Il new age a Trieste

Trieste, che in molti definiscono una città laica, se ha qualche ostentato fastidio verso la fede cristiana, non è altrettanto diffidente e scettica verso quel vasto caotico mare di fumose proposte spiritualiste che vanno comunemente sotto l’etichetta del new age. Numerose le conferenze, i convegni e i seminari organizzati nella nostra città — la più […]

Trieste, che in molti definiscono una città laica, se ha qualche ostentato fastidio verso la fede cristiana, non è altrettanto diffidente e scettica verso quel vasto caotico mare di fumose proposte spiritualiste che vanno comunemente sotto l’etichetta del new age. Numerose le conferenze, i convegni e i seminari organizzati nella nostra città — la più recente iniziativa, il 18 gennaio, è stata la conferenza spettacolo di Igor Sibaldi dal titolo “Dioniso” allestita al Teatro Miela.

Simbologia, angeologia, spiritismo, paganesimo, psicologia, magia, esoterismo spicciolo, teosofia, astrologia e qualche rifacimento bizzarro se non ridicolo delle più diverse correnti filosofiche e delle più disparate religioni: queste solo alcune delle correnti che ristagnano nel pantano del new age. Ogni grande civiltà, dal passato più remoto ad oggi, ha avuto un suo credo, una sua visione religiosa e spirituale della vita. La nostra civiltà ha smarrito poco a poco il senso di Dio, circostanza unica nella storia dell’uomo che ha sempre avuto i suoi altari, le sue liturgie e i suoi valori.

Il rifiuto di Dio ha scavato una depressione profonda e desertica che, parallelamente al dilatarsi del vuoto lasciato dalla divinità respinta e negata, l’uomo ha cercato di colmare sostituendo alla Rivelazione le proprie personali “rivelazioni” o, con un termine più appropriato, le proprie elucubrazioni, impressioni e sensazioni. L’insostenibile horror vacui generato dal rifiuto di Dio ha scatenato nell’uomo una spinta sfrenata e atterrita a colmare questo vuoto in qualsiasi modo, come accadeva in certe decorazioni barocche che, sopraffatte dall’abisso del nulla tipico di quella inquieta e immaginifica cultura, travasavano sul foglio bianco fiotti e fiotti di segni, arabeschi, ornati lussureggianti e intrecci fantastici di emblemi e allegorie.

Per coprire l’abisso, il new age ha saccheggiato liberamente tutti i patrimoni spirituali, religiosi e filosofici a sua disposizione, rubando qua e là quanto gli serviva per dotarsi di una teoria e di una prassi di vita il più possibile comode, facili e a portata di mano, soprattutto libere da qualsiasi rigorosa disciplina di vita e di autentica ascesi propria a tutte le grandi religioni dell’umanità. L’immaginazione dei novelli corifei del new age ha costruito negli anni una rutilante epopea che vede affiancati angeli ed alieni, Cristo e Dioniso, Iside e Maria Madre di Dio, santi e druidi, i testi rivelati delle grandi tradizioni religiose monoteiste con i sortilegi dei maghi egizi. Di tutto e di niente si occupano i divulgatori del new age che con i loro seminari insegnano a cercare i propri maestri interiori, che altro non sarebbero che la parte più profonda e autentica di noi stessi, a chiedere agli angeli, concepiti come una proiezione personale della nostra divinità interiore, di farci trovare posteggio, di salvarci da cadute accidentali e di procurarci una vincita al gioco.

Alla gente questo magma caotico e informe piace molto. Le soluzioni spicciole e comode danno la popolarità. L’uomo moderno ama medicine istantanee, non importa quali siano le loro composizioni e i loro effetti collaterali, basta addormentare ogni domanda, inquietudine e dolore, credendo ad ogni favola e chimera. Stordirsi, divagare, sognare: strana circostanza, visto che lo stesso uomo che si vanta di aver raggiunto la maggiore età e di poter dominare il mondo e la propria vita, è lo stesso che poi non riesce a resistere al richiamo delle sirene che gli regalano ricette sicure e rapide per il conseguimento della salute — fisica e interiore —, dell’agiatezza e della felicità. La fede, quella vera, è sentita come troppo esigente. La fede richiede tempo, concentrazione, fatica, esercizio costante delle proprie facoltà, ricerca perseverante di risposte autentiche, disponibilità a consegnarsi a qualcosa di più vasto che ci comprende e ci sopravanza. Parole dure per l’uomo moderno, che paradossalmente quanto è pronto ad ergersi orgogliosamente ad arbitro del proprio destino, tanto è facile poi ad arrendersi e ad affidarsi alle più fantasmagoriche superstizioni. Perfino un eterodosso come René Guénon (1886-1951), uno studioso serio del sottosuolo esoterico — il termine “esoterico” è da lui adoperato per indicare ciò che non è immediatamente evidente e facilmente accessibile — delle tre grandi religioni monoteiste (cabala ebraica, sufismo islamico e mistica cristiana), giudicherebbe una simile barbarie intellettuale e spirituale come uno dei punti più bassi del ciclo di decadenza morale e spirituale dell’umanità iniziato a suo avviso con il Rinascimento. Guénon ha sempre propugnato la validità assoluta e insostituibile degli eterni valori spirituali e morali comuni alle tre grandi tradizioni religiose monoteiste — islamica, ebraica e cristiana —, colte, studiate e valorizzate in quel periodo di irripetibile splendore che fu per lui il Medioevo, tradizioni al di fuori delle quali vi è solo disordine, decadenza e impoverimento morale e spirituale.

E se è vero, come molti studiosi di religioni comparate affermano, che l’umanità di oggi è stanca dei dogmatismi e delle regole fini a se stesse della fede e nutre aspirazioni spirituali inconciliabili con qualsiasi credo istituzionale e codificato, è altrettanto vero che esistono nella nostra fede patrimoni immensi di mistica e di spiritualità che di quei dogmatismi e di quelle regole sono l’anima e l’origine, poiché tutto scaturisce da Dio e a Lui ritorna. Non si ha più voglia di cercare seriamente, di indagare e di studiare, di impegnarsi in una scelta di vita da coltivare e rinnovare ogni giorno, da affinare, approfondire e perfezionare. Gran parte dell’Europa — l’Europa nata, cresciuta e fiorita dal cristianesimo, destinata a toccare nei suoi momenti migliori l’apice dello splendore proprio perché cristiana —, non conosce più la propria fede, ma ha ormai fatto proprie le concezioni liberal chic ostili alla Chiesa e al suo insegnamento perché giudicati inconciliabili con l’emancipato e libero abitatore del presente. Il credere è ritenuto una dichiarazione umiliante di minorità. Non credere ad altro che a se stessi e alle proprie risorse — di fronte a questa pretesa ci coglie immediata e un po’ ironica una domanda: di quali potenti risorse può mai disporre un essere ogni giorno destinato a scontrarsi con i propri limiti, la propria ignoranza e finitezza? — è segno invece di coraggio, libertà e nobiltà.

Anche degli insospettabili, veramente addentro nella religione cattolica e nella conoscenza delle Sacre Scritture, come Mauro Biglino sono infine caduti nella rete a maglie fitte di questa immensa e arbitraria tessitura ordita con eccessiva immaginazione da mano d’uomo. Biglino, specializzato nella traduzione dell’ebraico antico, ha tradotto dal testo masoretico 19 libri della Bibbia pubblicandoli per la casa editrice San Paolo. Questo percorso, durato decenni e che lo ha messo a contatto diretto con le sorgenti della nostra fede, ad un certo punto ha subito un ben singolare pervertimento. A partire da alcuni termini ebraici, da lui interpretati con estrema libertà e fantasia, Biglino ha iniziato a elaborare una sua personale, molto personale, traduzione ed esegesi del libro della Genesi. Ha scritto numerosi libri su questo argomento ed è riuscito a conquistarsi un folto gruppo di ammiratori e appassionati seguaci. Qualche mese addietro è stato ospite a Trieste di un grande convegno incentrato sui più focosi e scalpitanti cavalli di battaglia del new age.

Il Dio creatore dell’Antico Testamento, per Biglino, sarebbe una misteriosa figura che indica più divinità. Queste a loro volta non sarebbero divinità nel senso che noi comunemente attribuiamo alla parola, ma alieni colonizzatori della terra che hanno creato l’uomo in laboratorio attraverso ipertecnologici esperimenti genetici per avere degli schiavi che li servissero coltivando la terra ed eseguendo tutti i lavori manuali e pesanti. Il fine? Sfruttare tutte le risorse del pianeta senza faticare. Sembra che i risultati non abbiano poi soddisfatto le aspettative marziane e che i nostri creatori ci abbiano abbandonato a noi stessi, incatenati senza requie a questo “atomo opaco del male” che sarebbe la terra.

Biglino rilegge la creazione della Genesi alla luce dei miti fondativi della civiltà mesopotamica, in particolare riallacciandosi al poema cosmogonico e teogonico “Enûma Eliš”, scritto in accadico e appartenente alla tradizione religiosa babilonese. In questo poema, le cui copie più antiche, alcune delle quali appartenenti alla Biblioteca di Assurbanipal, si fanno risalire al I millennio a.C., si racconta l’origine degli dei e dell’universo, a partire dalla coppia Apsû, Padre del cosmo e Abisso delle acque dolci, e Tiāmat, l’Acqua salata del mare e Madre del cosmo. Dalla loro unione nascono gli dei, noti come Annunaki, i quali per lunghi cicli cosmici si combattono, si alleano, muoiono, si moltiplicano, attentano fino a riuscirci alla vita dei loro progenitori. In particolare si distingue il dio Marduk che, uccisa la gran madre Tiāmat, ne smembra il corpo e inizia la sua opera di creazione del mondo e dell’uomo che viene plasmato con terra commista a un grumo di sangue divino. Lo scopo è dare vita a una razza di schiavi a cui affidare tutte le fatiche prima sostenute dagli dei stessi.

Biglino riprende questo mito e identifica il Dio biblico con gli Annunaki — per lui degli alieni giunti sulla terra dallo spazio profondo e dotati di una tecnologia avanzatissima di cui rimangono anche numerose altre testimonianze bibliche (le diverse teofanie, il carro di Elia, il carro di Ezechiele, l’arca dell’alleanza, etc. ) e siti archeologici come le piramidi d’Egitto. L’uomo sarebbe frutto di un esperimento genetico e destinato solo a servire queste divinità aliene. Praticamente la nostra vita sarebbe una trovata da laboratorio e noi degli animali da soma gettati in questo mondo solo per sgobbare fino alla morte, al servizio di una razza “superiore” piovuta da chissà quale galassia. Senza voler mettere in campo le ragioni personali di una simile deprimente interpretazione che gareggia in angoscia e clima da incubo con gli inferni più oscuri dei castelli, dei processi e degli scarafaggi kafkiani, ci si interroga sul favore e l’entusiasmo che una simile lettura suscita negli appassionati del traduttore.

Sembra che per compiacere i sempre più numerosi seguaci del new age, sia sufficiente parlare male della Chiesa in ogni occasione. Questi attacchi suscitano sempre grande ilarità ed entusiasmo. Ci si sente oppressi dalla libertà dei figli di Dio, per applaudire contenti chi ci viene a dire che non siamo altro che l’esperimento genetico di una mostruosa genia extraterrestre che ha impresso a fuoco nella nostra carne le catene di una schiavitù da cui non ci libereremo mai se non con la morte, oltre la quale non vi è nulla. Che cosa c’è da entusiasmarsi di fronte a una concezione simile? Si rifiuta la grande visione cosmica del Dio creatore della Bibbia, la sua Rivelazione in Cristo e la sua Verità, per credere a dei marziani che ci avrebbero creati schiavi? Alla libertà elargita da Dio si preferisce la schiavitù degli alieni? Al grande progetto di vita che Dio ha voluto per noi sin dall’eternità la riduzione in catene sino alla morte? All’Amore salvifico del Creatore, la gelida calcolatrice ostilità di creature extraterrestri che forse ancora ci scrutano con sguardo nemico dallo spazio più profondo? Mi soffermo a lungo su questo autore perché gode di una straordinaria popolarità e i suoi libri sono molto famosi. Il suo nome, nei convegni di un certo genere, suscita un applauso immediato con grandi sorrisi di complicità e simpatia. Follia, gusto del paradosso, o una manifestazione di quella parte bruta, non pensante e istintuale della sfera più primitiva e irrazionale della nostra mente, che Proust con un termine azzeccatissimo chiamava bêtise? È evidente che nell’occhio dell’uomo è entrata una scaglia avvelenata che lo ha privato della capacità di vedere secondo verità.

Questa triste e paradossale contingenza ci ricorda una delle più belle favole di Andersen: “La regina delle nevi”. Vi si racconta di uno specchio costruito da un malvagio Troll la cui superficie riflettente ha il potere di non far più vedere le cose belle ma solo quelle brutte accentuandone i difetti fino a renderle deformi. Un giorno lo specchio si rompe e i suoi frammenti vengono trascinati dal vento in tutto il mondo entrando negli occhi degli uomini, così da corromperne il cuore. Una di queste scaglie un giorno entra nell’occhio del piccolo Kay, un bimbo dolce e buono che con la sua amica del cuore Gerda coltiva delle splendide rose sulla terrazza di casa. Da questo momento diventa malvagio e comincia a trattare male l’infelice Gerda, finché un giorno viene rapito dalla Regina delle Nevi che baciandolo gli toglie la memoria e lo porta con sé nei suoi regni remoti di nevi perenni, in un castello di ghiaccio. Qui il piccolo è costretto dalla Regina a provarsi in un gioco misterioso: tentare di scrivere con il ghiaccio la parola “eternità”, impresa che mai gli riesce. Gerda si mette alla ricerca dell’amico perduto e dopo mirabolanti avventure finalmente arriva al castello di ghiaccio dove ritrova Kay. Abbracciandolo con tutto l’amore genuino e tenero del suo piccolo cuore, Gerda riesce con il calore delle sue lacrime a far uscire dall’occhio di Kay il frammento di specchio. Il bambino ritrova la memoria e insieme anche la perduta bontà. A sigillare il lieto fine, ecco, davanti ai due piccoli amici abbracciati e felici, i caratteri di ghiaccio disporsi da soli a comporre la parola “eternità”.

Continuando sul filo della metafora e dei simboli di questa gentile e profonda favola, ci sembra che le scaglie di questo specchio volteggino ancora tra gli evoluti uomini moderni e ne distorcano la vista così che essi non riconoscono più la vera bellezza e inseguono compiaciuti e immemori solo ciò che è brutto. Uomini divenuti del tutto incapaci di scrivere, nei loro castelli freddi e desolati, con il ghiaccio della loro logica e del loro nudo e distruttivo raziocinio, l’unica parola che infondo conti nella vita e che solo Dio può rendere reale dando un senso, una sostanza e un fine ai nostri brevi e incerti giorni su questa terra: la parola “eternità”.



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