Un Autore per l’estate mitteleuropea: Adalbert Stifter

A Trieste una targa celebrativa ricorda ancora oggi il suo soggiorno nel 1857, eppure di Adalbert Stifter, almeno tra i più, nel frattempo si sono semplicemente perse le tracce. Amante della natura e spirito contemplativo come pochi, interprete della narrativa come di un‘arte esigente fatta di disciplina faticosa, silenziosa e paziente, più che di illuminazioni […]

A Trieste una targa celebrativa ricorda ancora oggi il suo soggiorno nel 1857, eppure di Adalbert Stifter, almeno tra i più, nel frattempo si sono semplicemente perse le tracce. Amante della natura e spirito contemplativo come pochi, interprete della narrativa come di un‘arte esigente fatta di disciplina faticosa, silenziosa e paziente, più che di illuminazioni geniali o estemporanee, Stifter è uno degli Autori della grande letteratura ceca germanofona della seconda metà del XIX secolo che hanno avuto in assoluto meno fortuna tra i posteri. In un’epoca in cui tutto – o quasi – intorno stava cambiando, il Nostro pagò l’attaccamento alle sue idee e alla sua patria intesa come terra ancestrale e della memoria ma anche come luogo di incontaminata bellezza rispetto al rapidissimo sviluppo industriale della sua epoca. Fotografo della realtà con attenzione smisurata al dettaglio, in un’altra vita – forse – avrebbe fatto il geologo d’eccellenza tanto la sua arte è intrisa di nozioni minuziose tratte dallo studio del terreno e del territorio. Insomma, un documentarista prestato alle belle lettere, se volete, e questo è ancora niente. Pittore e pedagogo, Stifter trasmette nelle sue pagine migliori (tanto nella raccolta di novelle Pietre colorate, quanto nel romanzo più famoso, L’Estate di San Martino) il nostro mondo ‘pre-industriale’ di ieri – per citare una celebre espressione di Zweig – come realmente era e come ognuno in parte ancora se lo immagina, se solo ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui le generazioni hanno trasmesso la propria storia sociale e biografica. E’ forse anche per questo che – per chi non sia più abituato ad ascoltare – le collezioni dei suoi racconti possono apparire forse di poco conto, noiose, o ripetitive. Un tempo il narratore era colui che sapeva ‘narrare’ – per l’appunto – storie a ripetizione prendendo dal suo tesoro immaginativo senza soluzione di continuità nomi, colori e paesaggi: il pubblico, piccolo o grande che fosse, doveva solo sedersi, chiudere gli occhi e ascoltare, gustando la voce esperta del narratore di mestiere come si apprezza un buon vino d’annata sul palato. Poi le cose sono cambiate e l’attenzione si è spostata non più sul narratore, e sulla sua capacità oratoria o di scrittura, ma sul contenuto in sè della storia raccontata, che doveva essere il più accattivante e surreale possibile. Alla fine, quindi, la gente – e più ancora quella categoria di nullafacenti che non sopporta da sempre i gusti del popolo e la gente semplice, cioè i critici – si è stufata e si è arrivati quindi al tempo assurdo delle storie senza-trama, che ancora stiamo vivendo, in cui nessuno alla fine ti sa dire bene di che cosa tratta quello di cui si sta parlando, ma proprio qui starebbe il bello, cioè che ognuno può intendere quello che gli pare e piace da ciò che ha visto, o sentito, senza che nessuno possa nemmeno smentirlo.
Ecco, non era questo il mondo di Stifter invece, in cui la prima certezza era data proprio dall’esistenza della realtà invece, a partire da quella della montagna, con le sue vette, i suoi limiti e i suoi ostacoli. Qualcosa che riporta necessariamente al senso del limite, connaturato all’esistenza umana da sempre, hai voglia a fare finta di niente. E tuttavia, il mondo virtuoso di Stifter, con le sue indimenticabili Dorfgeschichten proprio anche per questo, dopotutto, resta allo stesso tempo un mondo incantato e segreto, ricolmo di sorprese, a suo modo, attraente e da ri-scoprire, ideale insomma anche per delle sane letture di distrazione da portare in vacanza in questo periodo. Come detto, tra i contemporanei se ne accorsero in pochi ma – tra questi – non passò inosservato un certo Thomas Mann che contribuì a far riflettere sul fatto che tra lo Sturm und Drang, il Romanticismo e Freud c’era stato comunque anche dell’altro meritevole di attenzione, sebbene non tutti lo avessero notato. Un’ultima annotazione: se lo avvicinerete, scoprirete subito che si parla poco di religione e da un certo punto di vista la cosa non sorprende nemmeno. Nel mondo ricco di humanitȁt di Stifter, infatti, la sua presenza è talmente assodata e condivisa pubblicamente che la sola ipotesi che essa vada dimostrata è del tutto inaccettabile: essa è così la cornice, lo sfondo e l’orizzonte temporale del quadro del Nostro, in un modo che non si può far finta di non percepirla nemmeno volendo. Perché della realtà fanno parte certo il giorno e la notte, la luce e il buio, e il bene e il male, ma tutte queste cose sono sottomesse al governo di Dio e, senza di Lui, niente e nessuno esisterebbe. E se quest’ultima riga vi ricorda neanche troppo lontanamente un passo biblico non siete in errore, tranquilli, è proprio questa la premessa fondamentale allo spettacolo che sta per andare in scena. Benvenuti nel mondo di Stifter.



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