L’ottimismo debole di Hans Joas

Uno dei nomi che vanno per la maggiore sui giornali tedeschi e tra gli studiosi mitteleuropei contemporanei di religione è Hans Joas, nome e cognome quasi uguali ma nulla a che fare (e da non confondere) con il grande filosofo del secolo scorso, suo connazionale ma poi naturalizzato statunitense, Hans Jonas, raffinato studioso dello gnosticismo […]

Uno dei nomi che vanno per la maggiore sui giornali tedeschi e tra gli studiosi mitteleuropei contemporanei di religione è Hans Joas, nome e cognome quasi uguali ma nulla a che fare (e da non confondere) con il grande filosofo del secolo scorso, suo connazionale ma poi naturalizzato statunitense, Hans Jonas, raffinato studioso dello gnosticismo nell’età antica. Nativo di Monaco di Baviera, sociologo accademico, Joas è considerato ormai una voce autorevole in patria sui temi della religione nel dibattito pubblico, il dialogo interculturale e interreligioso in genere e le sue ricadute sul terreno politico e sociale. Una delle sue opere più importanti – disponibile da qualche tempo anche in Italia – è il saggio Braucht der Mensch Religion? Ȕber Erfahrungen der Selbsttranszendenz (tradotto come Abbiamo bisogno della religione?, nella versione italiana proposta da Andrea Maccarini per Rubbettino). Ora, una lettura del testo è quantomai significativa per capire l’aria che tira da queste parti per i cristiani, tra cui – pure, tra l’altro – il Nostro si colloca. Joas osserva con preoccupazione che lo Zeitgeist – per esprimerci con i dotti – del tempo presente è dato dall’avanzata di un Kulturpessimus che segna ogni e qualsiasi manifestazione del pensiero sociale, politico e finanche religioso continentale, incapace di volare alto e dare speranze concrete alle nuove generazioni. Il che è indubbiamente vero ma invece di chiedersi il perché il sociologo preferisce polemizzare sui modelli datati delle identità confessionali – nessuna esclusa – colpevoli a suo dire di non comprendere adeguatamente la sfida della Post-Modernità nell’era della globalizzazione 2.0 senza risparmiare tuttavia, dall’altra parte, nemmeno il razionalismo ideologico e il soggettivismo liquido che guardano con sospetto all’etica dei doveri, ai fenomeni della spiritualità di massa e alla trascendenza in quanto tale. Ne viene fuori un testo in cui è la problematizzazione stessa a fare da principio-guida secondo una logica che vuole apparire forzatamente equidistante anche quando non ce n’è bisogno, anzi. Così, si legge che il materialismo esasperato non esaurisce di certo la sete di senso dell’uomo del XXI secolo però anche il rifiuto di aprirsi ai dibattiti sulle questioni bioetiche dall’altra parte non è una bella cosa. Oppure che la religione può essere un collante sociale educativo e valoriale formidabile, come è stato per secoli, però in altre maniere, che vanno ancora pensate e comunque fatto salvo il paradigma liberale della modernità. O anche che la scienza politica non possiede tutte le risposta sulla ricerca della verità e del bene comune ma d’altra parte nemmeno il cristiano può fare leva sulla cogenza logica delle sue argomentazioni. E via discorrendo. Tutto così. Al che verrebbe da rispondere che forse in Germania su alcuni giornali, sottolineiamo forse, una posizione del genere, può essere considerata stimolante per alcuni agnostici non laicisti – e nemmeno tutti, così a occhio – ma questo avviene solo perché le alternative in giro sono di un livello ancora più basso, qualitativamente parlando. Nello specifico, comunque, tedesco o no, un cristiano non può accettare che le capacità veritative della sua logica siano considerate fuori-legge in una società pluralista solo perché oggettivamente non-negoziabili. Sorprende non poco, anzi, in un testo del genere la totale assenza di riferimenti alla capacità conoscitiva della ragione umana (i Greci ci credevano, il cristiano Hans Joas no) e alla valenza universale della legge morale naturale. Non pervenute al lettore, come se fossero argomenti esotici appartenenti a campi stranieri non comprensibili. Così, sulla stessa lunghezza d’onda il Nostro giudica come superato e comunque non più proponibile il dialogo Habermas-Ratzinger di appena qualche anno fa che probabilmente da queste parti è stata invece la cosa più entusiasmante da tempi immemorabili. Ancora, Joas spende pagine e pagine piene di citazioni di filosofi e sociologi (quasi tutti del tardo Ottocento o del Novecento) per dire un’ovvietà enorme come quella che il bisogno di soprannaturale appartiene all’uomo anche nella modernità post-moderna, se ci consentite il gioco di parole. Se avesse letto un autore medievale di nome Tommaso d’Aquino avrebbe trovato in un’opera intitolata Summa Theologica (non proprio un testo minore nella codificazione della civiltà occidentale) che l’essere umano per il teologo domenicano possiede ed esprime costitutivamente un bisogno naturale di raggiungere un fine soprannaturale. Questa verità evidente per il Dottore Angelico, e non solo per lui, è naturalmente di carattere naturale, appunto, cioè pre-confessionale. Insomma, l’impressione è che ci si trovi di fronte a uno di quei pensatori che riscuotono molto successo perlopiù perché hanno una bella penna e sfoderano citazioni ricercate ogni tre per due come se piovesse ma che non reggano poi più di tanto a un confronto serio con un pensiero forte. Senza parlare della notevole disinvoltura con cui Joas sostiene en passant tesi perlomeno spericolate, se non assurdamente provocatorie, come l’influenza dell’islamismo sul pensiero di San Francesco (!). Insomma, per concludere: che oggi l’Occidente attraversi una crisi epocale, e non accidentale è  certamente vero, e che per uscirne occorre ri-considerare anche l’ambito pubblico e sociale dei fenomeni religiosi che possono generare – se lasciati liberi – propositivamente anche una creatività culturale e civile con effetti benefici tutt’altro che marginali sull’intera comunità civica pure. Ma che questo di per sé basti e soprattutto che questo esaurisca la portata sociale e anche politica del messaggio religioso, quale che sia, questo proprio no: il Dio di Gesù Cristo non è certo venuto sulla terra per occuparsi di ri-dare significato allo spazio pubblico eventualmente residuale rispetto alla dialettica istituzionale così come costituzionalmente normata. Andiamo, troppo poco, professore, troppo poco.



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