Demografia tedesca

Un vecchio adagio anglosassone dice che se un popolo non si preoccupa periodicamente della propria demografia, cioè della propria riproduzione biologica e delle proprie generazioni future, alla lunga sarà la demografia altrui ad occuparsi di lui. La cosa ci è tornata in mente in settimana, quando sono stati resi noti alcuni dati relativi all’invecchiamento della […]

Un vecchio adagio anglosassone dice che se un popolo non si preoccupa periodicamente della propria demografia, cioè della propria riproduzione biologica e delle proprie generazioni future, alla lunga sarà la demografia altrui ad occuparsi di lui. La cosa ci è tornata in mente in settimana, quando sono stati resi noti alcuni dati relativi all’invecchiamento della popolazione in Germania. Sì, proprio la grande Germania. La notizia, per la verità, la si sapeva già da tempo ma – come si suol dire in questi casi – i numeri nudi e crudi provocano un impatto emotivo che nemmeno il discorso più dotto e convincente potrebbe generare. E’ accaduto che l’Istituto di Economia Internazionale di Amburgo (Hamburgische WeltWirtschaftsInstitut – HWWI)ha reso note le ultime rilevazioni comparative su scala internazionale per quanto riguarda la natalità e si è scoperto che l’ultimo posto spetta proprio al ‘motore d’Europa’, che fa registrare di media ogni anno appena 8 figli ogni 1000 abitanti, peggio persino del Giappone (se ve lo state chiedendo, l’Italia è a 9,3). Ancora più impressionanti le proiezioni nel medio e nel lungo-termine: tra meno di quindici anni, cioè nel 2030, se nulla cambierà nei trend attuali, la forza-lavoro disponibile nella popolazione adulta scenderà dall’attuale 61 al 54% mentre nel giro di quarant’anni la popolazione complessiva – attualmente attestata sugli 81 milioni – potrebbe scendere a 65. Ora, non serve un’equipe di scienziati per concludere che questo fenomeno avrà effetti rilevantissimi sulla politica e la gestione dell’intero sistema-Paese, a cominciare dalla tenuta dello Stato-sociale (peraltro già leggero) che sarà messo a dura prova. La mossa più immediata per arginare la crisi di anzianità della Nazione e garantire la sostenibilità dello sviluppo e del mercato del lavoro sarà quasi sicuramente l’aumento dell’immigrazione, che però, come noto, non è a costo-zero nel senso che comporta processi di integrazione e di dialogo socioculturale a volte complessi, molto complessi, persino per un Paese che si chiama Germania e che ha elaborato negli ultimi decenni una rete di accoglienza di tutto rispetto. Tuttavia, il problema è più a monte, com’è ovvio: bisogna capire perché mai i tedeschi non fanno più figli. Che cosa, cioè, ha fatto sì che nella società più economicamente dinamica dell’Occidente la gente preferisse optare volontariamente per quella che un tempo si sarebbe chiamata ‘sterilità volontaria’.

Il tema, per conto nostro, è fondamentale perché in questo caso si vede particolarmente bene come la crisi della famiglia non sia per nulla legata a quella economica o finanziaria dal momento che tutto si può dire della realtà tedesca, ma certo non quello. Il punto deve essere quindi un altro e, se possiamo, ci sentiamo umilmente di suggerire l’importanza decisiva dell’aspetto culturale e valoriale. Ci spieghiamo meglio: da quelle parti, come anche nel resto d’Europa, ma lì in modo evidente, la crescita economica degli ultimi anni è andata di pari passo (o quasi) con l’affermazione – nel costume e nei comportamenti, non solo a livello giovanile – di quegli stili di vita libertini esplosi sulla scena pubblica a partire dalla rivoluzione sessuale del 1968. E’ il legame velenoso tra questi due processi che ha generato, come in un circolo vizioso, il fenomeno odierno delle ‘culle vuote’. Ad un certo punto della sua storia recente, e poi con sempre maggiore convinzione, i tedeschi hanno cioè cominciato a guardare all’idea della maternità e della paternità come a un peso, o un ostacolo, rispetto alla propria realizzazione personale. E l’hanno fatto praticamente in massa cosicché il ‘carpe diem’ è diventato il primo comandamento della società secolare del benessere materiale diffuso: della serie, si vive una volta sola, l’importante è godersela in pace, e anche tu hai diritto a questo, non privartene per nessun motivo. A questa vera e propria congiura contro la vita, come la chiamerebbe San Giovanni Paolo II, hanno preso parte praticamente tutti i poteri dotati di una qualche influenza sull’opinione pubblica del Paese: dalla grande stampa all’industria dell’intrattenimento ai salotti della cultura che contano, l’idea del mettere sù famiglia è stata talmente bistrattata che oggi la Germania si è scoperta infine “kinderfeindlich”, cioè “ostile ai bambini”, letteralmente, come titolavano nei giorni scorsi alcuni giornali, ma l’espressione originale ha un significato molto più forte e ancora più aggressivo. Inutile dire che, se la nostra ipotesi è plausibile, stiamo parlando di fenomeni pressoché inediti nella storia continentale perché mai – almeno prima di oggi – il non fare figli era stato considerato di per sé come un valore positivo, anzi qualcosa da inseguire per poter essere felici. Alla fine, però, come diceva quello, tutti i nodi vengono al pettine e ora il problema da risolvere non riguarda più qualche singolo ma l’intera società civile perché – ecco il punto vero – le idee e le scelte morali e culturali personali hanno sempre delle conseguenze e dei risvolti sociali. La Chiesa lo predica fin dai tempi del peccato originale, in realtà, cioè da sempre, mentre la Modernità si era illusa di avere superato il discorso mettendolo semplicemente da parte, come si fa con qualcosa che si reputa fuori dal mondo. Capito che roba? Uno sostiene tranquillamente una cosa che non esiste, cioè di poter sopravvivere senza fare figli come società e poi dice a chi gli fa notare l’incongruenza che è un povero bigotto, e, lui sì, fuori dal mondo. Non si sa ridere o piangere, francamente. Cose da pazzi.



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