Il prof. Spaemann e i nostri fantasmi

L’evento della settimana per il mondo mitteleuropeo è senz’altro la visita in Italia del più eminente filosofo cattolico di lingua tedesca, il professor Robert Spaemann. Berlinese di nascita, Spaemann è stato docente nelle università di Stoccarda, Monaco e Heidelberg, dove é subentrato nella cattedra tenuta per decenni da Hans Georg Gadamer. Già membro emerito della […]

L’evento della settimana per il mondo mitteleuropeo è senz’altro la visita in Italia del più eminente filosofo cattolico di lingua tedesca, il professor Robert Spaemann. Berlinese di nascita, Spaemann è stato docente nelle università di Stoccarda, Monaco e Heidelberg, dove é subentrato nella cattedra tenuta per decenni da Hans Georg Gadamer. Già membro emerito della Pontificia Accademia per la Vita, è passato pure per La Sorbona di Parigi. Amico e collaboratore di lunga data dell’attuale Pontefice, si occupa di molte cose: primariamente di filosofia politica, ma non solo, anche etica, disegno intelligente ed evoluzionismo. Il motivo della visita in Italia é stato la presentazione del suo ultimo libro: Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico (Edizioni Ares). Per ascoltarlo si sono mossi, oltre ad Avvenire e L’Osservatore Romano, Il Corriere della Sera, La Stampa e udite udite, persino la Rai. Non capita proprio tutti i giorni. Ecco, questo significa ‘evento culturale’. La visita di Spaemann da noi è stata oggettivamente un fatto culturale. Riuscire a far smuovere i capiredattori alla cultura dei grandi giornali laici per un libro di filosofia, e pure cattolicamente ispirata, è qualcosa che da noi non si vedeva da anni, forse decenni. Sia chiaro: Spaemann lo merita in pieno, perché è un maestro, un filosofo serio come pochi altri che é stato sempre fedele al Magistero ribattendo colpo su colpo alle eresie intramondane della modernità senza negare uno iota del Credo apostolico, uno che ha fatto scuola anche all’estero, insomma uno studioso di razza, con svariati libri tradotti in mezzo mondo. Detto questo, però, forse dovremmo farci una seria riflessione autocritica, tutti noi.       

C’è infatti qualcosa che non torna se con le università che si fregiano del nome ‘cattolico’, gli svariati atenei pontifici e gli istituti di scienze religiose sparsi per tutta la penisola bisogna aspettare un intellettuale cresciuto in un Paese luterano per tornare a sentire parlare di buona filosofia e avere l’attenzione dei mass-media. Anzi, c’è molto che non torna. La domanda nasce spontanea, come direbbe Lubrano: ma in Italia si pensa ancora? esistono ancora dei filosofi cristiani? esiste cioè ancora qualcuno che pensa che la Rivelazione sia essenziale per illuminare – ieri come oggi – le questioni prime e ultime sul senso e il fine della vita? sul serio: c’è ancora qualcuno da qualche parte? a guardarsi intorno, francamente, parrebbe di no. Vorremmo allora chiederci e chiedere umilmente, così, senza polemiche, a che cosa servano i corsi di specializzazione, i master e i dottorati in filosofia che vediamo ancora elargiti a piene mani dalla filiera cattolica dell”alta (alta?) formazione’. E’ dai tempi di Del Noce e di Fabro che dalle nostre parti non si vede una figura di statura che sappia provocare un dibattito di quello che può nascere con uno Spaemann. Solo che Del Noce è morto nel 1989 e Fabro nel 1995. Significa che più o meno da vent’anni in Italia c’è il vuoto, non metaforicamente, proprio letteralmente. O chissà, forse qualcuno c’è, ma é talmente irrilevante che non se ne accorge proprio nessuno. Abbiamo i fantasmi. Ecco questi sono i nostri fantasmi, per dirla con una celebre commedia di Eduardo De Filippo. Sapete come si chiama una cosa del genere? Stalingrado culturale. Stalingrado, cioè una catastrofe storica, di dimensioni epocali. Le ultime iniziative che ci hanno un po’ ridestato dall’annoiato torpore sono state il Manifesto del Nuovo Realismo di Maurizio Ferraris (un ex allievo di Vattimo, il che è tutto dire) e, più in generale, le effervescenti paginate culturali del quotidiano fondato e diretto da Giuliano e Ferrara, il Foglio, che ha fatto conoscere nomi anche da noi nomi come Charles Taylor e Alain Besançon. Ma, di nuovo, non si tratta di farina del nostro sacco: sono iniziative di cui certo la cultura cattolica si avvantaggia, per così dire, nel senso che prende quanto vi è di buono, lo analizza, lo sottopone a vaglio e, se necessario, lo promuove anche. Ma sono sempre e comunque iniziative a rimorchio, nel senso di ‘andare dietro’. E proprio qui volevo arrivare. Andare dietro significa, di solito, che occorre seguire per forza qualcuno perchè altrimenti ci si perde, o non si sa più dove andare. In ogni caso, non si ha autonomia. Non ci si reputa all’altezza degli altri, o del luogo, o della situazione. Ecco, secondo me il problema di fondo alla fine è questo (ma lo lumeggiava già Del Noce in pagine indimenticabili): ovvero, per decenni nel secolo scorso si è pensato che il Vangelo di fronte alla storia avesse perso e le ideogie politiche di massa, con i loro partiti, invece, avessero vinto. Naturalmente non lo si diceva in questi termini, ma la sostanza era questa: la fede non aveva nulla a che fare con la costruzione della città terrena e con i suoi relativi problemi, sociali ed economici. In ogni caso era una cosa personale. Questo ha fatto sì che intere generazioni di cattolici, nell’apprendistato all’impegno sociale e politico, oltre a mettere da parte la Dottrina sociale della Chiesa (che le risposte invece le aveva eccome, se solo qualcuno l’avesse consultata) si abbeverassero a fonti e testi palesemente non cattolici. Il risultato è stato la crescita esponenziale di un vero e proprio complesso d’inferiorità verso le culture e le ideologie laiche della modernità. Per anni e anni. E anni. E anni.

Oggi, dopo decenni di questo andazzo il risultato è che, anche tra i ragazzi che escono dalle nostre università, se per caso gli poniamo la domanda: “dimmi qualcosa di cattolico”, non di rado cominciamo a vedere gli occhi che si abbassano imbarazzati o che guardano al Cielo, come in orbita, in cerca di un aiutino magari, chissà. Speriamo davvero che sia solo una triste parentesi di questi tempi, ma di certo non sarà cosa breve porre un argine a decenni di autodemolizione (per usare una celebre espressione di Papa Paolo VI). Nel frattempo, però, e nell’attesa paziente che esca fuori qualcosa d’interessante, siccome non vorrei morire di pizzichi vado anch’io in libreria ad acquistare l’ultimo libro del Professor Spaemann. Eh, è proprio il caso di dire, meno male che c’è un filosofo a Berlino…Grüss Gott, Herr Professor!



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