Un manifesto per l’Europa da ricordare

“L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi […] La casa è un luogo dove le cose sono […]

“L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa. Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi […] La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile”. Sono le prime righe del Manifesto per il rilancio della civiltà europea, firmato a Parigi nei giorni scorsi, e promosso da una serie delle più clamorose intelligenze accademiche del nostro tempo: da Robert Spaemann a Ryszard Legutko – per citare il meglio della cultura mitteleuropea contemporanea – fino a pensatori del calibro di Roger Scruton e Remi Brague, stanchi di leggere ogni giorno sui giornali gli stessi spartiti dettati dal politically correct dilagante. “A Europe we can believe it”, questo il titolo in inglese, è un testo unico nel suo genere che farà storia, indipendentemente dal seguito che avrà tra le classi dirigenti del Vecchio Continente. Mai si erano infatti visti così tanti intellettuali di livello elaborare un vero e proprio appello di resistenza e insieme di rinascita culturale che – se non fossimo in tempi di pensiero debole – varrebbe da solo come manifesto programmatico per le campagne elettorali di mezza Europa da qui fino al 2050.
La bussola della lettura della crisi del Vecchio Continente viene offerta dall’eredità culturale e spirituale dell’Europa che – se presa seriamente in considerazione – secondo i firmatari farebbe uscire dall’impasse attuale prodotto da relativismo, secolarismo e materialismo messi insieme. Il Cristianesimo ha infatti generato nei popoli europei tutte le principali culture del diritto come oggi le intendiamo alimentando al tempo stesso quel particolare spirito di libertà che ha dato al Continente il primato culturale, scientifico e infine anche politico nel rispetto delle differenze e delle diversità dei singoli popoli: qualcosa che nessun altro prima era riuscito a fare. Inoltre, come se non bastasse, il Cristainesimo ha infuso all’Europa un’anima, come si suol dire, che prima non aveva e che l’ha resa – sotto molti aspetti – la Patria della civiltà dello spirito come testimonia fra l’altro la nascita in tempi medievali delle università e delle accademie. Tuttavia, è pure vero che alcuni degli ostacoli più seri allo sviluppo coerente di questa eredità europa sono stati rinvenuti in fattori interni, più che esterni, come la Rivoluzione del 1968 e ultimamente l’omologazione di massa verso il basso, come gli Autori intendono l’attuale politically correct e le sue forme: “il politically correct può esistere solo nelle società che subiscono un processo di de-culturazione”, che hanno cioè abbandonato l’ansia per la ricerca della verità per seguire le varie mode o le ideologie passeggere del momento, per quanto irrazionali o immotivate queste siano. Quello che serve in definitiva è – insomma – un’opera di purificazione della memoria del passato dai virus del pre-giudizio diffusi e al tempo stesso una denuncia onesta di quelle ideologie, riduzionismi e mezze verità che tarpano le ali all’Europa impedendogli di guardare al futuro con speranza – significativamente, una virtù cristiana, forse la più urgente da recuperare oggi come oggi – e rinnovata fiducia nelle giovani generazioni nonchè nella visione stessa del proprio futuro da costruire, tanto come singoli quanto come comunità di famiglie e quindi di Stati che lavorano insieme per il bene comune.



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