Il vero “sogno” di Dostoevskij

Qualcuno ha definito il nostro tempo “epoca delle passioni tristi”. Questa lettura pessimista della modernità, che del resto è stata legittimata da gran parte dell’arte e della cultura novecentesche drammaticamente intrise di una visione buia e infelice della vita, condiziona anche l’interpretazione critica di tante opere artistiche e letterarie. Senza squalificare questa coloritura spesso tetra […]

Qualcuno ha definito il nostro tempo “epoca delle passioni tristi”. Questa lettura pessimista della modernità, che del resto è stata legittimata da gran parte dell’arte e della cultura novecentesche drammaticamente intrise di una visione buia e infelice della vita, condiziona anche l’interpretazione critica di tante opere artistiche e letterarie. Senza squalificare questa coloritura spesso tetra che ha comunque le sue ragioni nella gran parte dei casi, giova comunque tentare anche una lettura più sensibile agli spiragli di luce che ogni autore e ogni opera in qualche modo — sia pure per contraddizione e negazione — ci offrono. Prendiamo il caso della recente pièce teatrale portata da Gabriele Lavia al Rossetti, riduzione per le scene di uno dei più bei racconti dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881): “Il sogno di un uomo ridicolo” (1877).
Durante l’intero corso della rappresentazione Lavia ha recitato chiuso in una camicia di forza, simbolo della sconfitta su tutti i fronti del protagonista dell’opera: l’uomo ridicolo del titolo che, nella rivisitazione dell’attore e regista, viene presentato come una vittima di se stesso e dell’incomprensione altrui che lo condanna alla reclusione in un manicomio. È un vinto, un visionario, uno di quei tipici personaggi di Dostoevskij travolti dalle forze oscure della vita e da una sensibilità allucinata e distruttiva. Ma non dobbiamo mai dimenticare che nel mondo narrativo dello scrittore russo questi stessi personaggi segnati dal male e dal dolore, sono nello stesso tempo trascinati verso l’alto da un anelito metafisico. In questa luce è possibile dare una lettura diversa di “Il sogno di un uomo ridicolo” così da far emergere dal sottosuolo del racconto i semi di vita e di potenza benefica che germogliano, sia pure per brevissimo tempo, anche nel cuore dei più sventurati e traviati personaggi.
Il protagonista del racconto “Il sogno di un uomo ridicolo”, parlando in prima persona, intesse con un linguaggio fluido e trascinante una confessione che riguarda il suo ultimo periodo di vita da “uomo ridicolo”. È la stessa consapevolezza della propria inadeguatezza alla vita che lo rende ridicolo ai propri occhi e agli occhi altrui: quella distanza dolorosa e consapevole dalla vita in tutte le sue miserie che solo i “sani” e i “normali” non vedono, quella straziante e feroce lucidità sul nulla del mondo lo paralizza nella stessa immobilità di un automa o di una marionetta dai tratti grotteschi. L’amarezza insostenibile che lo ha invaso sino all’orlo dell’umana sopportazione ha maturato poco a poco in lui un odio cieco verso l’esistenza, verso i sentimenti e le speranze comuni, ma soprattutto verso quell’incancellabile parte di sé che è, a suo avviso, la causa scatenante di tanta insofferenza e tedio. Una sera di novembre, mentre sta ritornando a casa con il proposito di uccidersi, all’improvviso, nell’abisso per lui vuoto e spaventoso del firmamento, appare una piccola stella luminosa che cattura la sua attenzione. Il suo baluginio è attraente e irritante ad un tempo: perché mai, si chiede l’uomo, una simile visione di luce nel buio più profondo e nell’imminenza della sua morte? La bellezza che anche una piccolissima stella irradia su questo nostro mondo senza senso e speranza di riscatto, gli riesce fastidiosa perché viene a disturbare quella calma funerea e indifferente che avvolge la sua anima ormai preparata alla fine. Decide di ignorarla, ma qualche isolato più in là, ecco una bambina avvolta in uno scialle rosso, che gli corre incontro singhiozzando e chiedendo il suo aiuto. La piccola balbetta qualche parola che si riferisce alla propria mamma, supplicando l’uomo di seguirla. La sua voce sottile e delicata si scioglie in uno di quei lamenti rochi, protratti e straziati che i bambini emettono quando sono colti da una terribile disperazione. Lo supplica, tirandolo per la giacca, con quel suo scialletto che gli avvolge la testolina tremante, figura dell’infanzia tradita e violata così cara al cuore di Dostoeveskij.
Fedele alla propria indifferenza e interamente concentrato su se stesso, il protagonista si impone di non provare compassione: un uomo che si sta congedando dalla vita non deve mai voltarsi indietro. Allora respinge con malagrazia i tentativi della piccola di scuoterlo, allontanandola bruscamente. La bambina continua la sua corsa sotto la pioggia, piangendo e fermando gli altri passanti, tutta presa dal suo dolore e dalla sua disgrazia della quale, per il tremendo sconvolgimento dei suoi nervi fragili, non riesce a dire quasi nulla. Lasciatosi alle spalle la piccola stella palpitante e la bambina disperata, l’uomo fa ritorno a casa e prepara la sua rivoltella. Ma all’improvviso qualcosa cambia. Si addormenta e sogna un sogno che lo porterà molto lontano. Eccolo là, sempre sulla sua poltrona, con la pistola in mano. Un attimo e il colpo parte, diritto al cuore. Ecco il funerale, i suoi amici e i suoi cari stretti intorno al suo feretro, il viaggio verso il cimitero, la sepoltura e il rumore della terra che cade sul legno della bara: anche se sa di essere morto, sente tutto, ogni minima sensazione e impressione. Poi inizia la tortura: una goccia d’acqua, forse a causa di un’infiltrazione, inizia a cadere nel suo occhio sinistro, a intervalli regolari, portandolo all’esasperazione. Folle di terrore, inizia a pregare chiedendo di essere liberato da quel supplizio. E mentre sta per cedere alla disperazione convinto che nessuno mai lo libererà da quell’inferno, ecco che un essere misterioso lo libera e lo porta con sé in un volo aperto e fantastico nell’universo. Gli mostra un altro sole simile al nostro e un altro pianeta simile alla nostra terra dove vive un popolo puro e incontaminato che non ha conosciuto il peccato originale. L’essere superiore che lo ha liberato lo depone in questo luogo che assomiglia al Paradiso terrestre, sia per il clima e il fiorente e idilliaco paesaggio, sia per la gente che lo abita: esseri umani felici, capaci solo di amore, liberi da ogni bassa passione, amici e solleciti gli uni con gli altri, destinati ad una vita lunga e fortunata e ad una morte serena quando gli anni hanno raggiunta la giusta misura. Nessun dolore, nessuna malattia, nessun cordoglio quando qualcuno se ne va: la fiducia nella continuità della vita oltre la vita rende la loro esistenza quieta e fidente, lieta e pacifica.
Ma l’arrivo di un uomo tra di loro, con tutto il peso del peccato e dei suoi velenosi frutti, finisce per corromperli e guastarli, distruggendo quella loro perfetta comunione con la vita che li rendeva felici senza sapere che cosa fosse la felicità, ardentemente vivi senza che mai si chiedessero che cosa fosse la vita, puri e immacolati perché ignari di cosa fosse il peccato: la loro forza stava nel non farsi domande, ma nel vivere senza chiedersi perché si vive come fanno gli uomini moderni guastati dalla ragione analitica. Il peccato si diffonde come un contagio tra di loro e la storia vera e propria — uguale per atrocità, violenza, soprusi, malafede, odio e distruzione alla nostra storia — ha inizio: guerra segue guerra, ruberia segue a ruberia, ogni forma di male possibile pone radici su questa terra non più paradisiaca e il sangue sommerge ogni contrada di quel giardino trasformato in un cimitero. Allora nascono le leggi, i tribunali, la morale, i sistemi filosofici, la filantropia, i principi democratici e i valori umanistici: in sintesi, non si vive più in modo immediato e spontaneo, ma si ha la coscienza di vivere che ci distacca dal nostro essere originario, creato in pace e in armonia con il creatore. Ritornato sulla terra il protagonista non è più lo stesso di prima: egli ha visto la verità, le ragioni della caduta e quindi anche di una possibile salvezza, le cause del male e i suoi rimedi e nello stesso tempo ha capito il significato di quella piccola stella lucente la notte prima di uccidersi — un segno di luce e di rinascita, un emblema di bellezza e di radioso mistero — e anche il senso dell’incontro con la bambina, esile fiore di speranza. Ora andrà nel mondo a predicare la verità e la salvezza, il bene e l’amore e soprattutto insegnerà a vivere la vita e non a chiedersi che cosa essa sia, poiché la ragione che indaga e seziona — il grande male dell’epoca moderna secondo Dostoevskij — dissipa la forza data dall’immediatezza del cuore e dal naturale fluire dell’essere sotto il raggio rivelatore di Dio.
Ma gli uomini sembrano non essere pronti per questa opera di rinnovamento benefico del mondo e della società. Per questo lo giudicano ancora ridicolo e perfino pazzo, al punto da chiuderlo in manicomio, costretto in una camicia di forza. Ma questo è ancora il sogno. Nella realtà, quando si risveglia, l’uomo si ritrova seduto sulla poltrona. La pistola è ancora sul tavolino. Una nuova consapevolezza brilla dentro di lui, la cui strada è iniziata con l’apparizione della stella e l’incontro con la bambina ed è proseguita con il sogno. Egli ha visto, gli occhi gli si sono aperti, la verità esiste, nascosta nel profondo della vita, come una miniera d’oro. A questa miniera attingerà per il resto della sua vita, per portare luce tra gli uomini. È quindi un proposito buono quello che chiude il racconto, una promessa di felicità e di liberazione dalla sofferenza, non una disfatta di cui la contenzione in un manicomio significa tutto l’orrore e l’irrimediabilità di una condizione decaduta da cui non vi è scampo. Le ultime parole sono di luce e di speranza ed è bene ricordarle così da non tralasciare mai quei grani dorati che, nell’opera di Dostoevskij, stanno nascosti anche sotto cumuli di rovine, di fango e di sventura: «Oh, adesso vivere, vivere. Sì, vita e predicazione! Per tutta la vita! Io vado a predicare, io voglio predicare; che cosa? La verità, giacché l’ho veduta, l’ho veduta coi miei occhi, ne ho veduta tutta la gloria! (…) in un sol giorno, in una sola ora tutto si assesterebbe di colpo! Soprattutto: ama gli altri come te stesso, ecco quel che è essenziale, ed è tutto, non occorre proprio nulla di più: subito troverai come comportarti. E intanto è soltanto una vecchia verità, che un milione di volte si è ripetuta e letta, eppure non ha attecchito. “La coscienza della vita è superiore alla vita, la coscienza delle leggi della felicità è superiore alla felicità”: ecco con che cosa bisogna lottare! E lotterò. Solo che tutti lo vogliano, e tutto subito si assesterà. … E quella bambina l’ho trovata… andrò! Andrò!».



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