I “semi” luterani nell’assolutismo e nel totalitarismo

Si avvicinano i Cinquecento anni dall’affissione delle famose tesi di Martin Lutero. Sarà allora interessante ricordare cosa significò la riforma protestante, anche dal punto di vista politico. Per farlo la Nuova BQ ha intervistato il professor Rocco Pezzimenti, laureato in Scienze Politiche ed in Filosofia, già docente presso la Facoltà di Scienze Politiche della LUISS […]

Si avvicinano i Cinquecento anni dall’affissione delle famose tesi di Martin Lutero. Sarà allora interessante ricordare cosa significò la riforma protestante, anche dal punto di vista politico.

Per farlo la Nuova BQ ha intervistato il professor Rocco Pezzimenti, laureato in Scienze Politiche ed in Filosofia, già docente presso la Facoltà di Scienze Politiche della LUISS e all’Università degli Studi del Molise. Oggi Pezzimenti è Direttore del Dipartimento di Scienze Economiche, Politiche e delle Lingue Moderne della Lumsa.

Professore, il concetto di pessimismo antropologico di Lutero, unito all’idea del servo arbitrio, fanno del monaco tedesco un avversario della concezione antropologica che va da Aristotele (l’uomo come animale politico) a tutta la filosofia cristiana (l’uomo capace di bene, di amore per il prossimo, con l’aiuto della grazia divina). Perché questa visione antropologica ha conseguenze politiche?

Questa visione antropologica ha conseguenze politiche perché è il presupposto dell’assolutismo moderno. Il pessimismo antropologico è alla base del pensiero che va da Machiavelli a Hobbes passando per tanti altri. È davvero curioso che il Rinascimento, e in genere tutta la prima modernità, mentre presenta un ottimismo quasi sfrenato, che pervade le scienze e le arti in genere, non riesca a dare alla politica quella centralità che, invece, riserva all’uomo ogni altro campo del sapere. La riflessione politica del Cinquecento, Seicento e, nell’Europa continentale, per buona parte del Settecento, è tutta pervasa da un acceso pessimismo, frutto di un crescente clima di insicurezza, che determina riflessioni o utopistiche o assolutistiche. La ragione di tutto ciò, contrariamente a quanto si ripete ormai da tempo in modo acritico, credo vada ricercata nelle Riforme, in tutte le Riforme, che ruppero quell’unità ideale, sulla quale si reggeva da secoli l’Europa, generando un clima di sospetti reciproci e, quindi, di insicurezza, che favorirono il sorgere e l’affermarsi dell’assolutismo visto come sistema politico capace di dare sicurezza e protezione, anche a costo di rinunciare alle più elementari libertà. Il sovrano assoluto viene così visto come il dio artificiale capace di assicurarci la vita. A questo sovrano, in cambio, si deve la più cieca obbedienza. Tutte le teorie sulla resistenza al tiranno e persino la possibilità del tirannicidio, fiorite in tutto il Medioevo, sembrano di colpo dimenticate.

Lutero, eliminando la Chiesa cattolica, sottomette il potere religioso al potere politico. Per contrastare l’autorità religiosa del papa, esalta e assolutizza il potere temporale; per avere il potere dei principi tedeschi, ingrandisce enormemente il loro potere. È così?

È così. Diciamo pure che questa è la logica conseguenza dell’eliminazione del dualismo tardo-antico e medievale tra politica e religione. Eliminando il potere religioso non rimane che il potere del principe che non trova nessuna autorità in grado di contrastarlo. Anzi, il potere politico, inglobando in sé anche ogni prerogativa di tipo religioso, annulla persino la libertà di coscienza. Questa, infatti, non trova più alcuna autorità in grado di sostenerla e perde ogni riferimento al quale ancorarsi. Si elimina così persino la possibilità dell’obiezione di coscienza.

L’episodio che più evidenzia questa nuova concezione del potere è la rivolta dei contadini, in seguito alla quale Lutero invita i principi all’uso della violenza: “Verso i contadini testardi, caparbi e accecati, che non vogliono sentir ragione, nessuno abbia un po’ di compassione, ma percuota, ferisca, sgozzi, uccida come fossero cani arrabbiati…”. Cosa è accaduto?

È accaduto che Lutero vedeva nella rivolta contadina la ribellione a quei principi che avevano appoggiato la sua Riforma. Una vittoria di quei disperati avrebbe potuto compromettere i risultati ottenuti dalla sua lotta e, per questo, vi si oppose. Lutero dimostra qui tutta la sua intolleranza. Sembra voler mantenere il monopolio della ribellione verso il Papato non rendendosi conto che, una volta rifiutata l’autorità religiosa, invitava chiunque a fare altrettanto, anche verso la sua riforma. Anche se non gli stava bene, questo fu, in fondo, il presupposto dal quale partirono tutti gli altri riformatori. Fu così che si generarono sette a ripetizione e che si frantumò, in modo irreparabile, l’unità del Cristianesimo.

L’intransigenza cui Lutero invita il potere politico, è la stessa che adotta nei confronti dei suoi oppositori. Ad Erasmo, nel De Servo arbitrio, spiega di avere ragione lui, senza alcun dubbio, nell’interpretare le Sacre Scritture. Lutero legge bene, Erasmo male. Altrove afferma: “Io non ammetto che la mia dottrina possa essere giudicata da alcuno, neanche dagli angeli. Chi non riceve la mia dottrina non può giungere alla salvezza”. C’è contraddizione tra il libero esame (ognuno può legger la Bibbia senza l’ausilio della Chiesa) e questo atteggiamento iperdogmatico?

Direi di no. Lutero sembra essere consequenziale. Quello che egli definisce il libero esame è il suo libero esame ed è chiaro che il suo è un dogmatismo pari a quello che, secondo lui, pretendevano di avere gli altri riformatori. Accettarli, significava accettare altre vie e possibilità di salvezza e soprattutto avrebbe significato la possibilità di essere giudicato, assieme alla sua dottrina, da altri. Paradossalmente Lutero vuole per sé quel privilegio che, invece, voleva togliere alla Chiesa. Come questa ribadiva extra Ecclesia nulla salus, egli affermava “Chi non riceve la mia dottrina non può giungere alla salvezza”. Solo che la Chiesa sosteneva la sua presa di posizione in base alla sua tradizione e in base all’eredità raccolta dagli apostoli; Lutero, invece, appoggiava questa sua presa di posizione unicamente sulla sua ribellione. Giunti a questo punto, occorre chiarire un argomento cruciale sul quale c’è ancora molta confusione. Un certa cultura antireligiosa sostiene che, con la sua ribellione, Lutero sia alla base della modernità. Ma questo, era proprio quanto egli non voleva. Per fondare la sua Riforma, sostenne che la Chiesa era diventata troppo “moderna” e che occorreva tornare alle origini che, peraltro, da un punto di vista dogmatico non ritrovò. La Chiesa, che non a caso si definisce semper reformanda, era al passo con i tempi ed era questo che non stava bene a Lutero.

Qual è l’effetto della riforma protestante al livello geopolitico?

A livello geopolitico gli effetti della Riforma furono devastanti. Non solo si determinò una spaccatura in Europa che causò circa due secoli di guerre di religione, ma tale frattura finì per ripercuotersi nel mondo intero, vista la penetrazione coloniale che le potenze europee ebbero negli altri continenti.

Dopo Lutero, Thomas Hobbes in Inghilterra e poi Hegel in Germania: c’è un filo rosso che porta dalla politica di Lutero all’assolutismo?

È questo un punto assai controverso tra gli studiosi. Personalmente penso che il filo rosso di cui lei parla ci sia anche se, per una serie di motivi assai complessi, in Inghilterra il pluralismo religioso, pure grazie alla presenza dei cattolici, sopravvisse determinando anche una ripresa degli ideali liberali. In Germania, invece, la frattura fu più accentuata e la stessa storia politica ne risentì. Non possiamo certo dimenticare che proprio dal paese di Lutero, oltre a venire la prima giustificazione dell’assolutismo, verranno poi le premesse teoriche dei totalitarismi contemporanei. Certo, ho la piena consapevolezza che non tutta la cultura tedesca sia responsabile di ciò – non dimentico quell’altro filo conduttore che va da Schiller a Mann – ma non posso dimenticare quello che lo storicismo dialettico ha significato per la cultura contemporanea per la sua rigidità e intolleranza.

Molti storici hanno messo in luce un fatto: che i protestanti tedeschi, molto più numerosi e forti dei cattolici, tardarono ben più di costoro ad accorgersi di cosa il nazismo fosse davvero. Tanto che, non pochi di essi, in principio, appoggiarono Hitler. Scrive Emilio Gentile: “Più propense a schierarsi con il nazionalsocialismo, con la sua concezione della nazione e dello Stato e con il suo antisemitismo, erano le chiese luterane, vincolate per secolare tradizione all’obbedienza al potere statale quale espressione della volontà divina”. C’è davvero un legame tra l’idea di nazione e di Stato di Lutero e l’ideologia nazista?

In base a quanto detto sin qui, negare questo legame equivarrebbe a sostenere che Hitler sia quasi il frutto di un caso o di un perverso miracolo. In politica, io non credo né all’uno né all’altro. Le cause del nazismo sono così tante ed evidenti che nessuno può dire che si sia generato all’improvviso. In parte della filosofia tedesca, si pensi a Fichte, c’è la convinzione che Lutero sia il prototipo della nazione tedesca. Queste affermazioni, peraltro ripeto non condivise da tanta cultura tedesca, devono, comunque, farci riflettere. Per quanto riguarda l’inizio della domanda, va ricordato che non sono pochi gli uomini di cultura tedeschi, e tra questi ricordo Mann, che lodarono la resistenza al nazismo operata da tanti cattolici tedeschi.

Infine, qual è il rapporto “giusto” tra potere temporale e potere religioso per la Chiesa?

La risposta a questa domanda, quanto mai attuale e importante, ci viene da tutta la riflessione filosofica e politica cristiana. Dalle due città agostiniane e dagli scritti di Giovanni di Salisbury alla riflessione tomista sino a quella di Rosmini. Si tratta di un dualismo necessario che cerca di limitare i possibili abusi e estremismi nei quali può cadere ogni singola parte. L’abolizione di questo dualismo è dovuto sicuramente alle riforme, ma giova ricordare che, anche nei paesi cattolici, si è fatto di tutto per mettersi su questa strada. Voglio ricordare che, quando nell’Ottocento si formulò la famosa espressione libera Chiesa in libero Stato, non furono pochi i pensatori cattolici, da Montalembert a Newman, che la criticarono. Per garantire un reale dualismo, si sarebbe dovuto dire libera Chiesa e libero Stato. Era solo una congiunzione, ma faceva una grande differenza e, mi sembra, che le conseguenze di tale differenza le abbiamo ora sotto gli occhi.

di Francesco Agnoli

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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