L’ultimo saluto a Matvejevic

E così dopo padre Scalfi e Bauman è stata la volta anche di Predrag Matvejevic, che ci ha lasciato la scorsa settimana, a Zagabria, nel letto di ospedale dove era da tempo ricoverato. Difficile sfuggire all’impressione che un’epoca intera in queste settimane si stia chiudendo per sempre, con i suoi testimoni principali, e la loro […]

E così dopo padre Scalfi e Bauman è stata la volta anche di Predrag Matvejevic, che ci ha lasciato la scorsa settimana, a Zagabria, nel letto di ospedale dove era da tempo ricoverato. Difficile sfuggire all’impressione che un’epoca intera in queste settimane si stia chiudendo per sempre, con i suoi testimoni principali, e la loro pesante eredità. Certo, i tre sono ciascuno piuttosto distante dall’altro, vuoi per la vocazione, vuoi per le origini etniche e culturali, vuoi per lo stesso ruolo pubblico che hanno svolto, eppure obiettivamente tutti e tre – come pochissimi altri – hanno contribuito a fare della Mitteleuropa quella sorta di ‘categoria peculiare dello spirito’ che ancora oggi, a un secolo da Franz Joseph, non cessa  di attrarre gente da ognidove con il suo fascino perdurante e letteralmente immortale. In questo senso Matvejevic è stato la memoria vivente, prestata alla letteratura, della altrimenti difficilmente descrivibile cultura balcanica, un ‘melting pot’ – come scrivono gli opinionisti quando vogliono farsi belli e intelligenti – praticamente unico al mondo, e poi dicono gli Stati Uniti.  Madre bosniaca, padre russo, di nazionalità croata, senza che questo gli impedisse di essere al tempo stesso la voce critica più autorevole della stessa coscienza civile nazionale, docente alla Sorbona di Parigi e a La Sapienza di Roma, saggista eclettico e narratore enciclopedico, Matvejevic era uno di quegli uomini che rappresentavano plasticamente più di tanti discorsi – oggi – che cosa fosse, ed è, lo spirito mitteleuropeo. Anche lui, come tanti, tantissimi altri, per un destino tragico e misterioso che accomuna un numero impressionante dei talenti più alti delle belle lettere di queste terre, sempre nomade e ovunque esule, alla ricerca senza-fine di quella patria interiore che non coincide mai con quella della propria terra geografica:  era forse questa la caratteristica biografica che lo avvicinava di più ai tanti poeti mitteleuropei di primo Novecento a cui pure – se non altro per vocazione e tradizione umanistica  – si rifaceva. E però c’era un orizzonte tutto particolare in lui e radicalmente inesplorato rispetto alla produzione letteraria della grande Mitteleuropa fin de siècle: la lettura del Mediterraneo come luogo-centrale del nostro passato e anzi della nostra più vera identità, stratificata, ma non per questo impossibile da de-cifrare. Non più il Nord – quindi – si chiamasse pure Vienna o Berlino, ma il Sud, e di quest’ultimo quello spazio del Sud forse meno etichettabile in assoluto: che caratteristica morale o valoriale dareste  voi, d’altra parte, al Mare?

Sappiamo bene che il Nostro non era credente e anzi alla religione in quanto tale ha rivolto più di una volta critiche e accuse, anche in questo seguendo – tra l’altro – un profilo molto simile agli intellettuali più cosmopoliti di queste terre che, anche se il Cristianesimo è quanto di più universale possa esistere, non hanno mai mostrato di amarlo granché: troppe, probabilmente, e troppo accese, le beghe famigliari e le varie rivalità di cortile dei popoli balcanici per superare certi stereotipi e pregiudizi diventati progressivamente convinzioni e quindi credenze secondo un processo d’apprendimento – altro paradosso – per certi versi quantomai simile invece alle ideologie, che sono invece sempre una riduzione parziale della realtà umana. Ultimamente, come noto, era stato proposto da Magris – che per primo lo fece scoprire in Italia – come candidato al Nobel per la letteratura: un premio  che invece non ha mai avuto, incredibilmente – verrebbe da dire – pensando solo a chi è stato premiato quest’anno. L’ennesima dimostrazione, forse, che i premi delle giurie letterarie  – fossero anche le più importanti del mondo – sono la cosa più distante dalla comprensione autentica dell’arte della scrittura. Una cosa che, se non ci fosse, nessuno si accorgerebbe della mancanza. Matvejevic invece ci mancherà, e molto, anche per le cose che ha detto su cui non eravamo d’accordo e che anzi ritenevamo ingenerose a nostra volta. Eccome se ci mancherà, ci mancherà tanto Professore. Per questo la nostra preghiera non le mancherà: è il nostro modo di ringraziarla. Come facciamo sempre con tutti, certo, ma in modo particolare con le persone speciali e a cui vogliamo bene, s’intende.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *