L’espansione dell’aborto è la campana che annuncia la morte dell’Europa

Dopo il voto pro-aborto in Irlanda…

Mentre noi ci accapigliavamo sui risultati elettorali, sul governo giallo-verde, sui ministri, sullo spread e su altre alchimie politiche, in Italia e in Europa si succedevano scadenze decisive e simboliche su una questione davvero prioritaria e fondamentale, da cui dipende il futuro della nostra civiltà: la difesa della vita umana.
Un mese fa a Liverpool veniva eseguita la “sentenza capitale” contro il piccolo Alfie Evans, “detenuto” in un ospedale pubblico, “colpevole” di essere “imperfetto”, malato, non autosufficiente: lo Stato britannico, fintamente liberale e realmente totalitario, attraverso i suoi giudici decretava che per il “migliore interesse” doveva essere impedito ai genitori di portarlo in altre strutture sanitarie, tentare altre cure, tenerlo in vita, perché la sua vita era “futile”, ed essere “terminato”. Insieme ad altri piccoli invalidi inglesi – Charlie Gard, Isaiah Hastruup – Alfie è la punta di un tragico iceberg di cui sappiamo poco o nulla:migliaia di pazienti a cui ogni anno, nel silenzio, viene “staccata la spina” unilateralmente dalle strutture sanitarie sottraendogli alimentazione, idratazione o ossigeno perché ritenuti individui “inutili”.
Il 22 maggio, intanto, in Italia ricorreva il quarantesimo anniversario dell’approvazione della legge che nel 1978 rendeva legale l’aborto. In 40 anni si calcola che almeno sei milioni di bambini siano stati soppressi nel nostro paese prima della nascita. Ma la cifra è sicuramente approssimata per difetto: ad essa bisogna aggiungere tutti i figli e forse i nipoti che quei bambini avrebbero potuto generare, e tutte le vittime delle pillole abortive. Una quota tra il 10 e il 15 per cento della popolazione attuale. Un pezzo di Italia che avrebbe potuto, e dovuto, essere e non c’è stata. Un pezzo di gioventù, di idee, di coraggio, di famiglia, di continuità tra le generazioni che manca a questo paese sempre più vecchio, solo, impaurito, come tanti altri paesi del vecchio continente. E ancora oggi chi – come la Chiesa e le associazioni cattoliche che hanno promosso negli stessi giorni la Marcia per la vita, dedicandola proprio alla tragedia immane dell’aborto di massa – si permette di mettere in dubbio il dogma del “diritto all’aborto” (diritto che peraltro la legge 194 non prevede minimamente, considerando l’interruzione della gravidanza una soluzione estrema da approvare solo in ultima istanza, ma si è affermato attraverso un’interpretazione totalmente distorta della legge stessa come autorizzazione automatica ad ogni decisione della madre) viene censurato dal sistema dei media, aggredito sistematicamente in ogni occasione pubblica, accusato di oscurantismo, considerato un “paria” del dibattito democratico.
E a proposito del vecchio continente, proprio ieri in Irlanda si è tenuto il referendum sull’aborto. A grande maggioranza – tra l’esultanza di “liberali” e sinistre, convinti che si tratti di un progresso della “libertà di scelta” individuale – è stato abolito l’emendamento che proteggeva la vita dei bambini prima della nascita. Crolla anche l’ultimo argine che in Europa occidentale si opponeva alla riduzione della vita umana a puro strumento, a pura variabile dipendente. Altri milioni di vittime si aggiungeranno, la disgregazione di una civiltà sempre più decrepita continuerà implacabile.
Da quando l’aborto è stato reso legale nei “liberali” e “democratici” paesi occidentali, si calcola che circa un miliardo di bambini siano stati abortiti nel mondo. La gran parte in Occidente, e poi negli Stati che dall’Occidente hanno appreso le tecniche e la mentalità per rendere questo nuovo, immane Olocausto “sicuro”, igienico, asettico, “moderno”. Un’enorme buco nero, una voragine spalancata al centro della cultura dei diritti, della libertà e della modernità che l’Occidente ha dato al mondo, e che sempre più rapidamente la sta fagocitando e ne sta cancellando l’eredità.
La svolta autodistruttiva dei paesi industrializzati di cultura europea era cominciata già dall’inizio del Novecento con l’avvento dell’attivismo, del nichilismo, del razzismo antisemita, dei regimi totalitari (non a caso i primi a legalizzare aborto ed eutanasia). Ma si sarebbe realizzata pienamente, per un tragico paradosso, solo nella nuova “età dell’oro” occidentale: quando, sconfitto il nazismo e finita la guerra, quei paesi raggiungono l’apice della potenza economica e il benessere si diffonde praticamente a tutti gli strati sociali.
A partire dalla generazione dei “ribelli” edonisti e super-consumisti degli anni Sessanta, a partire dall’avvento di quella che Cristopher Lasch chiamò “la cultura del narcisismo”, l’Occidente ha improvvisamente deciso di suicidarsi come civiltà in nome della soddisfazione individuale, di gettare via come un rifiuto inservibile il proprio sistema di princìpi, la propria tradizione, la continuità tra le generazioni, per darsi come unico scopo il piacere dell’istante. La disgregazione dei matrimoni e delle famiglie naturali, la riduzione dei figli a “progetti” e la loro compravendita, l’eutanasia, la sperimentazione sugli embrioni, confluiscono con la legalizzazione e massificazione dell’aborto in un unico percorso di desertificazione umana e sociale.
Laddove ci sono state per millenni civiltà, culture, popoli, nazioni si va profilando sempre più un’unica, arida distesa di individui solitari, dipendenti dalle dosi di piacere e gratificazione egoistica che il sistema di potere economico permette loro, terrorizzati dall’idea di qualsiasi rinuncia o sacrificio, privi di qualsiasi scopo che trascenda il tempo della loro vita terrena.
La secolarizzazione, lo scientismo utilitaristico, la tecnocrazia hanno eroso i fondamenti che consentono la sopravvivenza delle comunità. Popoli formati da individui che non sono più disposti a sacrificare la propria vita per un fine superiore, per i quali non ha senso la trasmissione di un sistema di valori dalla generazione dei propri padri a quella dei propri figli, non sono più popoli e sono destinati ad una rapida estinzione. Senza religione (etimologicamente: ciò che lega insieme gli individui e li trasforma in un popolo) nessuna civiltà nella storia è sopravvissuta a lungo. Ben presto quelle civiltà si disgregano e vengono assoggettate da altre, più giovani e popolose, più coese, più unite intorno a una fede comune.
Ma anche se si considera la questione semplicemente sul piano dell’economia e dell’ordine sociale l’Europa senza fede e senza figli, individualista, edonista e anziana, non ha nessuna chance di poter evitare il collasso: inevitabilmente il crollo demografico comporta nelle sue società uno squilibrio fatale tra una produttività, un’inventiva, una potenzialità di impresa e ricerca sempre minori e una spesa invece sempre maggiore per mantenere masse inattive, che vivono al di sopra dei loro mezzi. Uno squilibrio che si cerca di saldare affannosamente mediante il ricorso sempre più massiccio a manodopera d’importazione a basso costo, attingendo indiscriminatamente alle masse in rapida espansione delle popolazioni africane e mediorientali. Con il risultato di creare sacche di popolazione culturalmente estranee, sempre meno integrabili e controllabili.
All’inizio del Novecento la popolazione europea ammontava a circa un quarto di quella mondiale. Nel 2010 la percentuale era scesa all’11 per cento. Secondo le stime più recenti dell’Onu nel 2050, calcolando anche gli immigrati residenti, questa percentuale calerà al 7 per cento. Per quella data, se verranno confermate le recenti tendenze demografiche, la sola Nigeria avrà una popolazione corrispondente a quella dell’intero continente europeo. L’intera Africa, che già oggi è arrivata a superare per popolazione l’Europa di un terzo, entro poco più di un ventennio potrebbe giungere a 2 miliardi e mezzo di abitanti, con un rapporto superiore a 3 a 1 rispetto al vecchio (ormai anche demograficamente) continente.
E’ questo il contesto in cui in Europa – incredibilmente, e contro ogni logica di sopravvivenza collettiva, oltre che di rispetto della vita umana – si continua a promuovere la legalizzazione dell’aborto, e il tema demografico resta ancora assolutamente marginale nel dibattito politico, invece di rappresentare, come dovrebbe, la questione fondamentale, senza la quale nessuna politica di crescita e di ripresa economica effettiva è possibile. Salvo rarissime eccezioni, nessun paese mette in atto politiche energiche di incentivazione alla fecondità. E nessuno sembra porre men che meno attenzione al tema della stabilità familiare, che ne è un complemento essenziale.
Se queste tendenze non dovessero subire una brusca e radicale inversione – e nulla fa pensare che ciò accadrà nel breve termine – la distruzione dell’Europa come l’abbiamo conosciuta dal Medioevo all’epoca contemporanea sarà inevitabile. Oggi può sembrare una prospettiva lontana, ma in base alle proiezioni che abbiamo citato basteranno pochi decenni, il tempo di una generazione o due: per una legge inevitabile della fisica umana e sociale la pressione migratoria da Africa ed Asia diventerà una vera e propria invasione, e il continente sarà presto si trasformerà in un’appendice di quello che chiamavamo un tempo “terzo mondo” (parte del quale oggi è divenuta economicamente e culturalmente ben più vitale e dinamica dell’Europa), perdendo gran parte del suo patrimonio di civiltà e regredendo di secoli e secoli. Poi, come nel caso delle invasioni barbariche nel mondo romanizzato, le popolazioni subentrate potrebbero gradualmente fare proprio, assimilare e rivitalizzare quel patrimonio. Ma nel frattempo gran parte di esso sarebbe comunque irrecuperabile.
Forse resisterà a questo implacabile cupio dissolvi una parte dell’Europa slava, la cui ritrovata consapevolezza culturale e religiosa potrebbe motivare un ricompattamento sociale in grado di fare argine al collasso. Forse dall’altra parte del’Atlantico, negli Stati Uniti e nei paesi latinoamericani, continueranno ad esistere nuclei vitali consistenti, animati ancora da un forte senso di appartenenza religiosa e nazionale. Ma l’Europa occidentale e mediterranea sembra destinata a soccombere. A meno che dall’Asia nel frattempo, miracolosamente, non provenga un’influenza decisiva e in controtendenza rispetto al recente passato, con una diffusione parallela del cristianesimo e dei diritti individuali: eventualità per ora ancora difficile da pronosticare.
Nel frattempo, la vicenda sempre più fosca dell’Occidente europeo che uccide i suoi figli e i suoi anziani, che distrugge le sue famiglie e sperpera le sue risorse umane ed economiche in un consumismo sempre più svincolato dall’economia reale ci ricorda drammaticamente quanto è sottile nella storia umana il confine tra il progresso e la decadenza, tra la crescita e l’invecchiamento, tra la vita e la morte delle civiltà. E come ogni volta che una parte dell’umanità si illude di aver costruito o di costruire con le proprie forze il paradiso in terra, le sue conquiste ben presto si trasformino in “frutti di cenere e tosco”, e si rivelino come quello che l’Ecclesiaste chiamava “vanità di vanità”.
di Eugenio Capozzi
Fonte: https://www.loccidentale.it



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