Il Paese dei balocchi

Diciamoci la verità: in gran parte dell’Occidente l’estate, da diverso tempo ormai, sta diventando il periodo dell’anno in cui maggiormente emerge il divorzio tra la fede e la vita vissuta, dai singoli come dai popoli. Divorzio proprio nel senso di rottura, separazione, distanza. Nel resto dell’anno, tra grandi festività in qualche modo ancora rispettate e […]

Diciamoci la verità: in gran parte dell’Occidente l’estate, da diverso tempo ormai, sta diventando il periodo dell’anno in cui maggiormente emerge il divorzio tra la fede e la vita vissuta, dai singoli come dai popoli. Divorzio proprio nel senso di rottura, separazione, distanza. Nel resto dell’anno, tra grandi festività in qualche modo ancora rispettate e celebrate e iniziative culturali o sociali varie, il Cristianesimo pubblicamente tiene. Con fatica e in mezzo a varie difficoltà, ma tutto sommato tiene. I dolori arrivano dopo, quando, un po’ per la fine dell’anno liturgico, un po’ per quella (strettamente legata, peraltro) dell’anno pastorale, un po’ perché si è stanchi delle fatiche dei mesi passati, un po’ per il caldo umido e insopportabile che avanza e spinge alla rilassatezza più totale, un po’ per tante altre cose ancora, sta di fatto che Dio finisce per scomparire dalle nostre città e, quindi, inevitabilmente, anche dalle nostre vite. Il fenomeno non è nuovo ma sta acquistando dimensioni visibilmente inquietanti negli ultimi anni soprattutto tra i più giovani e giovanissimi. Si ha l’impressione che succeda un po’ quello che accade a scuola: già da metà Maggio si tirano in remi in barca e si aspetta con ansia il suono della mitica campanella finale. Dopodichè, saluti e baci a tutti, che se ne riparla a Settembre inoltrato, o anche, a volte, psicologicamente parlando, direttamente a Ottobre. La pausa estiva (di per sé ovviamente necessaria e fondamentale, beninteso, per l’anima come per il corpo) diventa così un tempo praticamente infinito in cui si vive un’altra vita, una ‘vera’ seconda vita, che poco o nulla c’entra con quella del resto dell’anno. E’ proprio un triplo salto carpiato, se ci consentite la metafora. Le vacanze così concepite allora non diventano più il tempo del meritato riposo e anche del sano divertimento ma della fiesta senza fine, come pure si legge su qualche maglietta sfoggiata orgogliosamente per l’occasione, della baldoria più baldoria che c’è, insomma, all’insegna della ricerca dell’emozione più forte possibile o dello ‘sballo’ per essere più chiari e diretti. E’ un po’ come il Paese dei balocchi, per chi ricorda uno dei classici ottocenteschi della nostra letteratura, Le avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi. Il Paese dei balocchi veniva descritto come il posto più bello del mondo, “una vera cuccagna” esattamente. Questa la descrizione che ne veniva data: “Lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola, e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica”. Nel romanzo sono parole di Lucignolo, l’asino che convincerà Pinocchio a lasciare stare ogni proposito di crescita e maturazione per godersela al massimo, facendo della vita una festa senza fine, appunto. Prima di venire tacciati di fare i maestrini col ditino alzato, diciamo subito che non stiamo dando giudizi su nessuno, semplicemente fotografiamo l’estate che abbiamo visto, una cartolina dal litorale o un’istantanea panoramica come tante, se volete.

C’interesserebbe capire quando e in che modo è cominciato tutto questo, perché viviamo nel mondo e i cambiamenti cosiddetti sociologici c’interessano molto. Quando i nostri anziani ci raccontavano, e alcuni ci raccontano ancora, le loro vacanze, lo facevano invece molto sobriamente e persino con una certa riservatezza. Si dirà che erano poveri, alcuni avevano fatto la guerra, patito la fame, ed erano altri tempi. Vero, ma non spiega tutto. Considerato il lasso così breve di tempo, il divario è troppo forte per essere risolto così sbrigativamente. Se si pensa che erano tempi in cui persino il segretario nazionale del PCI poteva finire l’intervento al congresso delle giovani comuniste additando come esempio da seguire Santa Maria Goretti quasi fosse la cosa più ovvia del mondo e nessuno tra il pubblico ci trovava niente da ridire. Dico, Berlinguer. Secondo me una possibile risposta va cercata ancora una volta in quel decennio lungo, oscuro e complicato che va dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta: in mezzo c’è la rivoluzione dei costumi del cosiddetto ‘Sessantotto’, l’esplosione della controcultura (intesa come sistematica avversione a tutto ciò che era stato il canone occidentale tradizionale) come fenomeno di massa, e, per il popolo cristiano, il post-Concilio. E’ un decennio che vale un secolo per i mutamenti e le rivoluzioni che apporta. In qualche modo, forse, anche l’odierno mito giovanile (e giovanilistico) delle ‘vacanze’ come rottura totale e fuga dalla vita quotidiana c’entra qualcosa. Fino ad allora il Cristianesimo orientava anche il senso delle vacanze perché Dio restava comunque presente nel quadro d’insieme. Magari in fondo, ma c’era. Da allora invece è progressivamente scomparso e, guardacaso, alla fine è scomparso anche il senso del fare le vacanze. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la Mitteleuropa? Ha a che fare eccome, perché amici di quelle parti ci raccontano che le nuove generazioni (quelle nate, per intenderci, dopo la caduta del Muro) ormai hanno vent’anni e anche più, per cui votano, fanno opinione e saranno la classe dirigente di domani. Il punto è che non hanno vissuto ciò che hanno sofferto i loro genitori e, caduti i Muri e arrivato finalmente il benessere, con tutte le conseguenze del caso, vogliono godersela tutta anche loro. Quello che accade è che molti di loro vengono nelle grandi capitali d’Occidente, nei Paesi di antica tradizione cristiana, alcuni simbolo stesso della Cristianità, e si accorgono subito che la religione è molto meno importante che da loro. Arrivano finalmente a Madrid, Parigi, Londra e constatano che i cristiani non esistono quasi più o sono una minoranza. I loro coetanei-tipo, quelli con cui fanno amicizia e restano in contatto una volta tornati a casa, sono mediamente lontani dalla Chiesa, in generale orientano la loro vita a prescindere dal Vangelo senza grossi problemi e, comunque, di reale cultura religiosa sono solitamente abbastanza privi. Sono magari plurilaureati, con master alle spalle e varie esperienze professionali all’estero ma a una domanda qualsiasi sul contenuto delle Beatitudini o il dogma dell’Immacolata non saprebbero che cosa rispondere. Ecco, ci dicono i nostri amici mitteleuropei, il pericolo oggi è che il Paese dei balocchi venga esportato anche ad Est e quei giovani tornino a casa più secolarizzati di quando sono partiti e leghino l’ascesa del progresso con la scristianizzazione che hanno visto: come se non si potesse essere avanti andando ancora a Messa  la Domenica. Certo, per chi vive da sempre una vita ordinata di Fede tutto ciò appare semplicemente assurdo ma per chi da Est si confronta per la prima volta con l’Occidente la realtà è questa. Della serie: era andato per ammirare la Sagrada Familia e Notre Dame ed è tornato con Dan Brown in tasca. Che tempi, ragazzi.



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