Ripubblicato “Una certa idea di Europa”, di George Steiner

Ci sono manifesti culturali che sono palesi fin dall’inizio perché lo dichiarano esplicitamente già nel titolo e altri che non lo sono a prima vista ma poi, un po’ come il buon vino d’annata, più passa il tempo e più li apprezzi, magari persino più dei primi. E’ questo il caso di “Una certa idea […]

Ci sono manifesti culturali che sono palesi fin dall’inizio perché lo dichiarano esplicitamente già nel titolo e altri che non lo sono a prima vista ma poi, un po’ come il buon vino d’annata, più passa il tempo e più li apprezzi, magari persino più dei primi. E’ questo il caso di “Una certa idea di Europa”, ripubblicato in questi giorni da Garzanti con la firma dell’inarrivabile George Steiner. Si tratta di uno dei tanti interventi pubblici degli ultimi anni di Steiner pensati in occasione di vari premi e riconoscimenti avuti da Istituzioni internazionali. Dagli altri si differenzia, però, proprio per il tema trattato e il modo in cui lo tratta: l’Europa e quello che contribuisca a contraddistinguerla culturalmente. Ora, sull’Europa si sono scritti tomi e tomi naturalmente, non lo scopriamo certo oggi, ma è l’approccio del nostro e la sua riflessione atipica sul presente a farne qualcosa di prezioso. Pensare all’Europa per Steiner significa innanzitutto pensare ai suoi luoghi della memoria, ai suoi paesaggi, persino ai suoi Caffè dove tanti e tanti scrittori – soprattutto mitteleuropei – hanno pensato e messo nero su bianco le loro pagine migliori. Per questo alla domanda se l’Europa costituisca qualcosa di unico la risposta dello studioso ebreo ma di madre viennese e formazione francese con la passione per i classici russi è sì, assolutamente sì. Dopotutto, la civiltà di cui siamo eredi – indegni quanto si vuole di questi tempi, ma pur sempre eredi – è proprio questa e non un’altra. Praga e Vienna continuano ad essere meta di turisti e curiosi proprio perché lì, e non altrove, ci sono il Duomo di San Vito e il Prater, la Città Vecchia e l’Opera più ricercata del Vecchio Continente, gli echi misteriosi di Kafka e i silenzi di Hofmannsthal. La gente continua a farsi fotografare davanti al Danubio proprio perché quello è il Danubio e non un altro fiume. D’altra parte, persino l’inno europeo dell’Unione è tratto dalla Nona sinfonia di Beethoven, non certo da un pezzo pop o rock dell’ultimo passante per strada. E’ come un destino: ovunque andiamo a cercare un senso nelle nostre storie, individuali e collettive, risaliamo sempre all’Europa e alle sue radici giacché – persino oggi che la Grecia non dice forse granché al nostro immaginario collettivo – le nostre riflessioni dotte e meno dotte sui massimi sistemi alla fine continuano a girare intorno a Socrate, Aristotele e Platone. Anche, naturalmente, da parte di chi li avversa. E sullo sfondo, inutile a dirlo, non potevano che ergersi Mosè e Gesù, ovvero l’Antico e il Nuovo Testamento con tutto quello che hanno determinato in chi è venuto dopo, neanche Steiner con tutto l’illuminismo del mondo questo riesce a negarlo.
Dall’altra parte la riflessione sul presente piuttosto decadente dell’Europa spinge lo studioso a lanciare un grido d’allarme contro l’omologazione di massa attuale del ‘così fan tutti’, qualcosa che per l’Europa potrebbe essere letale. L’accademico è infatti convinto che il Continente morirà se non difenderà abbastanza le sue lingue, le sue tradizioni locali, le sue autonomie sociali lasciando che finiscano nel museo archeologico del ‘c’era una volta’. La vivacità di un corpo sociale è data proprio dalla ricchezza variegata dei suoi elementi e da nessuna parte forse come nell’area mitteleuropea questa osservazione risalta agli occhi storicamente come un’evidenza immediata al punto che addirittura sotto l’Impero asburgico – che da qualche detrattore potrebbe essere scambiata forse come un’istituzione liberticida oggi – sono sorte le letterature nazionali più colte e imitate di sempre. Ma tanto altro si potrebbe ancora dire e il bello della riflessione a tutto campo del Nostro è che su ogni pagina ci si potrebbe fermare per ore e ore perché l’enciclopedismo del professore è praticamente stupefacente: mai fine a se stesso, sempre denso di rimandi, dove anzi il non-detto supera quasi il detto per restare ai mondi letterari da lui più amati. Come quando una persona ti porta in giro a farti vedere qualcosa che non conosci e tu, al momento dei saluti, sei così preso che non puoi non dirgli: “ma come, già finito?”.



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