Crisi greca: non tutte le colpe sono di Atene

Perché sono state fatte vendite alla Grecia – anche di armi – sapendo che non poteva pagare? Perché gli investitori ora voglio scaricare le loro perdite su tutti noi? Perché l’Italia ha prestato alla Grecia più di Spagna e Francia?

Articolo di GIANFRANCO BATTISTI

Le notizie sul risultato delle elezioni in Grecia – la grande vittoria di Tsipras e il secondo posto conquistato da Alba Dorata – rappresentano la rivolta generalizzata di un popolo che vede ormai come unica via di salvezza le formazioni politiche estreme. Formazioni politiche assolutamente estranee ai partiti attualmente (si sarebbe tentati di dire “ancora”) al potere nel resto dell’Unione Europea. Quella che per tanti anni è stata spacciata, con un’evidente forzatura, come l’eccezione italiana, svanisce dunque all’orizzonte di fronte a questo pronunciamento rivoluzionario, che rischia di innescare un processo a catena suscettibile di far deragliare l’intero processo di unificazione continentale .

Le responsabilità di Germania e Francia (e delle banche)

Di fronte a simili prospettive, vale la pena analizzare brevemente il percorso che in pochi anni ha portato al tracollo di un intero Paese. In buona sostanza, tutto ha origine nella dissennata politica economica condotta principalmente dalla Germania e dalla Francia, che nel corso del tempo hanno venduto alla Grecia una quantità di merci, spesso inutili (come nel caso degli armamenti), che il Paese non era assolutamente in grado di pagare.

L’aver fatto entrare la Grecia nell’eurozona, se da un lato ha favorito questa operazione, dall’altra ha posto un’ipoteca sulle possibilità per l’economia in questione di gestire razionalmente il debito estero. Tale debito era stato finanziato in primis dalle banche tedesche, le quali avevano operato nella loro classica funzione di supporto alle esportazioni. Il peso degli affari conclusi dall’industria è quindi ricaduto su un sistema bancario che viene quotidianamente presentato come eccezionalmente solido e lungimirante, mentre la realtà si presenta completamente diversa.

Un Paese-fratello trattato come un debitore insolvente

A questo punto ci si è trovati di fronte al tipico problema di un Paese in via di sviluppo incapace di onorare i propri debiti ed a questo modello si è fatto riferimento per uscire dalla trappola senza rompersi le ossa. Trascurando la circostanza che si tratta di un membro dell’Unione europea, al quale tanto lo spirito che la lettera dei trattati vorrebbe che si manifestasse una solidarietà continentale, si è deciso di trattarlo alla stregua di un debitore insolvente, al quale portare via anche le mutande pur di recuperare i soldi in pericolo. Soldi che erano stati messi a rischio dalle concomitanti decisioni degli esportatori e dei loro finanziatori: tutta brava gente che non poteva “non sapere” della futura insolvibilità del cliente e dunque aveva coscientemente accettato quello che comunemente va sotto il nome di “rischio di mercato”.

“Per sostenere la Grecia, l’Italia ha pagato più di Germania e Francia“

Secondo quanto ci viene quotidianamente ammannito dai potenti di turno – sembra esservi punta o poca differenza tra politici e banchieri – il mondo vive oggi il trionfo dell’economia di mercato, vale a dire un sistema che premia gli operatori capaci, che fanno le scelte vincenti e giustamente penalizza quelli che sbagliano i calcoli. Orbene, non si capisce adesso perché gli imprenditori tedeschi che hanno buttato i loro soldi in Grecia abbiano preteso di riaverli a spese della stessa e per giunta di accollare parte significativa delle perdite agli altri partner dell’Unione europea che ai loro errori sono totalmente estranei. C’è chi sostiene che “per sostenere la Grecia” (?) l’Italia abbia pagato più di Germania e Francia

Perché non hanno pagato gli speculatori?

Tutto questo, come si è visto, ha letteralmente provocato la distruzione dell’economia greca ed ha aggravato la situazione di Paesi come il nostro, che di tutto hanno bisogno tranne che ulteriori debiti. E’ il medesimo principio che è stato adottato di fronte alla crisi finanziaria scoppiata negli USA nel 2008. Giova sottolineare come in questo caso altri Paesi – nello specifico l’Islanda – abbia rifiutato di pagare per gli errori delle proprie banche, lasciando che gli investitori stranieri avessero una lezione pratica sul concetto di speculazioni azzardate.

Che i nostri governanti – lo ripetiamo, politici e banchieri – da molti anni sembrano preoccupati più degli interessi stranieri che di quelli degli Italiani, solleva pesanti ombre sulle motivazioni che stanno alla base della loro azione quotidiana. Al di là delle pagelle più o meno brillanti che vengono assegnate dai media (si pensi ad esempio al toto-presidenza della Repubblica), c’è di che richiamare concetti giuridici solo apparentemente obsoleti, quali quello di “alto tradimento”. Parole forti? Si chieda ai Greci cosa pensano della loro ex classe politica, se ne sentiranno delle belle.



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