Vocazione alla verità

La preghiera cristiana per le vocazioni è insistentemente raccomandata dalla Chiesa, perché intende soddisfare una ferma richiesta di Gesù: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9, 37-38). Cioè Gesù vede «le folle» che lo seguono «stanche e sfinite, come […]

La preghiera cristiana per le vocazioni è insistentemente raccomandata dalla Chiesa, perché intende soddisfare una ferma richiesta di Gesù: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9, 37-38). Cioè Gesù vede «le folle» che lo seguono «stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (v. 36), ne sente «compassione» e chiede espressamente ai discepoli di pregare il Padre affinché mandi altri pastori.

La Chiesa, comunque, interpreta la parola «operaio» in senso largo, ovvero non soltanto riferita al sacerdote consacrato, ma ad ogni altro componente del Popolo di Dio, chiamato a percorrere un certo cammino di fede e di servizio al prossimo.

Papa Francesco ha recentemente (16 gennaio) commentato questo passo evangelico per mezzo di un Messaggio in occasione della LI Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che sarà celebrata il prossimo 11 maggio. È interessante, soprattutto, il tema scelto per la Giornata: “Le vocazioni, testimonianza della verità”. Il Santo Padre, a questo proposito, insiste spesso su due parole – «misericordia» e «verità» – che non sono affatto in contraddizione. Egli, nel Messaggio, specifica che il Regno di Dio è un «Regno di misericordia e di verità, di giustizia e di pace», dove appunto misericordia e pace non sono contrapposti a verità e giustizia.

All’origine della vocazione, dice il Papa, vi è l’«iniziativa della grazia» divina. Dio, cioè, per un dono gratuito (e con la sua potenza) sceglie le persone, nella sua «imperscrutabile volontà salvifica». Rispondere alla sua amabile richiesta significa, a nostra volta, riamarlo «con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza» (Mc 12, 33). Amare il Signore significa «gratitudine» e «adorazione», per l’«opera da Lui compiuta» e, allo stesso tempo, significa amare i fratelli, realizzare un «amore reciproco che si fa servizio vicendevole».

Benedetto XVI, qualche anno fa (05/02/2011, Omelia per le ordinazioni episcopali), commentando il medesimo passo, osservava che il lavoro nella messe di Dio consiste nel «portare agli uomini la luce della verità», liberandoli «dalla povertà di verità, che è la vera tristezza e la vera povertà dell’uomo». La vocazione, quindi, non può che essere, innanzi tutto, una chiamata all’annuncio e alla pratica della verità, che si concretizza nella vita morale. Difatti – diceva Benedetto XVI – rispondere alla vocazione consiste nel «cooperare in quell’incarico di cui parla il profeta Isaia nella prima lettura: “Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati” (Is 61, 1)».

Su questo tema si era espresso, recentemente, anche il nostro Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, nel Messaggio per l’Avvento del 21/11/2013 sulla vocazione cristiana. Mons. Crepaldi ha scritto che «la Chiesa è chiamata a coltivare una specifica missione di verità». Per «cercare e testimoniare la verità» bisogna scrutare «in noi stessi» e, contemporaneamente, rintracciare la «verità profonda nelle relazioni con il creato, con gli altri». Ma, primariamente, è necessario l’incontro con il Signore Gesù – Via,Verità e Vita – e, cioè, «la straordinaria esperienza di sentire che possiamo toccare con mano la Verità dell’Amore di Dio».



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