Il Natale conteso tra l’Occidente e la Russia

La notizia della settimana questa volta arriva da Parigi e – anche se gli eventi in realtà risalgono a più di qualche giorno fa – la approfondiamo volentieri perché ci pare sintomatica della strana guerra fredda asimmetrica che sta avendo luogo in questi mesi in Europa. Anzitutto i fatti: la più simbolica chiesa di Francia, […]

La notizia della settimana questa volta arriva da Parigi e – anche se gli eventi in realtà risalgono a più di qualche giorno fa – la approfondiamo volentieri perché ci pare sintomatica della strana guerra fredda asimmetrica che sta avendo luogo in questi mesi in Europa. Anzitutto i fatti: la più simbolica chiesa di Francia, la celebre cattedrale di Notre Dame che sorge sull’omonima piazza parigina, capolavoro immortale dell’arte gotica del XII secolo, oggi sede del Primate di Francia e decretata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, quest’anno ospiterà sul suo sagrato un albero di Natale ‘donato’ (nel senso di pagato, circa 80.000 euro) direttamente dalla Russia. La tradizione locale, da tempo immemore, vuole infatti che il più grande abete della capitale sia collocato antistante al tempio mariano per eccellenza d’Oltralpe. Sempre secondo tradizione, l’uso è che siano i parigini stessi (commercianti e popolo) a farsene carico, provvedendo alle spese, dalle decorazioni al trasporto. Solo che quest’anno – per la prima volta – pare che i soldi non bastassero. O meglio, non c’erano proprio. Non è che mancasse una parte, mancava proprio la quota intera. Quali che siano le motivazioni reali, d’altronde la crisi è crisi per tutti nella Vecchia Europa, Parigi rischiava davvero – a quanto pare – di fare Natale senz’albero. Così il rettore della Cattedrale, monsignor Patrick Jacquin, è andato in cerca di fondi in giro per le rappresentanze diplomatiche dei dintorni. Sorpresa delle sorprese: l’ambasciatore russo a Parigi non se l’è fatto ripetere due volte. Non sia mai che Notre-Dame resti senz’albero. Ci pensiamo noi: che problema c’è? Et voilà, in men che non si dica ecco staccato l’assegno tanto sospirato ed ecco spuntare sulla piazza il grandioso abete di 25 (dicesi venticinque) metri. I mass-media si sono buttati sull’inedita vicenda con prevedibili giochi di parole sarcastici a doppio senso: Putin in soccorso del Cardinale, la Santa Madre Russia salva la Francia povera e materialista e via dicendo di questo passo. Proprio negli stessi giorni, peraltro, il partito di Marine Le Pen che ha stravinto le ultime consultazioni in Patria rinnovava la fiducia alla politica estera del Cremlino confermando l’avvicinamento strategico degli ultimi mesi. Ora, al di là delle trovate giornalistiche, l’episodio, obiettivamente, merita qualche approfondimento. Non staremo qui a deprecare (anche se la tentazione è forte) lo stato della cattolicità transalpina – un tempo ex “figlia primogenita della Chiesa” – da decenni a questa parte. Come non staremo a cantare una nuova elegia al Presidente russo: non facciamo politica partitica, neanche tanto così per giocare in casa altrui. La vicenda però è seria perché nella sua semplicità spiega anche le contraddizioni dell’Europa di oggi in cui uno storico Paese-fondatore privatizza le questioni identitarie più cruciali in omaggio alla cultura della modernità più ideologica che ha sposato tempo addietro e un altro che per molti (russi compresi) non fa nemmeno parte (da più punti di vista) del Continente europeo riscopre la migliore identità di quella stessa civiltà. E si pone anzi, qualcuno l’ha detto – non solo relativamente al ‘caso Notre-Dame’ – come alfiere e baluardo della Nuova Cristianità a livello geopolitico. Rispondiamo subito alla prima obiezione che potrebbe venire in mente secondo cui l’atteggiamento di Mosca sarebbe qui del tutto pretestuoso e opportunistico, non dettato in ultima analisi da vere motivazioni spirituali o più propriamente culturali: e chi se ne importa, direbbe quello. L’importante è farle le cose, metterci la faccia. Se poi questo è legato a un mero tornaconto personale lo si vedrà presto ma intanto è sempre meglio fare qualcosa che non fare niente. D’altra parte, rispondiamo però pure convintamente alla seconda obiezione, dell’altra fazione, secondo cui questo ennesimo episodio non è che l’ulteriore, ennesima dimostrazione che l’unico cristiano rimasto oggi in giro – per quanto scismatico – sia l’inquilino del Cremlino. Ma la moltitudine dei cattolici ucraini, per dirne una, che sono un qualche milione e qualche voce in capitolo ce l’hanno, non la pensa esattamente così. E nemmeno i cattolici polacchi a ben vedere la pensano proprio così. E nemmeno quelli lituani, per dirla tutta. Che si fa? Andiamo da tutti loro e gli spieghiamo come stanno veramente le cose perché noi a migliaia di chilometri di distanza sappiamo veramente come stanno le cose a differenza di loro che ne sono parte in causa?

Al solito, le cose sono sempre più complesse di quello che sembra, soprattutto quando si tratta di quell’area geografica in cui le rivendicazioni del passato, mai sopite, si sommano oggi ai rinati nazionalismi del presente e la tendenza a omologare ogni cosa è più forte di quella a distinguere. Di certo il dato positivo davvero nuovo è che oggi il fattore religioso e spirituale può davvero unire mondi che fino a ieri erano incomunicabili. Molto più dell’economia o della politica, sicuramente. Anche noi, forse, dopotutto dovremmo  abituarci a ragionare di più in questo senso: se davvero siamo figli di un’unica eredità spirituale allora i dialoghi interculturali dovrebbero prendere avvio anzitutto dal sentire comune che fa sì – per esempio – che un Solženicyn (un ortodosso praticante) sia oggi tra le letture immancabili dei giovani cattolici d’Occidente. Solženicyn, però, le cantava francamente anche al Patriarcato e sul Putin di adesso forse avrebbe idee un po’ diverse dalle nostre. Punti di vista, per carità. Ma solo per dire che la strada per comprendere le sfaccettature (spesso in chiaroscuro) dei nostri vicini d’Oriente a volte é faticosa e spesso è straordinariamente complicata. Però è appassionante. E vale sempre la pena d’inseguirla: anche, e soprattutto, quando sembra che invece non valga e l’unica scelta apparentemente rimasta ai più sembra quella di schierarsi ‘armi’ – metaforicamente e non – in pugno.



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