Scuola di Dottrina sociale della Chiesa di Trieste: il Vescovo inaugura il terzo anno

Sabato 4 marzo l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi ha inaugurato la terza annata della Scuola diocesana di Dottrina sociale della Chiesa che inizierà il 16 marzo prossimo. E’ possibile iscriversi. E’ prevista sia la partecipazione in sede sia la partecipazione a distanza. Pubblichiamo l’intervento del Vescovo.

(Per iscrizioni e informazioni: Alessandro.perich@mac.com – 3487073707)

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S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

LA CHIESA E LA PASTORALE SOCIALE DI DOMANI

Inaugurazione del Terzo Anno della Scuola diocesana

di Dottrina sociale della Chiesa

Trieste, 4 marzo 2017

Nel convegno di oggi abbiamo toccato due temi. Dapprima quello molto impegnativo delle migrazioni, tema affrontato nel nostro Rapporto e oggi dai nostri due relatori. Quindi quello della Scuola diocesana di Dottrina sociale della Chiesa. Tra poco consegnerò con piacere i diplomi ai partecipanti. Prendendo spunto dai due argomenti di questa mattina, desidero fare alcune considerazioni di carattere più generale, riguardanti il futuro della pastorale sociale della Chiesa italiana. Con l’occasione informo di aver appena terminato di correggere le bozze di un mio libro riguardante questo tema e che avrà per titolo: “La Chiesa italiana e il futuro della pastorale sociale”. Uscirà presso l’editore Cantagalli prossimamente. Ho sentito la necessità di scrivere questo libro per due motivi, ambedue strettamente collegati con gli argomenti che abbiamo affrontato stamattina.

Il primo è che non vorrei che la Chiesa italiana perdesse un po’ la memoria. Dapprima come direttore dell’Ufficio nazionale della pastorale sociale e il lavoro della CEI e in seguito  come Sottosegretario e poi Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ho seguito per tutti gli anni Novanta e per il primo decennio di questo nuovo secolo e millennio l’andamento della pastorale sociale in Italia e non solo. Sono state fatte molte cose che rischiano di venire dimenticate. Erano state scelte delle impostazioni di lungo periodo che sono state abbandonate. Ho spesso la sensazione che di questa storia recente della Chiesa italiana si sia perduta la memoria. Ecco il primo motivo per cui ho scritto questo nuovo libro: per rinfrescare la memoria e non perdere importanti indicazioni che possono valere anche oggi. Non va bene pensare di cominciare sempre da capo.

Il secondo motivo è stato di dare un sguardo in avanti. C’è oggi una pastorale sociale della Chiesa italiana? Ci sarà anche domani? E se ci sarà, come sarà? Sono domande importanti che toccano in profondità tanti punti della natura e della missione della Chiesa.

Non intendo qui esporre tutte le considerazioni che ho svolto in questo libro, ma prendendo spunto dai due temi di oggi e da quanto abbiamo ascoltato, colgo l’occasione per qualche considerazione, permettendomi di rimandarvi alla lettura del libro quando uscirà.

Nel Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni, e credo anche negli interventi di oggi, emerge che i cattolici tendono ad affrontare questo grande problema senza la Dottrina sociale della Chiesa. Intendo dire senza il bagaglio di principi di riflessione, di criteri di giudizio e di direttive d’azione che da essa derivano. Tendono a dar vita a forme di carità immediata, mentre la Dottrina sociale della Chiesa vorrebbe da loro un ragionamento più completo, che tenesse conto di tutti gli elementi del bene comune e della giustizia che il fenomeno chiama in causa. Una accoglienza senza criteri si presta ad esiti ideologici.

Voi mi direte che i cattolici non adoperano tutto il bagaglio della Dottrina sociale della Chiesa perché la conoscono poco. Ed io vi risponderei che è vero. Per questo abbiamo cominciato anche a Trieste una seria Scuola di Dottrina sociale della Chiesa giunta ora alla sua terza edizione. Oltre a questo, però, vorrei farvi osservare che c’è anche un motivo più profondo per cui la conoscono poco. Questo motivo consiste nel fatto che da parte di tanti oggi si pensa che essa non debba esistere e che sia un residuo del passato. Per molti cattolici di oggi la Dottrina sociale della Chiesa è una ideologia, nonostante Giovanni Paolo II abbia ben spiegato non solo che non è una ideologia ma anche che cosa essa è, ossia annuncio di Cristo nelle realtà temporali. Nel libro di cui vi parlavo, faccio una rassegna del grande episcopato di Giovanni Paolo II e del rilancio da lui fortemente voluto della Dottrina sociale della Chiesa. Nonostante ciò oggi sono ancora molto presenti – forse più di allora – le teorie che negano la sua validità e che la vedono come espressione del desiderio della Chiesa di “riconquistare” la società e, così, di non rispettare il pluralismo, l’autonomia del mondo e la sovranità della coscienza personale. La Scuola di Dottrina sociale della Chiesa della nostra diocesi non la pensa così, io non la penso così, ma questa visione è piuttosto diffusa e questo spiega perché sia anche difficile, per un laico desideroso di maturare in questo campo, trovare dove andare a formarsi.

Da qui sorge una domanda: la pastorale sociale del futuro sarà senza Dottrina sociale della Chiesa? Io ritengo che una pastorale sociale senza Dottrina sociale della Chiesa sia impossibile, anche se oggi ne vedo intorno a me molti segni. Sarebbe un fare senza sapere il perché, un agire privo di finalità, un solidarismo vuoto di senso, una carità immotivata. Ho appena scritto un articolo per la rivista Il Timone di cui abbiamo qui oggi il direttore, sull’importanza della dottrina per l’azione sociale e politica dei cattolici. Non dobbiamo illuderci, il Vangelo non ci spinge verso una carità cieca, senza principi, senza criteri, senza direttive. “Love il love” lo ha detto Obama, non Gesù Cristo.

Voi potreste chiedermi a questo punto: ma in base a quali ragionamenti oggi molti dicono che proporre la Dottrina sociale della Chiesa sarebbe ideologico? L’ideologia, come sapete, è una costruzione mentale umana motivata da interessi particolari che pretende di valere per l’intera realtà a cui viene artificialmente applicata. L’idea di molti è quindi che la Chiesa, con la sua Dottrina sociale, intenda applicare una astratta dottrina al mondo, senza rispettare l’identità del mondo stesso, senza attenzione per le istanze che in esso emergono. La Dottrina sociale, in altre parole, non sarebbe sufficientemente dialogante col mondo, ma partirebbe da dei suoi presupposti dottrinali astratti. Questa visione della Dottrina sociale della Chiesa è da respingere perché è sbagliata. La Chiesa è a servizio del mondo, ma per poterlo servire deve rimanere Chiesa e non diventare essa stessa mondo. E’ proprio questo il modo migliore per rispettare le autentiche esigenze del mondo, che aspetta dalla Chiesa qualcosa che esso non sa darsi da solo. La Chiesa è tanto più attenta alle esigenze del mondo quanto più parte da Cristo piuttosto che dalle indagini sociologiche sui comportamenti mondani. Il problema dell’ideologia va piuttosto invertito. Se la Chiesa rinuncia alla sua Dottrina sociale rischia di consegnarsi alle ideologie del mondo e, in questo modo, di non servirlo adeguatamente.

Credo allora che sia oggi necessario reimpossessarsi della Dottrina sociale della Chiesa e recuperare il progetto che nel lontano 1992 i Vescovi italiani ci avevano prospettato con il documento “Evangelizzare il sociale”. Nel mio libro me ne occupo a lungo. Qui permettetemi solo qualche breve cenno.

L’attuale situazione presenta aspetti di considerevole difficoltà che bisogna bene esaminare con la sapienza cristiana e chiederci come procedere, da dove partire, con quale prospettiva. La difficoltà è data dal processo di secolarizzazione che ha prodotto un pluralismo esasperato non solo fuori ma anche dentro la Chiesa. Fuori di essa i principi e i valori condivisi si riducono ormai a quasi nulla, dentro di essa la diversità di vedute tra i fedeli aumenta. Non solo nel mondo si parlano ormai molti linguaggi diversi, anche tra i cattolici il fenomeno è ben presente. In queste condizioni, impostare una pastorale sociale diventa un problema piuttosto arduo.

Da un lato non possiamo rinunciare al quadro completo della Dottrina sociale della Chiesa perché altrimenti si accentuerebbero i percorsi individuali e ci si dividerebbe ancora di più. Dall’altro non possiamo pensare che, come accadeva una volta, si possa impostare dal centro una pastorale sociale uniforme e universalmente pianificata. Credo che, allora, si apra davanti a noi una strada certamente difficile ma anche entusiasmante. Il futuro della pastorale sociale, secondo me, sarà nelle mani di piccole comunità creative che, dal basso, recupereranno l’intero quadro della Dottrina sociale della Chiesa, per convinzione e con nuovo spirito di militanza, nutrendo questa esperienza con l’intera vita cristiana. L’epoca dei direttori di pastorale sociale a validità universale sembra terminata. Si apre invece quella delle piccole comunità che, pur essendo piccole e particolari, mantengono pienamente una visione ecclesiale e utilizzano l’intero quadro della Dottrina sociale della Chiesa. Possono essere comunità di famiglie, gruppi parrocchiali, amici che si formano in una Scuola diocesana come la nostra … da soli o seguiti da un sacerdote o, perché no, da un Vescovo… poi penserà lo Spirito Santo ad animarli e a collegarli tra loro in rete per farne qualcosa di nuovo.

E’ dentro questo quadro di considerazioni che io vedo l’esperienza positiva della nostra Scuola di Dottrina sociale della Chiesa. Si può dire che essa sia nata dal basso, in collegamento con il Vescovo, e che intenda essere volano per rapporti nuovi tra i fedeli laici cattolici della nostra diocesi, che intenda essere essa stessa motrice di piccole comunità creative che però non smettano di sentire con tutta la Chiesa e che resistano alla tendenza di adeguarsi allo spirito del mondo, proprio per servirlo pienamente.



Un commento su “Scuola di Dottrina sociale della Chiesa di Trieste: il Vescovo inaugura il terzo anno

  1. Roberto Roggero ha detto:

    Anche io credo che si possa partire ad applicare la DSC dal basso cominciando a CAMBIARE LE REGOLE DEL GIOCO interno alla COMUNITà e tra le comunità come sottolinea la mia esperienza, il papa IN MOLTI PUNTI come al 194 della Laudato Sì, e più recentemente nel discorso all’economia di comunione.

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