La luna e il posto di Dio nel mondo

“Da quanto tempo, luna, non c’è più l’infinito, è stato già spartito in privato. E che fine ha fatto Dio?” Nel 1997 al Festival di Sanremo Loredana Bertè portava un brano: “Luna”, che riprendeva un tema già affrontato nel 1979 (E la luna bussò) in cui cantava la ricerca d’amore: «E la luna bussò dove […]

“Da quanto tempo, luna, non c’è più l’infinito, è stato già spartito in privato.
E che fine ha fatto Dio?”

Nel 1997 al Festival di Sanremo Loredana Bertè portava un brano: “Luna”, che riprendeva un tema già affrontato nel 1979 (E la luna bussò) in cui cantava la ricerca d’amore: «E la luna bussò dove c’era il silenzio, ma una voce sguaiata disse: “Non è più tempo”, quindi spalancò le finestre del vento e se ne andò a cercare un po’ più in là qualche cosa da fare, dopo aver pianto un po’». L’interrogarsi nella notte al chiaro di luna risultava essere così un esame di coscienza sulla propria vita, sulle condizioni dell’anima e il posto di Dio nel mondo: «Da quanto tempo, luna, ho perso la misura, ho seppellito il cuore (…) e come si sta male a stare così soli in queste notti brave di maledetti suoni».
Loredana Bertè, sorella minore della famosa Mia Martini, deceduta prematuramente nel 1995, ha inciso oltre 200 brani (di cui una cinquantina scritti da lei) vendendo oltre 7 milioni di dischi. All’inizio della sua carriera debuttò prima come attrice e ballerina (nel 1972 prese parte alla commedia musicale del celebre duo Garinei-Giovannini in “Ciao Rudy”). Nel 1974 con il primo LP dal titolo scandaloso: “Streaking” si lanciò come icona sexy nel panorama musicale italiano, suscitando provocazioni e trasgressioni e affrontando temi molto ruvidi come il sesso, la droga, la depressione, l’emarginazione e il femminismo.
Nel 1975 approdò al primo successo con la canzone “Sei bellissima”, nella quale iniziò una tormentata analisi di memorie alla ricerca di un’identità, riflessa nel simbolo della luna: «Io mi vestivo di ricordi per affrontare il presente e ripensavo ai primi tempi quando ero innocente, a quando avevo nei capelli la luce rossa dei coralli, quando ambiziosa come nessuna mi specchiavo nella luna e l’obbligavo a dirmi sempre: “Sei bellissima”». I temi dell’innocenza perduta e della ricerca di una vera identità erano presenti in altre canzoni, come ad esempio nel brano “Meglio libera” del 1976: «Candida di sicuro no, ma un’anima probabilmente anch’io ce l’ho, ma meglio libera che stupida» e anche nella suggestiva e delicata Foglia (fiabe) del 1977: «Io sono stata foglia (…) dimmi chi muore un po’ di più se ce ne andiamo via. Io respiravo sole e te e l’aria e resterà un deserto più nella memoria mia».
La cantante calabrese iniziava una serie di sofferte love story (dovute forse anche alla separazione dei genitori negli anni ’60) con i celebri tennisti dell’epoca, da Adriano Panatta a Bjorn Borg, che la porteranno ad essere frequentemente presente nei rotocalchi rosa e scandalistici. Dal punto di vista artistico iniziava in quegli anni la collaborazione con Ivano Fossati, che scriverà per lei “Dedicato” nel 1978: «A chi si guarda nello specchio e da tempo non si vede più, a chi non ha uno specchio e comunque non per questo non ce la fa più (…) dedicato a chi ha paura e a chi sta nei guai, dedicato ai cattivi che poi cattivi non sono mai (…)». Loredana Bertè si è cimentata in generi musicali diversi, dalle sonorità reggae (nella già citata “E la luna bussò”) al funky, dal rap alla musica brasiliana (LP Carioca con il brasiliano Djavan). Nel 1982 approderà nuovamente al successo con “Non sono una signora”, canzone vincitrice al Festivalbar: «Non sono una signora, non una con tutte stelle nella vita, ma una per cui la guerra non è mai finita. Io che sono una foglia d’argento nata da un albero abbattuto qua e che vorrebbe inseguire il vento ma che non ce la fa».
Cantando si impara con Loredana Bertè a riuscire a navigare, nonostante tutto e parafrasando un’altra sua canzone, in alto mare: «Navighiamo già da un po’, bene o male non lo so, stella guida gli occhi tuoi (…). Navigando lo so già che la terra spunterà, è normale sia così, perché noi viviamo qui, tra i rumori di una via, tranquillanti in farmacia, figli dell’ideologia (…)». Cantando si impara a scrutare la propria vita come la pellicola di un film: «Vai così, che una storia non è mai finita lì; vai così, la tua vita puoi smontarla e rimontarla come un film».



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