosciuto personalmente gente che ha viaggiato tutta la vita rimanendo ignorante e sorda a qualsiasi sollecitazione intellettuale e spirituale, e gente che invece non si è mai spostata dalla propria città e dalla propria casa e che tuttavia sembra aver vissuto miriadi di esistenze per la profondità e l’autenticità della propria sapienza e umanità.

Giustamente Blaise Pascal notava che la maggior parte dei guai nella vita nasce quando l’uomo abbandona la propria stanza: con una frase lapidaria il filosofo e matematico francese scaglia uno dei dardi della sua intelligenza lucidissima e sferzante contro la tendenza umana a preferire lo svago e la socialità — esperienze facili e appaganti in piccole dosi, ma foriere di caos e complicazioni in dosi troppo elevate —, alla riflessione e alla solitudine che invece richiedono inizialmente una notevole fatica intellettuale, morale e volitiva, ma che alla lunga regalano una pace, una tranquillità e un discernimento fonte a loro volta di soddisfazioni durevoli e genuine.

Seneca a sua volta, ispirato dalla stoica e composta saggezza propria alla sua filosofia, annotava nelle “Lettere a Lucilio”, nella loro partitura in pagine fluide ma densissime quanto a lezioni di vita improntate a moderazione e sereno distacco, questa amara constatazione: «Ogni volta che sono uscito di casa vi sono ritornato meno uomo di prima». Senza arrivare a un giudizio così inappellabile, si può affermare che non sempre l’uscire da se stessi rechi quel giovamento che la nostra civiltà promette all’uomo attivo, mobile e perennemente in viaggio. Ma il vero problema, oltre la necessità di equilibrare armoniosamente la nostra vita esteriore con quella interiore, è ritrovare una retta concezione del viaggio al di fuori della nozione di puro divertimento, fuga da se se stessi e disimpegno vacanziero.

Ulisse compì un viaggio di ritorno alle proprie radici oltre che un percorso sapienziale narrato sotto forma di spostamenti e di tappe geografiche intensamente simboliche. Enea errò per mari e per luoghi stranieri per gettare nella terra del tramonto i semi di una civiltà nuova e destinata a un avvenire di gloria senza eguali. I grandi re achei affrontarono le furie di Poseidone per misurarsi in eroici cimenti e guerre di conquista. Fin qui il viaggio mitico. Il viaggio storico, reale, concreto, per secoli è stato sempre intimamente legato alla necessità e alla ricerca del sapere da parte di studiosi, artisti, filosofi e uomini di scienza trascinati da un divorante desiderio di scoprire nuove fonti di conoscenza e di ispirazione. Il viaggio apostolico travolse e rinnovò l’antico fine delle continue partenze e dei continui ritorni, o non-ritorni, del passato. Viaggiare divenne una missione spirituale ed evangelizzatrice, senza nessuna venatura ludica o interessata, anzi, divenne una sfida continua ad ogni rischio e avversità da parte di uomini infuocati dalla fede e pronti a sacrificare tutto nel nome di Dio.

Quando l’Impero romano divenne cristiano, i viaggi di questo tipo continuarono. Durano ancora, in forme certo mutate ma pur sempre originate dalla medesima spinta incandescente che guidò i primi evangelizzatori Uno statuto assolutamente inedito di viaggiatore si codifica in modo stabile a partire dall’epoca dei Lumi: da allora il viaggio diventa, parallelamente al sorgere di una borghesia sempre più ricca e ambiziosa, una sorta di passo obbligato per chiunque voglia accreditarsi ottime patenti di perfetto gentiluomo e di cittadino preparato e consapevole. Sono ormai molto lontani gli orizzonti magnifici a cui guarda il viaggio nell’epoca medioevale, la straordinaria e irripetibile stagione che ha gettato le fondamenta e ha edificato la civiltà europea cristiana. Sono i pellegrinaggi il motore di questa costruzione che lega in una koinè ricchissima e variegata i più diversi popoli e i rappresentanti di tutte le classi sociali. Lungo le vie che segnano le strade verso i principali luoghi di devozione — ad esempio, accanto a Roma caput mundi e cuore bruciante della cristianità, San Giacomo di Compostela è la grande meta verso cui convergono folle di fedeli —, l’esperienza del viaggio lega insieme l’artigiano, il contadino, l’aristocratico, il dotto, l’artista e chiunque senta il richiamo ad arricchire la propria esistenza e a dilatare la propria visione del mondo. È sulla via dei pellegrinaggi che nasce, cresce e matura la stagione del romanico che ha trasfigurato il volto dell’Europa: nella vicinanza e nello scambio di esperienze i pellegrini si confrontano e arricchiscono il proprio patrimonio umano e culturale, scoprendo nuovi valori, nuove modalità di pensiero, nuove sensibilità e nuovi stili espressivi nelle arti.

Ciò che lega il dispiegarsi di questa evoluzione, che affina la conoscenza teorica e pratica, è la fede comune. Una fede che, incentrata su un Dio che scende nella carne del mondo, restituisce allo sguardo umano sul creato una purezza, una libertà e una consapevolezza dirompenti. Il connubio tra il messaggio cristiano nella sua totalità — sintesi suprema di materia e spirito, di finitezza e di eternità, di umano e di divino — e la fioritura delle realtà temporali intese quali simboli e cifre del Creatore, avvia una delle più alte esperienze storiche, artistiche, culturali ed umane vissute dall’Europa. Nel momento in cui, nei secoli futuri, questo connubio verrà infranto, la fede sarà emarginata e la cultura, strappata al suo contesto vitale, erigerà una sorta di grande muraglia tra la terra e il cielo, tra la città dell’uomo e la città di Dio.

Così anche il viaggio prenderà una strada del tutto diversa trasformandosi a partire dall’epoca moderna in apprendistato culturale secolarizzato, in evasione, in dimostrazione di dominio sulle cose e, nei casi di viaggi nei luoghi della fede, in un’occasione del tutto profana di arricchimento del proprio bagaglio intellettuale da ostentare ed esibire. Poiché le cose grandi si riverberano in quelle piccole e la luna, maestosa, grande e lontana, può rispecchiarsi in una modesta anfora d’acqua fatta di argilla, le mutazioni epocali di civiltà si riflettono secondo la medesima logica negli eventi minimi della vita: ogni ambito, il più particolare e ristretto, è parte dell’immenso specchio cosmico delle cose visibili e umane in cui si conserva il riflesso dei tempi e delle storie.

Il viaggio è una sorta di seme minuscolo, di guscio di noce che affronta gli oceani, una cartina tornasole di passaggi epocali. Il cammino di elevazione e sublimazione dell’anima umana può cominciare ovunque, da qualunque cosa, dalle azioni e dalle abitudini minime della vita comune, ad esempio da un nuovo modo di uscire di casa il mattino e di rientrarvi la sera, come da una maniera inedita di prendere il largo verso i luoghi chiave di un’epoca — ad esempio il Medioevo, con le sue cattedrali magnifiche — in cui gli uomini riuscivano perfino a far parlare e gridare le nude pietre.



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