La cometa di Halley di Irene Grandi

“Eppure un tempo ridevi e mostrandomi il cielo mi disegnavi illusioni e possibilità” Nel 2010 Irene Grandi presentava al Festival di Sanremo una canzone (“La cometa di Halley”), che rifletteva sulle promesse non mantenute dell’amore e sul senso della vita, appiattito senza una cometa alta nel cielo: «Non capisci che ci ucciderà questo nostro esistere […]

“Eppure un tempo ridevi e mostrandomi il cielo mi disegnavi illusioni e possibilità”

Nel 2010 Irene Grandi presentava al Festival di Sanremo una canzone (“La cometa di Halley”), che rifletteva sulle promesse non mantenute dell’amore e sul senso della vita, appiattito senza una cometa alta nel cielo: «Non capisci che ci ucciderà questo nostro esistere a metà (…) la cometa di Halley ferì il velo nero che immaginiamo nasconda la felicità». La cantautrice, attrice e presentatrice toscana aveva iniziato la sua carriera nel 1993, con il primo 45 giri, dal titolo: “Un motivo maledetto” e con il primo LP (“In vacanza da una vita”) con il quale esprimeva il tormento interiore ed il vuoto esistenziale: «Non riesco a trovare un fiammifero per guardarmi dentro (…) ad ogni modo allora cos’è tutto questo tormento che mi brucia dentro? Vivo perduta sul mare (della mia fantasia) ed ogni notte un dolore (che col sole va via). Vivo in vacanza da una vita, tra una discesa e una salita».
Nello stesso 1995 la cantante fiorentina esprimeva la più completa desolazione spirituale, come nell’onomatopeico “bum bum” di un cuore impazzito: «Bum bum, batte il cuore, il mondo è un girotondo, io non che non scendo (…). Se l’inferno non c’è, il paradiso non c’è, il mondo per noi è dentro me, un’immagine che ognuno ha dentro di sé…». Attraverso alcune collaborazioni artistiche con Jovanotti, Eros Ramazzotti, Pino Daniele e la vendita di successo di alcuni suoi dischi, Irene Grandi ha portato al Festival di Sanremo del 1994 un brano (“Fuori”) che riassumeva l’anelito disordinato delle sue pulsioni ed emozioni e l’equivoco libertario: «Capita stasera, io salto il muro se mi va; libera stasera, domani all’alba si vedrà (…) facile passare il limite, saltare il muro della libertà».
Icona avvenente del post sessantotto, Irene Grandi ha proposto con indubbia grinta e personalità una versione visionaria del sogno rivoluzionario andato in frantumi a confronto con la realtà, come sottolineato nella canzone “Verde, rosso e blu” del 1999: «Questa è un’impressione, questa è la pura voglia d’amore, chiudi gli occhi e immagina (…). La mente che si libera, il cinema dell’anima, stanotte ho fatto un film, un sogno di quello che ho bisogno ed era verde, rosso e blu, speranza, voglia d’amore e tranquillità».
Al Festival di Sanremo del 2000 presentava un brano di Vasco Rossi (“La tua ragazza sempre”) che sintetizzava l’inno all’emotività e alla passionalità, senza alcuna remora morale: «Lasciati andare, segui il tuo cuore e, arrivando alle stelle, prova a prendere quelle (…).Tu credi che oramai sia la tua ragazza sempre, ma lasciami andare. Dammi soltanto il tuo cuore». In un’altra caratteristica canzone del 2003, “Prima di partire per un lungo viaggio”, Irene Grandi interpretava l’illusione e la conseguente cocente delusione nella costatazione dell’amarezza e dell’insignificanza della vita: «Prima di partire per un lungo viaggio devi portare con te la voglia di non tornare più. Prima di pretendere qualcosa prova a pensare a quello che dai tu. Non è facile, però è tutto qui».
Nonostante il successo commerciale, i progetti e le campagne umanitarie (in India, in Africa), la cantante toscana ha evidenziato la drammatica confusione in un titolo emblematico, “Limbo”, del 1999: «C’è un disordine evidente dentro me (…). Io respiro un cambiamento ma c’è ancora tanto vento. Limbo è dove vivo, niente di definitivo nell’aria». Cantando si impara con Irene Grandi a riscontrare l’oggettiva difficoltà del vivere quotidiano, come nel brano: “Lasciala andare” del 2005: «Come va, come deve andare, è una cometa che sa già dove illuminare». Cantando si impara che persino la cometa di Halley non può rischiarare la notte, che rimane gelida senza Dio e senza prospettiva trascendente. Persino nell’augurio musicale del 2008: “Buon Natale a tutto il mondo”, Irene Grandi non è riuscita ad andar oltre il ricordo delle castagne, dei camini, della neve e del presunto calore personale: «Se a te nessuno stanotte vicino sarà, da te la mia voce verrà». Cantando si impara che senza il Bambino Gesù e la Sacra Famiglia non si possono cogliere i significati più profondi di un caldo Santo Natale cristiano.



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