Marcello Pera a Trieste su Diritti umani e cristianesimo

Martedì 22 settembre, alle ore 18,00, prima conferenza degli Incontri con l’Autore 2015. Il prof. Marcello Pera ha parlato di Diritti umani e Cristianesimo. Vita Nuova ha intervistato il Relatore.

 

  “Diritti umani e cristianesimo” di Marcelo Pera

Una lucida analisi filosofica per uscire dalla confusione

in cui versa il dibattito tra cristianesimo e contemporaneità

 

Un libro forte e profondo, che va al cuore di uno dei nodi politici, culturali e religiosi del nostro tempo: “Diritti umani e cristianesimo” di Marcello Pera. Il filosofo, editorialista e politico, autore del saggio, parlerà del suo libro il 22 settembre a Trieste per gli “Incontri con l’autore” promossi dalla Cattedra di San Giusto. Il saggio è un’analisi critica dell’attuale sproporzione tra diritti e doveri nella vita di uomini e cittadini, con una prevalenza via via più netta dei primi rispetto ai secondi. Quali le ragioni alla base di questo processo? Quali le conseguenze specie sul piano religioso? E come uscire da questa pericolosa deriva? Ne abbiamo parlato con l’autore nella seguente intervista.

Dal dopoguerra ad oggi, come lei sottolinea nel suo saggio, i diritti umani si sono moltiplicati con una rapidità crescente e a volte scriteriata. Quando e perché è iniziato questo processo?

Gli antecedenti storici sono naturalmente la rivoluzione politica inglese del Seicento, quella americana del Settecento e quella francese del 1789, con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Ma l’esplosione di deve alla Dichiarazione universale del 1948 e poi a tutte le Carte simili conseguenti e successive. Ciò si spiega con gli orrori della seconda guerra mondiale, in particolare l’Olocausto. Le potenze vincitrici pensarono che un giuramento di tutte le Nazioni su una serie definita di diritti a tutela della dignità della persona, individuale e nelle formazioni sociali, avrebbe evitato simili tragedie. Rispetto alle Carte precedenti, la novità consiste nell’ingresso, a pari titolo di quelli politici e civili, dei diritti sociali e di giustizia, come quelli al vitto, all’alloggio, al lavoro, all’istruzione, fino alle ferie retribuite. Furono soprattutto i Sovietici, di cultura socialista e marxista, a insistere su questo punto, contro gli Anglosassoni, i quali erano più tipicamente orientati verso i diritti individuali di libertà. In séguito, la lista dei diritti si è ulteriormente allargata fino a diventare una specie di vaso di Pandora. I diritti generano altri diritti in un processo senza fine.

Quanto di positivo e quanto di negativo c’è a suo avviso in questa evoluzione che comunque è anche una promozione e una valorizzazione dell’umano rispetto al passato?

C’è che la moltiplicazione dei diritti li mette uno contro l’altro. Ad esempio, come si combina il diritto alla vita col diritto all’aborto? Il diritto alla famiglia col diritto al matrimonio omosessuale? Il diritto al rispetto della dignità della persona col diritto all’eutanasia? I diritti sembrano conquiste di civiltà, ma talvolta sono un suicidio della nostra civiltà. Questo vale anche per i diritti sociali. Si può garantire a tutti il diritto di asilo? Il diritto all’accoglienza? Il diritto al lavoro? Quanto costano questi diritti, non solo in termini economici, ma anche politici, culturali e spirituali. Faccio due esempi. Se si vuole garantire il diritto ad una equa distribuzione della ricchezza, si deve costruire uno Stato a fondamento socialista. Se si vuole garantire il diritto di partecipazione alla vita pubblica, si deve “esportare” la democrazia. Siamo tutti disponibili a pagare questi prezzi? Ed è sempre un bene?

Lei nutre delle riserve nei confronti dell’atteggiamento di supporto e consenso assunto da certi uomini di Chiesa nei riguardi di questo fenomeno, specie a partire dal Vaticano II. Perché?

Per due ragioni fondamentali. L’Antico e Nuovo Testamento parlano di comandamenti, cioè di doveri dell’uomo verso Dio e verso gli altri uomini, non parlano di diritti. La mia domanda è: come e perché è successa questa metamorfosi? La seconda seconda si riferisce a quanto ho già detto. Oggi la Chiesa accoglie i diritti, li proclama in nome del Vangelo, ma poi rifiuta giustamente i nuovi diritti di libertà, mentre insiste soprattutto sui diritti di giustizia sociale, come si vede nel caso degli immigrati. Qui la mia domanda è: qual è il fondamento scritturale e teologico di questa svolta nella dottrina della Chiesa? Compiendo la svolta, la Chiesa non rischia di caratterizzarsi prevalentemente per un messaggio umanitario, sociale, terreno, anziché di salvezza? Dialogando con la modernità non va incontro al pericolo di secolarizzarsi?

In gioco ci sono due diverse visioni dell’uomo e della vita, due diverse nozioni di diritto. Può illustracele?

Detto in modo breve, la formula cristiana è: Dio e i doveri da lui fissati; la formula secolare invece è: l’io e le libertà da lui conquistate. Io ritengo che ci sia un abisso fra queste due visioni. La cultura secolare dei diritti prescinde da Dio e intende sostituirlo. E questo storicamente è un dato: i diritti nascono per mettere la ragione dell’uomo al posto dell’autorità di Dio.

Lei afferma che l’uomo e il mondo sono irrimediabilmente oscurati e compromessi dal peccato originale. Ragione per cui rimane un piccolissimo spazio per la speranza e la felicità terrene. Non è una visione troppo pessimistica della vita umana? Il transito terreno di ciascuno di noi non rischia di diventare solo sottomissione, dolore ed espiazione della colpa?

Il mio personale supposto pessimismo è irrilevante. L’antropologia cristiana invece non lo è, perché il peccato originale è un dato inestirpabile. Si può dare maggiore o minore peso alla volontà dell’uomo, ai suoi sforzi, alle sue opere. Si può occupare qualunque posizione della gamma che va da Pelagio a Agostino, ma il dato resta. La cultura dei diritti dell’uomo intende invece disfarsi proprio di questo dato: il peccato originale è il suo nemico numero uno. Per quella cultura, l’uomo si fa da sé, con la propria ragione e la propria libertà. Quanto al pericolo di sottomissione, mi rendo conto che oggi Paolo non è più un apostolo celebrato come una volta. A me invece piace tanto quanto Agostino.

 



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