Addio a Vittorio Strada. Grazie di tutto, Professore

Un vecchio adagio recita che “per qualcuno gli anni non passano mai”. E noi ogni volta che lo sentivamo pensavamo subito d’istinto a lui, Vittorio Strada, che ci ha lasciato proprio qualche giorno fa: aveva 88 anni. Era infatti diventato lui, molto più di altri, l’“esperto” italiano più ascoltato della cultura, della storia e della […]

Un vecchio adagio recita che “per qualcuno gli anni non passano mai”. E noi ogni volta che lo sentivamo pensavamo subito d’istinto a lui, Vittorio Strada, che ci ha lasciato proprio qualche giorno fa: aveva 88 anni. Era infatti diventato lui, molto più di altri, l’“esperto” italiano più ascoltato della cultura, della storia e della politica russe. Ogni volta che qualcuno voleva sapere “che si diceva di nuovo” dalle parti di Mosca ecco che da qualche parte spuntava fuori sempre e immancabilmente lui, il professor Strada. Ma era così da sempre, praticamente. Almeno fin da quando aveva fatto tradurre in italiano “Il dottor Zivago” di Pasternak, insomma dall’immediato Dopoguerra. Così, Strada ha attraversato tutta la seconda metà del Novecento portando in Italia quella Russia di cui nessuno – sotto l’URSS – sospettava nemmeno l’esistenza. Non solo Pasternak, ma soprattutto Solzenicyn, di cui divenne amico, e tanti tantissimi altri fra dissidenti, scrittori e studiosi di vario genere che rappresentavano l’anima russa molto più di politici e ideologi a suo avviso. Perché alla fine l’anima russa era e restava quella di Tolstoj, Dostoevskij e Bulgakov per il Nostro: intrisa di Dio e delle domande sull’eternità e sui problemi morali assoluti, a cominciare dal bene e il male, come poche altre. Ed era importante tenerlo presente soprattutto in un passaggio storico in cui invece le ideologie intramondane, frutto della modernità, a Est come a Ovest, tendevano a rimuoverlo come se il bolscevismo appartenesse al popolo russo ben più di San Cirillo e Metodio. Una follia, obiettivamente, che però coi tempi che correvano rischiava di essere creduta da molti con la beffa di ri-scrivere intere pagine di storia a uso e consumo di chi la storia la stava già manipolando.
Come si dice in questi casi, ma dopotutto è vero, è impossibile raccontare chi è stato Vittorio Strada in poche parole: milanese d’altri tempi dai modi gentili e dal tatto quasi aristocratico, aveva fatto della Russia la sua seconda casa, prima ideale e poi anche concretamente, dopo che vi aveva conosciuto anche la donna della sua vita, sua futura moglie. In mezzo c’era stata la cattedra a Venezia, alla Ca’ Foscari, quindi la direzione dell’Istituto Italiano di Cultura a Mosca, mentre continuava a scrivere per Il Corriere della Sera. E ancora articoli su riviste e saggi, sempre però pensati e ragionati, mai come esercizi di stile, autocitazioni o divagazioni. Quando Giovanni Paolo II divenne Papa e il magistero pontificio orientò la sua riflessione sulle radici spirituali del continente come via per il rinnovato dialogo tra Est e Ovest dopo mezzo secolo di Guerra Fredda, Strada vide incredibilmente confermata la sua convinzione interiore di sempre: il vero cemento dell’Europa era stato il Cristianesimo e nell’incontro tra i credenti dell’una e dell’altra sponda si giocava ora il futuro delle sue generazioni, latine o slave che fossero. Su questo, purtroppo, lo seguirono invece in pochissimi e la politica, la cultura e l’economia continuarono a essere distanti anni luce dai comuni temi spirituali e religiosi. Comunque, nonostante tutto, la sua lezione resta memorabile e per certi versi quasi unica dal momento che proprio questo approccio marcatamente spirituale al dialogo interculturale intra-europeo manca tuttora alla gran parte degli studiosi che vanno per la maggiore. Per tutto questo ci mancherà tanto, eccome se ci mancherà. Grazie di tutto, Professore.



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