Ci vorrebbe un Hofbauer

Si dice spesso, e sostanzialmente è corretto, che la Chiesa viva di memoria. Memoria della Passione e Risurrezione del Signore, anzitutto. Ma anche memoria dei Santi, di quanti cioè, prima e meglio di noi, hanno incarnato il Vangelo testimoniandolo esemplarmente nella realtà della storia. Nel calendario liturgico, giorno dopo giorno troviamo – se così possiamo […]

Si dice spesso, e sostanzialmente è corretto, che la Chiesa viva di memoria. Memoria della Passione e Risurrezione del Signore, anzitutto. Ma anche memoria dei Santi, di quanti cioè, prima e meglio di noi, hanno incarnato il Vangelo testimoniandolo esemplarmente nella realtà della storia. Nel calendario liturgico, giorno dopo giorno troviamo – se così possiamo esprimerci – la summa teologica di questa memoria. Questo dice qualcosa anche a noi mitteleuropei, oggi. La scorsa settimana, per esempio, la Chiesa ha ricordato la memoria di San Clemens Maria Hofbauer, il sacerdote redentorista moravo di Znojmo (oggi Repubblica Ceca) vissuto tra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Tempi duri quelli. Era infatti quella in cui lui viveva l’Austria di Giuseppe II d’Asburgo passato appunto alla storia per il suo radicale ‘giuseppinismo’, uno dei tentativi più estremisti di giurisdizionalismo mai portati a termine in Europa. In poche parole, il tentativo di creare una chiesa nazionale staccata dal Papato, con un forte controllo governativo sulle attività ecclesiastiche, seguito dalla confisca dei beni degli ordini religiosi, la chiusura dei seminari, persino il divieto di fare processioni o pellegrinaggi e via via scristianizzando. Così, il nostro futuro Santo, che voleva andare in seminario, non ne trovò aperto nemmeno uno e fu costretto a frequentare, sic, l’università pubblica (statale). Alla fine venne ordinato sacerdote presso una comunità di redentoristi in Italia, dopo un pellegrinaggio a Roma, a 34 anni. Per dire, certi frutti dell’illuminismo. Già l’indomani, però, i suoi superiori lo invitarono a riprendere la missione nella sua Austria, magari aprendovi una comunità di redentoristi visto che da quelle parti non ce n’erano ancora. Direte voi: beh, che ci vuole mai ad aprire una casa religiosa nella cattolicissima Austria? In effetti non sarebbe poi così difficile, in tempi normali, ma dovete sapere che quando Hofbauer tornò nella sua terra i conventi e i monasteri chiusi d’imperio da Sua Maestà erano saliti già a più di mille. Figurarsi se ne poteva aprire di nuovi lui, l’ultimo arrivato. Morale della favola: il Nostro capì che era meglio dirigersi altrove e mirò alla Polonia (quella sì, sempre fidelis). A Varsavia, in breve, fondò la prima comunità. Ma siccome anche la Polonia si trova pur sempre in questa terra di lacrime e non nell’Eden i nemici non mancavano nemmeno lì.

In quegli anni in particolare era il periodo dei massoni, ma non come ce li potremmo immaginare noi oggi, con figure tra il carnevalesco e il folkloristico. No, no, massoni rigorosamente anticristiani, nel pensiero come nell’azione, che volevano distruggere il cattolicesimo una volta per tutte. E non tanto per dire. Cinque dei suoi primi compagni di comunità infatti furono proprio uccisi, in diversi modi. Uccisi perché cattolici, e preti perdipiù, cioè strumenti operativi della volgare superstizione papista. Brutale, ma questa era la visione che si trasmetteva allora dai liberali figli dei lumi, così ci capiamo bene. Ma Hofbauer era un uomo tutto d’un pezzo e non si piegò d’un millimetro: arrivò ad elemosinare lui stesso per i poveri di Varsavia, passando le notti a fare il pane, con le sue mani. La sua fama si diffuse e in breve iniziarono a chiamarlo bonariamente il prete-panettiere. Passò così vent’anni. In questo modo si costruì un seguito popolare notevole. Per i massoni era decisamente troppo. Così lo fecero arrestare, proprio lui, il prete-panettiere dei poveri, e tutta la comunità redentorista. Condannato con la solita accusa di cospirazione, fu espulso dal Paese, manco fosse Bin Laden. Pure dalla Polonia. Ma sempre, si badi, da un alfiere dell’illuminismo, ovvero quel simpaticone di Napoleone. A questo punto ce ne sarebbe abbastanza perché uno studente qualsiasi, purché un po’ attento, si facesse qualche domandina, del tipo: ma non è che a scuola dell’illuminismo m’hanno raccontato soltanto quello che gli pareva a loro? Comunque, andiamo avanti e non distraiamoci con interrogativi più grandi di noi. Hofbauer lascia così la Polonia e attraversa la Germania, la Svizzera e la Romania. Ovunque fonda case, predica con ardore apostolico e inaugura iniziative di catechesi e missione. Torna quindi a Vienna continuando, in ogni modo possibile, l’opera di evangelizzazione. Ancora tra gli orfani, i poveri, i giovani soprattutto. A quasi settant’anni suonati, alla fine, dopo mille peripezie e altrettante difficoltà, riesce a strappare una promessa all’imperatore: anche Vienna potrà finalmente avere una comunità redentorista. Ma è troppo tardi: il Cielo lo richiama a sé appena qualche mese dopo, è il 15 marzo del 1820.  

Questa la sua vita, detta proprio in due parole. Sofferta ed entusiasmante come poche. Ma Hofbauer fu ancora e molto di più di questo. Originale animatore culturale e religioso, credeva fermamente nell’importanza della battaglia delle idee e avvicinò numerosi scienziati e artisti (oggi forse lo definiremmo un po’ ratzingeriano, come impostazione), molti dei quali protestanti, convertendoli. Due di questi, Zangerle e Ziegler, si faranno poi sacerdoti e diventeranno addirittura Vescovi. Robe dell’altro mondo, insomma. Canonizzato dall’ultimo Papa Santo, San Pio X, è Patrono di Vienna e, ovviamente, dei fornai. Guardando al panorama della sua tanto amata Mitteleuropa di questi tempi, molto travagliati, ci vorrebbe ancora uno come lui, dalle parti di Vienna e non solo.



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