“A Est di dove?” di Pupi Avati

Come cristiani, si sa, per natura siamo ottimisti. L’altra faccia della Fede, Papa Benedetto ce lo ricorda, è infatti la Speranza, che diventa per noi certezza assoluta dal momento che è fondata sulla Rivelazione stessa. La storia umana, alla fine, nonostante tutto, avrà un esito glorioso e Cristo davvero ricapitolerà in sé tutte le cose. […]

Come cristiani, si sa, per natura siamo ottimisti. L’altra faccia della Fede, Papa Benedetto ce lo ricorda, è infatti la Speranza, che diventa per noi certezza assoluta dal momento che è fondata sulla Rivelazione stessa. La storia umana, alla fine, nonostante tutto, avrà un esito glorioso e Cristo davvero ricapitolerà in sé tutte le cose. Però, nel frattempo siamo in questa valle di lacrime e tocca rimboccarsi le lacrime. Il mondo attorno a noi è quello che è e i mezzi di comunicazione non aiutano decisamente a migliorarlo. Sembra anzi che qualcuno si diverta a distruggerla, la nostra speranza. Quando alla sera torniamo a casa stanchi dal lavoro, se mai abbiamo la malaugurata idea di affidarci alla televisione per distrarci un po’, giusto il tempo di riprendere il respiro, non si sa da che parte guardare. Dai tiggì ai programmi d’intrattenimento e persino agli spot, relativismo, nichilismo e violenza la fanno da padrone. Ci sono però delle eccezioni. Su tv2000 di tanto in tanto rivanno in onda le puntate del documentario di Pupi Avati “A Est di dove? Storie di Paesi che cambiano”: la rassegna itinerante, Paese per Paese, di quello che è accaduto a Est di Berlino, dopo la caduta del Muro, dal 1991 ad oggi. Giornalisticamente parlando, dal punto di vista televisivo una delle cose più riuscite degli ultimi anni. A tratti si sfiora l’arte vera e propria.

Ma andiamo con ordine: il regista italiano è partito anni fa con una troupe al seguito e ha intervistato gente comune, girando scene di vita quotidiana, tra le piazze del mercato, le fabbriche storiche e le incantevoli cattedrali, in praticamente tutti i Paesi dell’Europa orientale. Da Berlino a Mosca. Due anni di dure riprese e un lavoro immenso di montaggio una volta ritornati in Italia. Ne sono venute fuori puntate di cinquanta minuti l’una in cui, senza voce narrante introduttiva, lo spettatore – da capitale a capitale – viene portato direttamente in quei luoghi, a stretto contatto con quei suoni, assaporando quelle voci e quei colori come se li avesse presenti davanti a sé, in carne e ossa, in quel momento. Se il corso del Danubio, più che un fiume, rappresenta un’identità e il modo di marcare l’accento nelle lingue slave una storia collettiva che rimanda a un preciso culto della memoria, con una macchina da presa è difficile comunicarlo meglio. Si comprende così, anche per chi quei luoghi non li ha mai visitati, perché l’Europa più che uno spazio geografico sia un continente spirituale e culturale. Come Trieste, quasi tutto l’Est – da Praga ai Balcani – è un crocevia di popoli e culture impressionante. Le testimonianze che vengono chiamate a parlare davanti alla telecamera lo spiegano con la loro vita. Dalla panettiera all’operaio, dal religioso al politico emerge un quadro piuttosto fedele di quella che è, e che è stata, la casa mitteleuropea. In molti luoghi cattolici, ortodossi e musulmani per secoli hanno vissuto insieme, l’uno accanto all’altro: dai tempi lontani dell’impero multietnico (dove ognuno si vedeva riconosciuta una sua rappresentanza politica) a quelli più recenti della dittatura (dove, in quanto persone religiose, erano tutti odiati allo stesso modo). Poi sono arrivate le nuove ideologie di conquista, sono riemersi i nazionalismi ed è stato l’orrore. Quando la telecamera si sposta sul teatro dei Balcani, quasi un segno del destino, non c’è bisogno di nessuna metafora, perché è il cielo stesso di Belgrado, Sarajevo e Spalato a parlare. Si ha l’impressione che oltre l’Adriatico il Muro non sia mai caduto. Qualche bambino gioca a calcio in un arrangiato campetto, mentre sullo sfondo i palazzi sventrati dai bombardamenti sono rimasti tali, come se il tempo si fosse fermato per sempre. Un’anziana signora spiega che i loro genitori non ci sono più. La guerra civile nell’ex Jugoslavia ha portato via un’intera generazione. Quando spiega che lei è cresciuta sotto Tito e poi ha visto, dall’inizio alla fine, tutta la parabola di Milosevic, la telecamera stringe sui suoi occhi cercando di scoprire quello che nessuna parola potrà mai raccontare, perché va ben oltre l’immaginazione. Questa umile testimonianza, segnata ancora dalla voce rauca e dal dolore, diventa così una straordinaria meditazione sulla storia e sulla vita.

La forza del documentario di Avati sta proprio qui: quello che un domani sarà storia e leggeremo sui libri di testo di scuola, qui viene raccontato in presa diretta perché molti testimoni sono ancora vivi. C’è gente che ha visto scorrere davanti a sé tutti i dittatori (da Tito a Ceausescu) e ricorda ancora, uno per uno, i loro discorsi deliranti come fosse oggi. E c’è gente che ha conosciuto i grandi, indimenticabili Primati delle Chiese dell’Est durante la Guerra Fredda (da Wyszynski a Mindszenty): qualcuno nel frattempo è diventato sacerdote e ne porta avanti l’‘eredità spirituale’. Qui si scopre come l’analisi di Giovanni Paolo II sia stata confermata in pieno. Il Papa polacco, come noto, credeva molto nelle radici cristiane dei popoli mitteleuropei e più volte, a questo proposito, aveva invitato l’Europa a respirare “con i due polmoni”, secondo un’espressione a lui cara, cioè quello latino e quello slavo. Proprio in Polonia il comunismo è stato terribile e fino a ieri ha mietuto vittime. Da occidentali facciamo fatica a capirlo e allora la telecamera entra nell’appartamento di una famiglia-media di Danzica per farselo raccontare. La casa è piccola ma dignitosa e il gusto negli arredi è tipicamente polacco, un rimando più o meno esplicito alla Fede non manca mai. Le foto dei genitori sono ancora in bianco e nero. Si sono conosciuti sotto la dittatura e ne hanno viste di tutti i colori, di certo non pensavano che il Muro sarebbe mai crollato e quando rievocano quei giorni dal volto commosso di lei esce qualche lacrima. Ma la battaglia non è finita, il problema oggi è il relativismo morale che ammalia i giovani, anche i loro figli. Sembra assurdo che una fede che è sopravvissuta alla persecuzione più cruenta crolli di fronte al permissivismo libertino dei costumi, eppure è così. Aveva ragione il ‘loro’ Papa come oggi ha ragione Benedetto XVI: la fede va sempre e nuovamente riconquistata, mai data per scontata. Ce n’è abbastanza per riflettere ma, in ogni caso, di questi tempi è buona televisione. Sui titoli di coda, l’ultima gemma: il valzer russo della suite per orchestra di varietà di Dmitrij Sostakovic. In versione rallentata. Da registrare.                        



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