Se (nemmeno) i ragazzi tedeschi sono più quelli di una volta

Una volta bastava dire Germania e si diceva tutto: una società in cui qualunque cosa, più o meno, funzionava a dovere, i servizi erano di alta qualità, e le persone erano di una affidabilità fuori dal comune, da cui il famoso modo di dire – rimasto anche nella nostra lingua – di “essere come un […]

Una volta bastava dire Germania e si diceva tutto: una società in cui qualunque cosa, più o meno, funzionava a dovere, i servizi erano di alta qualità, e le persone erano di una affidabilità fuori dal comune, da cui il famoso modo di dire – rimasto anche nella nostra lingua – di “essere come un tedesco”, sottintendendo qualità come puntualità, precisione, professionalità. Ma, per l’appunto, una volta. Sono bastati poco più di una manciata di decenni e l’immagine del tedesco di cui si diceva è scomparsa in un modo che più rapido non si poteva immaginare. A colpire sono soprattutto le giovani generazioni che si rendono protagoniste di comportamenti sempre più difficili da qualificare, nel senso di atti e gesti ripetuti che definire di brutale maleducazione sarebbe persino troppo poco.  Se aumentano gli episodi di ‘teppismo giovanile’, inquadrabili a tutti gli effetti come delinquenziali, tuttavia aumentano infatti pure i casi di ragazzi-normali, provenienti da un iter di educazione famigliare e istruzione scolastica mediamente nella norma, che semplicemente marcano la loro differenza con le generazioni precedenti attaccando tutto quanto ancora resiste nella società liquida centro-europea con inaudita veemenza: le figure di autorità, laddove ancora esistono, la cultura del comune buon senso, il rispetto per le Istituzioni civiche – quali che siano – il linguaggio che li rappresenta. E’ come se il Sessantotto da queste parti avesse raggiunto i suoi effetti globali solo negli ultimissimi tempi e, in un certo senso, a pensarci bene è stato proprio così. Frenato dal regime nell’ex DDR e limitato fortemente nell’ex Germania Ovest, la vera rivoluzione del costume si è abbattuta sulla Germania solo all’indomani del 1989, macinando tuttavia ogni resistenza residuale man mano che i venti della globalizzazione dei costumi battevano più forte cosicchè è da appena una manciata di anni che gli effetti radicali si toccano in tutta la loro drammaticità con mano. E’ in casi come questi che si vede – se ce ne fosse ancora bisogno – come una società che rifiuta consapevolmente il Cristianesimo sulla pubblica piazza ha poi problemi serissimi, per non dire insormontabili, anche nell’organizzazione quotidiana della sua vita civile. Certo, Gesù non è venuto per fare una lezione sul decoro urbano, il bel galateo o le buone maniere nel linguaggio pubblico  ma quello che si nota obiettivamente è che senza la Fede nemmeno tutto il resto del contorno tiene, dal decoro urbano alle buone maniere, persino in Germania dove – nessuno vorrà negarlo – il senso morale dell’autorità è stato sempre molto diffuso, persino troppo in certe situazioni. Per chi ama veramente la civiltà mitteleuropea, di cui questo pezzo di terra dopotutto è e resta una parte fondativa, è difficile non cedere allo sconforto e alla pena, tanta è l’urgenza della contemporanea ‘questione sociale’. Ma non c’è più tempo per le recriminazioni: qui, come altrove, la vera sfida, oggi, è ri-fare il Cristianesimo da capo – come pure qualcuno ha detto, e scritto, di recente – pazientemente e con calma, ricominciando per l’ennesima volta da dove tutto è cominciato, Sacra Scrittura, sacramenti e catechesi, senza urla né grida, consci che i risultati – come all’alba della prima evangelizzazione antica d’Occidente – li vedranno le generazioni che verranno dopo, ma non la seconda e forse nemmeno la terza o la quarta dopo di noi, per dirla tutta. I tempi sono quelli che sono: come nel Medioevo molti artigiani lavoravano duramente a cattedrali di cui non avrebbero mai visto la fine, oggi – similmente, almeno in parte, se si vuole – l’implosione del tessuto sociale tedesco richiede un lavoro di tale profondità che forse solo i missionari di mestiere, o quanti considerano la missione alla stregua di un arte esigente – il che poi è lo stesso – possono compiere a dovere: non c’è, obiettivamente, un altro modo di rappresentare fotograficamente la situazione di crisi odierna per cui dire Vangelo, o dire Marte, all’uditorio locale suona, più o meno, come la stessa cosa.



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