Iraq: la diplomazia della Santa Sede

Di recente l’Osservatore all’ONU a Ginevra, Mons. Silvano Tomasi, ha illustrato i punti principali e di grande concretezza perché sia possibile la pace in Iraq. Insomma, ha dettato l’agenda pacificatrice della Santa Sede.

Persone decapitate, donne vendute schiave e prigionieri macellati

Tragedia Iraq: le proposte della diplomazia della Santa Sede

 

Papa Francesco è intervenuto più volte sulla tragedia che si sta consumando in Iraq e sulle violenze del nuovo Califfato islamico. Ma nella Santa Sede c’è anche una diplomazia che, sulle indicazioni del Papa, cerca di costruire proposte e di proporre vie di pace realisticamente perseguibili.

La “filosofia” diplomatica della Santa Sede è stata di recente spiegata con chiarezza e determinazione dall’Arcivescovo Silvano Tomasi, Osservatore presso l’ONU a Ginevra, al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Il Nunzio ha parlato direttamente del caso dell’Iraq e del cosiddetto “Stato islamico” (ISIS): «Le persone sono decapitate se resistono per la loro fede; le donne sono violate senza pietà e vendute come schiave sul mercato; i bambini sono forzati a combattere; i prigionieri vengono macellati contro tutte le disposizioni giuridiche».

Secondo Mons. Tomasi, esiste una responsabilità della protezione internazionale, per esempio «quando un governo non è in grado di garantire la sicurezza delle vittime». In questi casi – ha detto – «bisogna fare passi concreti con urgenza e decisione per fermare l’aggressore ingiusto, per ristabilire una pace giusta e per proteggere tutti i gruppi vulnerabili della società». Certamente «la responsabilità della protezione deve essere assunta in buona fede, nel quadro del diritto internazionale e del diritto umanitario».

L’Arcivescovo ha però anche descritto un quadro più generale di impegni internazionali, oltre all’intervento. Intanto «Tutti gli attori regionali e internazionali devono condannare esplicitamente il comportamento brutale, barbaro e incivile dei gruppi criminali che combattono in Siria orientale e in Iraq settentrionale». In secondo luogo «Le agenzie “ad hoc” delle Nazioni Unite, in collaborazione con le autorità locali, devono fornire adeguato aiuto umanitario, cibo, acqua, medicine e riparo a coloro che sono in fuga dalla violenza». In terzo luogo, secondo il Nunzio, bisogna bloccare il traffico di armi e il mercato clandestino del petrolio «così come di qualsiasi sostegno politico indiretto, del cosiddetto “Stato islamico”». «Gli autori di questi crimini contro l’umanità devono essere perseguiti con determinazione. Non deve essere loro consentito di agire con impunità».

Papa Francesco, nella lettera inviata al Segretario generale Ban Ki-moon, aveva detto: «gli attacchi violenti…non possono non risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà ad azioni concrete di solidarietà, per proteggere quanti sono colpiti o minacciati dalla violenza e per assicurare l’assistenza necessaria e urgente alle tante persone sfollate, come anche il loro ritorno sicuro alle loro città e alle loro case». «Ciò che succede oggi in Iraq – ha commentato il Nunzio Tomasi – è successo nel passato e potrebbe succedere domani in altri luoghi. L’esperienza ci insegna che una risposta insufficiente, o peggio ancora, l’inazione totale, si traduce spesso in un ulteriore aumento della violenza. Un fallimento della protezione di tutti i cittadini iracheni, lasciandoli diventare vittime innocenti di questi criminali in un clima di parole vuote, equivalente a un silenzio globale, avrà conseguenze tragiche per l’Iraq, per i paesi vicini e per il resto del mondo».



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