Il matrimonio secondo logica

Idee fondate sui fatti, la sociologia e il diritto. Un libro (non neutrale) per capirci qualcosa di più

Il ddl Cirinnà sulle unioni civili all’esame del Senato su almeno un punto sembra aver messo tutti d’accordo, compresi (incredibilmente) certi settori della chiesa italiana: ovvero sul fatto che una legge che riconosca una tutela giuridica alle coppie omosessuali vada fatta. Vuoi perché – si dice – ce lo chiede l’Europa (non tutta, vedi la Slovenia), vuoi perché – si dice – lo ha chiesto la Corte costituzionale con la sentenza 138/2010. Vuoi perché la società è cambiata e sembra che ormai il dibattito verta solo e soltanto sul “come”, essendo fuori discussione il “se” farla, una legge. Ma le cose stanno davvero così? E’ davvero un destino ineluttabile per l’Italia legiferare sulle unioni civili? Forse un supplemento di riflessione non farebbe male. Servirebbe quanto meno, e auspicabilmente, a capire meglio quella che è la vera posta in gioco. Che non ha nulla a che vedere con l’omosessualità, né tanto meno con i diritti degli omosessuali. La vera posta in gioco è il concetto stesso di matrimonio, che a sua volta implica una ben precisa idea di uomo, o meglio lo scontro tra due opposte e irrididucibili antropologie. Chi avesse dubbi in proposito, può leggere con profitto “Che cos’è il matrimonio” (Vita e Pensiero), uno dei migliori saggi in circolazione sull’argomento. Sbarcato da poco in Italia dopo essere uscito negli Usa nel 2012, il volume, scritto a sei mani da tre eminenti studiosi statunitensi, Sherif Girgis, Ryan T. Anderson e Robert P. George, sviluppa un ormai celebre saggio pubblicato dagli autori nel 2010 sulla rivista Harvard Journal of Law & Public Policy. Lo studio, a scanso di equivoci, non prende le mosse dal ddl Cirinnà. Ma le argomentazioni sostenute possono a ben diritto applicarsi anche alla situazione italiana, poiché vanno al nocciolo della questione sul “matrimonio omosessuale”. D’altra parte, come scrive nella prefazione Maria Maddalena Giungi, “la lettura che qui si offre dell’istituzione matrimoniale e di ciò che riguarda non è neutrale. Essa esprime una versione del matrimonio ben definita, quella coniugale, e cerca di offrire solide ragioni per sostenerla”.

Una prospettiva, dunque, che è espressione di una scelta di campo ben precisa a favore del matrimonio per come lo abbiamo conosciuto sino ad oggi, motivata sulla base di argomentazioni ragionevoli e assolutamente laiche. “Non ci illudiamo – scrivono gli autori nell’introduzione – che coloro che sono impegnati a difendersi da argomenti ragionevoli saranno colpiti da un libro che intende offrire loro proprio argomenti ragionevoli. Noi consideriamo il dibattito sul matrimonio come qualcosa che avviene tra persone di mente e carattere ragionevoli, che pur in disaccordo sulla soluzione da dare concordano sul fatto che un tale dibattito è degno di esistere. Il nostro libro è indirizzato ai revisionisti che intendono in questo modo il dibattito”.

Nato sulla scia del dibattito e degli eventi che hanno interessato gli Usa negli ultimi anni, il saggio parte dalla constatazione che è in corso la fase cruciale di una battaglia decennale dove l’oggetto del contendere non è l’omosessualità ma, appunto, il matrimonio in quanto tale. La battaglia insomma non riguarda “chi sposare, quanto piuttosto quale sia la natura del matrimonio”. Da una parte, dunque, la concezione – fatta propria dagli autori – cosiddetta “coniugale” del matrimonio, che lo vede “come unione fisica oltre che come vincolo emotivo e spirituale (emotional and spiritual bond), contraddistinta dalla sua “comprensività”… che è, come sempre l’amore, effusiva: essa si diffonde nell’ampia condivisione della vita familiare e in vista di una fedeltà che duri per tutta la vita”; dall’altra, e contrapposta alla prima la visione cosiddetta “revisionista”, che vede invece il matrimonio come “un vincolo d’amore emotivo che si contraddistingue per la sua intensità – un vincolo che non ha bisogno di dirigersi oltre i partner e nel quale la fedeltà è ultimmente soggetta ai desideri dei singoli individui. Nel matrimonio così inteso, i partner cercano una realizzazione emotiva e rimangono uniti fintanto che siano in grado di trovarla”. Basterebbero queste definizioni per capire come la questione della stepchild adoption sia del tutto secondaria rispetto al vero problema: ovvero le conseguenze per il futuro della società che deriverebbero dal sancire per legge il diritto ad un’unione fondata, in ultima analisi, sull’emozione e sul sentimento.

Secondo gli autori il matrimonio è uno dei “beni umani fondamentali”, ovvero quelle “condizioni o attività che in se stesse ci permettono di vivere meglio”, gli ingredienti capaci di rendere la nostra vita una buona vita. Ciò che contraddistingue tali beni è che ciascuno di essi ha un suo connotato oggettivo, non sono cioè diverse gradazioni di un’unica realtà. Questo significa che il matrimonio ha una suo nucleo oggettivo che non può essere confuso con quello, ad esempio, dell’amicizia. Ed è proprio questo l’errore della concezione “revisionista”: chiama matrimonio ciò che tutt’al più è amicizia. Col risultato che se il matrimonio non è altro che un’unione emotiva e la condivisione della vita domestica, non si capisce per quale motivo lo stato non dovrebbe riconoscere come matrimoni anche legami tra più partner, anziché due, oppure unioni anche non sessuali. Per quale motivo, infatti, dovrebbe essere esclusa una coppia di persone che stanno insieme senza alcuna relazione sessuale, semplicemente da amici? Eppure, senza un rapporto che sia di coppia, e solo di coppia, e senza un’unione anche fisica e sessualmente esclusiva, non si può parlare di matrimonio. Se in ogni cultura conosciuta il matrimonio è stato giuridicamente regolato, il motivo risiede nel fatto che le società “contano su famiglie costruite su solidi matrimoni per produrre ciò di cui esse hanno bisogno ma che non possono garantire: salute, figli che crescano bene diventando cittadini coscienziosi… Una struttura piuttosto oggettiva, indipendente dalle preferenze degli sposi, che merita di essere regolata”.

Detto altrimenti: lo stato non ha alcun interesse a investire in situazioni che attengono alla nostra intimità, investe piuttosto in realtà che possono influenzare il bene comune. Qui sta la differenza fondamentale tra matrimonio e amicizia: il primo ha a che fare con il bene comune, e per questo è oggetto del diritto, la seconda no. Il matrimonio ha un carattere suo proprio che lo rende del tutto speciale e unico: esso è in grado di unire in modo integrale gli sposi, ciò per cui implica e richiede un impegno di permanenza ed esclusività. D’altra parte, sono di tutta evidenza, anche scientifica, i benefici sociali del matrimonio: essi riguardano in primo luogo i figli, ma anche gli sposi stessi, il benessere economico del paese, il contrasto alla povertà, la limitazione del potere dello stato. E visto che nel dibattito sul ddl Cirinnà tanto i fautori che gli oppositori sembrano mettere sempre al centro l’interesse dei bambini, soffermiamoci solo sul primo dei benefici sociali del matrimonio, quello verso i figli. I quali, sottolineano gli autori richiamandosi alla migliore scienza sociale disponibile, “tendono a fare del loro meglio quando vengono cresciuti da una madre e un padre sposati”. E sotto molteplici punti di vista: dai risultati formativi (tasso di alfabetizzazione e conseguimento del diploma) alla salute emotiva (tasso di ansietà, depressione, abuso di sostanze e suicidio); dallo sviluppo familiare e sessuale (forte senso di identità, tasso di gravidanza adolescenziale e fuori dal vincolo coniugale, tasso di abuso sessuale) al comportamento (tasso di aggressione, delinquenza, detenzione). Viceversa, laddove la crescita avviene con donne single, all’interno di famiglie acquisite o in regime di custodia congiunta di convivenza, “il risultato è chiaro: i figli tendono a stare peggio”.

Né vale l’obiezione, comune anche alle nostre latitudini, di quanti sostengono che se pure fosse acquisito che di matrimonio ce n’è uno solo, quello “coniugale”, alla società non verrebbe alcun danno dall’estendere le tutele giuridiche anche a partner dello stesso sesso. In altre parole: come e in che modo il matrimonio omosessuale potrebbe mettere a repentaglio quello tradizionale, o influenzare negativamente la società? In fondo, si tratta solo di ampliare la platea di quanti possono godere di un diritto senza che per questo chi già ne gode ne abbia nocumento. Il punto critico di questa obiezione, che delle unioni civili fa una questione di uguaglianza e non discriminazione, è che sembra trascurare il non banale dettaglio che il diritto forma le convinzioni, che a loro volta formano i comportamenti, i quali insieme alle convinzioni influenzano gli interessi umani e il benessere sociale. Ne consegue che una legge sul matrimonio viziata da un fraintendimento di ciò che il matrimonio è, produrrà confusione sul concetto stesso di matrimonio. Ecco perché, prima ancora della stepchild adoption, è il ddl Cirinnà in sé che costituisce un problema, con buona pace di chi, sorprendentemente anche in ambito cattolico, pensa il contrario: perché nella misura in cui punta a ridefinire il matrimonio civile, la sua approvazione comporterebbe una riscrittura del significato stesso del matrimonio. “Distorcendo la visione che le persone hanno del matrimonio – dicono gli autori – la politica revisionista le renderebbe meno capaci di realizzare questa fondamentale via di fioritura umana – proprio come un uomo confuso riguardo a ciò che esige l’amicizia avrà problemi a essere un amico”. Per non parlare di quelli che potremmo chiamare gli “effetti collaterali” di una riscrittura dell’unione coniugale: minore sicurezza, anche materiale, degli sposi; ripercussioni negative sulla formazione complessiva dei figli; rischio di violazione e limitazione del diritto alla libertà di coscienza e religiosa, a motivo del fatto che lo stato – accogliendo la tesi “revisionista” secondo cui non c’è differenza tra unioni omosessuali ed eterosessuali – di fatto li vedrebbe come i campioni di una intollerabile discriminazione. Ma c’è anche un altro “effetto collaterale” del riconoscimento delle unioni omosessuali, che tra quelli visti finora è forse il più grave: l’annullamento della figura paterna e materna nei rispettivi ruoli famigliari, ciò che non a caso è uno degli obiettivi della propaganda gender. Se passasse l’idea, contraddetta dall’evidenza, che padre e madre sono ruoli interscambiabili, le conseguenze per i figli sarebbero devastanti: “Le ragazze, per esempio, sono più predisposte a subire abusi sessuali e ad avere figli in età adolescenziale e fuori dal matrimonio se non crescono con il loro padre. Dal canto loro, nei ragazzi cresciuti senza il padre si riscontra un grado più alto di aggressività, di delinquenza e di reclusione”.

A questo punto dovrebbe essere sufficientemente chiaro come il ddl Cirinnà investa una questione che con la lotta per i diritti degli omosessuali c’entra poco o nulla. Come sottolineano Francesco Botturi e Lorenza Violini nella postfazione al volume, in gioco non c’è solo “la funzione sociale della famiglia fondata sul matrimonio… ma molto di più, perché l’idea occidentale (si potrebbe dire latino-cristiana) di famiglia incorpora un’idea di uomo tradizionalmente considerato come un vertice di umanesimo”. Si tratta di quella visione antropologica, che non poco deve al cristianesimo e che ebbe in S. Giovanni Paolo II uno dei maggiori interpreti, secondo cui l’uomo è persona, ovvero un essere la cui essenza è l’essere-in-relazione. O, per dirla ancora con Botturi e Violini, un’antropologia in cui l’uomo ha “un’identità relazionale generativa… Si sta parlando di una generatività che non si limita alla fecondità procreativa, ma riguarda un certo modo d’essere in relazione che accoglie l’altro nella sua reale differenza, lo genera e lo consegna a se stesso”. In tale ottica la visione “coniugale” del matrimonio, lungi dal voler idealizzare in astratto la famiglia, intende piuttosto sottolineare come “la famiglia proprio in quanto istituzione porta in grembo quell’idea vivente, che è una riserva di umanizzazione del mondo, di cura stabile della vitalità primaria, di accoglienza della differenza reale; tutte realtà essenziali affinché il mondo della tecnologia e della globalizzazione… non precipiti (del tutto) nella barbarie”. Al contrario, l’idea di uomo che soggiace alla visione “revisionista” del matrimonio, per altro già ben consolidata nella società occidentale, è quella di un uomo che, ultimamente, vive per se stesso, e i cui tratti erano stati delineati con profetica lungimiranza, e in epoca non sospetta, da Augusto Del Noce: “All’ascesa a Dio – scriveva il filosofo nel 1967 – si sostituisce l’idea della conquista del mondo, ovvero l’affermazione del diritto che il singolo soggetto ha sul mondo. Diritto che non ha limiti, perché, chiamato al mondo senza il suo volere, egli sente di aver diritto, quasi a compenso di questa chiamata, a una soddisfazione infinita nel mondo stesso”.

Se il ddl Cirinnà diventerà legge, con o senza la stepchild adoption, andrà in frantumi non solo il concetto di matrimonio abbiamo conosciuto sino ad oggi, ma molto di più. E se è legittimo e comprensibilie che i sostenitori del ddl Cirinnà portino avanti la loro battaglia, è invece piuttosto sconcertante la miopia di certi settori della chiesa italiana e più in generale di certo mondo cattolico, che non sembrano rendersi conto della vera posta in gioco. E davvero i politici cattolici, e più ancora certi settori della chiesa italiana sorprendentemente immemori delle lezioni del passato, credono che tutto si possa risolvere – nel senso che non sarebbe l’ottimo ma un compromesso quanto meno accettabile – eliminando o smussando la parte relativa alla stepchild adoption? Una pia illusione (neanche tanto pia). Anche perché ci pensererebbe poi l’Europa a chiedere  il riconoscimento del diritto all’adozione, magari appellandosi alla sentenza della Corte costituzionale che ha sancito, con tanti saluti alla legge 40, il diritto di una coppia – non importa di che tipo – ad avere un figlio tramite la fecondazione artificiale eterologa. La questione vera è un’altra: non serve una legge sulle unioni omossesuali. E non serve non solo perché i diritti ci sono già, ma soprattutto perché – come ha giustamente sottolineato su queste colonne Costanza Miriano – se proprio vogliamo parlare di diritti, sarebbe oltremodo grottesco che per tutelare interessi puramente economici di una coppia omosessuale (eredità e reversibilità della pensione), si privassero i bambini del diritto ad avere un padre e una madre. Ma, soprattutto, il ddl Cirinnà va contrastato per la sfida culturale che esso rappresenta. Una sfida in cui – come s’è visto – non c’e. Un motivo più che valido per partecipare al Family Day.

di Luca Del Pozzo

Fonte: http://www.ilfoglio.it



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