Gli altri tre doni dello Spirito Santo

Papa Francesco ha completato le catechesi sui doni dello Spirito Santo. In un precedente articolo avevamo persentato l’insegnamento del Papa sui primi quattro doni, ora concludiamo con gli altri tre.

Papa Francesco ha da poco concluso le Udienze generali del mercoledì dedicate ai sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Quanto ai primi quattro doni, ne avevamo già parlato su Vita Nuova online in un articolo precedente. Ora riflettiamo sulle catechesi del Papa relative agli ultimi tre doni.

La scienza

Il Santo Padre afferma che la scienza «ci porta a cogliere, attraverso il creato, la grandezza e l’amore di Dio e la sua relazione profonda con ogni creatura». Ovvero presenta la scienza come un dono simile al discernimento, per cui l’uomo può sapere con certezza «come ogni cosa ci parla di Lui e del suo amore». Tramite la scienza, l’uomo coglie la profonda bellezza del creato: se ne stupisce con «gratitudine» e «meraviglia». Da qui sgorga la lode dell’uomo nei confronti dello Spirito Santo, che rende capace le persone di riconoscere nel creato l’amore immenso del Creatore.

È il dono della scienza – dice il Pontefice – che ci mostra la bontà del creato, così come Dio vide che la sua creazione «era cosa buona» (cf Gen 1, 12.18.21.25). Anzi, «molto buona» (v. 31). In altre parole, il dono della scienza «ci fa partecipare alla limpidezza» dello «sguardo» e del «giudizio» di Dio, in modo che «riusciamo a cogliere nell’uomo e nella donna il vertice della creazione». Questo significa il «compimento di un disegno d’amore che è impresso in ognuno di noi e che ci fa riconoscere come fratelli e sorelle».

È semplice vedere in ciò – osserva Papa Francesco – lo stesso Spirito che ispirò san Francesco d’Assisi, assieme ad altri santi, «che hanno saputo lodare e cantare il suo amore attraverso la contemplazione del creato». È proprio attraverso la scienza che l’uomo si riconosce «custode» del creato e gl’impedisce di cadere soprattutto in due «atteggiamenti eccessivi o sbagliati»: considerare se stessi i padroni esclusivi del creato e «fermarci alle creature, come se queste possano offrire la risposta a tutte le nostre attese».

San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, presenta il dono della scienza in modo molto simile: con la scienza l’uomo «ha un giudizio retto e sicuro» nei confronti della verità (IIª IIᵆ, q. 9, a. 1). Ovvero, la scienza rende capace l’uomo di pervenire alla «certezza della conoscenza» nei confronti delle realtà divine. E non solo l’uomo ricava una certezza sulle verità dogmatiche, che provengono dalla Rivelazione ma, per via della sua finitezza, egli conosce Dio specialmente «a partire dalle realtà create» (ibidem, a. 2).

Con l’intelletto – scrive san Tommaso – l’uomo comprende la verità, ma è con la scienza che egli giunge alla «certezza» della medesima verità. E questo avviene immediatamente (come per tutti i doni), per «semplice intuizione» e al di là del procedimento scientifico naturale e consueto, che si avvale della via discorsiva e raziocinante. La scienza dà quindi, ad alcuni, «la capacità di insegnare la fede, di persuadere gli altri a credere e di affrontare chi contraddice», intuendo subito non tanto dov’è la verità, ma dov’è la «certezza» della verità (ibidem, a. 1).

La pietà

Dice Papa Francesco, che il dono della pietà «tante volte viene frainteso». La pietà – specifica – «non si identifica con l’avere compassione di qualcuno», ma «indica la nostra appartenenza a Dio e il nostro legame profondo con Lui»: questo legame «dà senso a tutta la nostra vita e che ci mantiene saldi, in comunione con Lui, anche nei momenti più difficili e travagliati»

E, dunque, l’uomo pietoso ha una relazione con Dio «vissuta col cuore». La pietà è, nel suo senso più profondo, «sinonimo di autentico spirito religioso, di confidenza filiale con Dio, di quella capacità di pregarlo con amore e semplicità che è propria delle persone umili di cuore». Se questo accade, l’amore che abbiamo nei confronti di Dio si riverserà «anche sugli altri» e potremo finalmente «riconoscerli come fratelli». Inoltre, «c’è un rapporto molto stretto fra il dono della pietà e la mitezza», per cui lo Spirito Santo «ci fa miti, ci fa tranquilli, pazienti, in pace con Dio, al servizio degli altri con mitezza».

Quest’ultimo aspetto è colto ancora da San Tommaso d’Aquino che, sempre nella Summa Theologiae, accosta il dono della pietà alla seconda beatitudine: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5, 5, in IIª IIᵆ, q. 121, a. 2). Il Dottore angelico s’ispira a Sant’Agostino, che scrive: «La pietà si addice ai mansueti» (De sermone Domini in monte, 1, 4).

Come definire, allora, questo dono? La pietà – scrive san Tommaso – «ci spinge a presentare un culto a Dio come Padre, sotto la mozione dello Spirito» (ibidem, a. 1). In seguito al culto, l’uomo si perfeziona nell’amore e non può, per la sovrabbondanza della grazia, non volgere lo sguardo al fratello nell’indigenza. Difatti, «indirettamente, tale dono ha anche il compito di sollevare chi è nella miseria» (ibidem).

Il timore di Dio

Non si tratta, qui, di «avere paura di Dio» – dice il Papa – perché «sappiamo bene che Dio è Padre, e che ci ama e vuole la nostra salvezza, e sempre perdona». Il timore di Dio è, piuttosto, «l’abbandono nella bontà del nostro Padre che ci vuole tanto bene», nel senso che «ci fa prendere coscienza che tutto viene dalla grazia e che la nostra vera forza sta unicamente nel seguire il Signore Gesù».

Ma perché si chiama «timore»? Poiché – spiega il Santo Padre – esso è anche «un “allarme” di fronte alla pertinacia nel peccato». È un avvertimento, soprattutto, al peccatore, «quando bestemmia contro Dio, quando sfrutta gli altri, quando li tiranneggia, quando vive soltanto per i soldi, per la vanità, o il potere, o l’orgoglio». In questo caso Dio ammonisce con fermezza: la persona corrotta, il fabbricante di armi, il mercante di morte, o l’avaro, o lo schiavista, non «sarà felice dall’altra parte», dopo la morte. Dovrà, anzi, rendere conto a Dio della propria malvagità.

Viceversa, il penitente è trasformato dallo Spirito e il dono del timore genera il lui «coraggio e forza». È un dono – continua il Pontefice – che fa di noi dei cristiani «convinti, entusiasti, che non restano sottomessi al Signore per paura, ma perché sono commossi e conquistati dal suo amore»!

Proprio per questo San Tommaso distingue due tipi di timore, nel penitente: il «timore servile», imperfetto, che è generato dal «timore della pena»; e il «timore filiale» (timore casto), che invece nasce dal «timore della colpa» per il proprio peccato (IIª IIᵆ, q. 19, a. 1-2). La paura dell’inferno, in certi casi, può essere salutare, ma Dio desidera che ci convertiamo non per paura della dannazione (pena), ma per il rimorso di averlo offeso con il peccato (colpa). Per questo motivo il penitente è chiamato non alla disperazione della salvezza ma, al contrario, alla fiduciosa confessione dei peccati, che non può che portare al perdono e alla misericordia divina.



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