Famiglia, il motore (dimenticato) della crescita

«È uno dei principali driver di sviluppo, ma la politica latita». Ecco cinque «azioni innovative, urgenti, possibili» ed economiche proposte dal professor Zamagni

Quoziente familiare, a monte, e a valle valutazione di impatto familiare dei singoli provvedimenti legislativi e poi Distretti Famiglia come già esistono in altri paesi. Già presidente dell’Agenzia per il Terzo Settore, membro dell’Accademia Pontificia per le scienze sociali e ordinario di Economia all’Università di Bologna, il professore Stefano Zamagni lamenta la totale assenza di politiche per la famiglia in Italia e contrappone a tale latitanza una articolata serie di proposte per ridare realmente alla famiglia stessa quel ruolo di propulsore tanto economico quanto sociale che le è proprio.

Più statistiche segnalano grandi difficoltà per le famiglia: l’Istat ha censito per il 2014 1,47 milioni di famiglie (5,7 per cento del totale) in stato di povertà assoluta, cioè in difficoltà a far fronte ai bisogni primari; Consob ed Eurisko hanno riscontrato che nel 2014 solo il 30 per cento delle famiglie è riuscito a risparmiare, mentre il 45 per cento disponeva di redditi appena sufficienti a coprire le spese, il 15 per cento ha dovuto intaccare i risparmi e l’10 per cento fare debiti; secondo la ricerca “Gli italiani e il cibo. Rapporto su un’eccellenza da condividere” realizzata dal Censis per Expo, infine, 2,4 milioni di famiglie (il 9,2 per cento del totale) nell’ultimo anno hanno dovuto ridurre gli approvvigionamenti alimentari di base. In Italia la famiglia è economicamente sostenibile?

La famiglia è ufficialmente riconosciuta come uno dei principali driver dello sviluppo sia sociale sia economico. Così recitano le risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu del 29 ottobre 2013 e del Consiglio d’Europa del 22 gennaio 2014. Analoga la risoluzione dell’Alto Commissariato dei Diritti Umani dell’Onu del 3 luglio 2015 a Ginevra. Eppure, nel nostro paese, nonostante una certa retorica di maniera, si continua a “vedere” la famiglia come voce di spesa nel bilancio pubblico e non come risorsa strategica per lo sviluppo umano integrale. Contro una media Ue dell’8 per cento della spesa sociale dedicata alle politiche familiari, l’Italia destina il 4,1 per cento. Il fatto è che in Italia la famiglia continua a essere considerata come variabile dipendente rispetto a quanto viene deciso a favore degli altri attori sociali. Non solo, ma nel nostro paese si continua ad avanzare con politiche settoriali (bambini, giovani, anziani non autosufficienti, ecc.) anziché mirare a politiche del corso di vita volte a un sistema integrato per la promozione del bene famiglia.

Irap, Imu, Tasi e via dicendo. Il fisco è sempre al centro del dibattito, le promesse di riduzione delle tasse si susseguono. La famiglia non ha nessuna attinenza con lavoro, produzione e crescita, cioè con le finalità cui sono volte le promesse di alleviare il carico tributario?

In Italia fatica a essere accettata l’idea che la famiglia, prima di essere soggetto di consumo, è un soggetto generativo (di vita umana; di capitale sociale; di felicità; di benessere psicofisico…). Una recente indagine (2013) della Cei ha stimato che il valore annuale complessivo del lavoro familiare ammonta, secondo il metodo di calcolo del costo del servizio, a 433 miliardi di euro, oltre un quarto del Pil. Eppure, le statistiche ufficiali continuano a non tenerne conto. Se non si afferma che la famiglia è, prima di essere soggetto di consumo, un soggetto di produzione – certo non per il mercato – non usciremo mai dall’attuale squallore. Occorre insistere, fino allo sfinimento, che quella della famiglia non è una questione privata. In quanto ha a che fare con il bene comune, la questione famiglia appartiene alla sfera pubblica (a scanso di equivoci: “sfera pubblica” non significa affatto “sfera statale”). A tal fine, un provvedimento semplice e non costoso, ma con forte impatto simbolico è quello di dichiarare il 15 maggio “Giornata nazionale della famiglia” (la scelta di tale data è opera delle Nazioni Unite). Quasi tutti i principali paesi europei hanno già adottato tale provvedimento; l’Italia ancora no. Va da sé che la celebrazione della ricorrenza va affidata alle associazioni familiari e alle loro reti, oltre che ai governi territoriali e alle scuole.

Iniziative simboliche come la Giornata nazionale della famiglia sono però vane, anzi sono una foglia di fico, se non sono seguite da iniziative concrete…

Le politiche familiari non vanno confuse con le politiche di lotta alla povertà. La famiglia merita attenzione in quanto istituzione sociale di primaria rilevanza, non perché è povera. Per il contrasto alla povertà occorrono urgenti misure ad hoc, come ad esempio quelle del Reis (Reddito di inclusione sociale) e altre ancora. Le politiche della famiglia devono essere generaliste, dirette al nucleo familiare e promozionali. Ricordo che è in condizione di deprivazione la famiglia che fronteggia almeno tre delle seguenti nove situazioni: non riuscire a sostenere spese impreviste; non potersi concedere almeno una settimana di vacanza lontano da casa in un anno; avere pagamenti arretrati; non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni; insufficiente riscaldamento dell’abitazione; non possedere una lavatrice; non possedere una televisione; non avere un telefono; non possedere un’automobile. Le famiglie italiane in tale situazione di deprivazione sono il 26,6 per cento nel Mezzogiorno e il 7,7 per cento al Centro-Nord (Fonte Istat, 2013).

Giusto il suo distinguo, che si fa poi?

Sono ormai maturi in Italia i tempi per giungere ad approvare la Valutazione d’impatto familiare (Vif) sul modello della già esistente Valutazione d’impatto ambientale (Via) e di un prossimo provvedimento per istituire la Valutazione impatto sociale (Vis). Con la Vif si cerca di misurare ex ante gli effetti, diretti e indiretti, che una data norma di legge (nazionale e regionale) una volta approvata andrebbe a produrre sulle famiglie. E ciò sulla base di una griglia di indicatori previamente predisposta. Non v’è chi non veda come un tale strumento legislativo influirebbe positivamente sui progetti di sperimentazione del welfare locale e consentirebbe di porre in pratica quel principio di sussidiarietà di cui troppo spesso si parla soltanto.

Siamo al paradosso, la Via è giustificata dal rischio cui si vuole sia esposto l’ambiente. Con l’idea della Vif lei sta dicendo che la famiglia oggi è a rischio?

Dal Dopoguerra a oggi, non una sola legge organica sulle politiche familiari è stata emanata in Italia. Azioni innovative, di agevole introduzione, che reputo urgenti e possibili, tenuto conto dei vincoli di bilancio, sono le seguenti:

1) consentire che al Fondo per le Politiche della Famiglia (ex legge 256/2006) possano affluire non solo le risorse (in continua diminuzione) di fonte statale, ma anche quelle provenienti dal crowdfunding e dalle Fondazioni civili;

2) al decreto legislativo n. 80 del 15 giugno 2015 (“Misure per la conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”) occorre aggiungere gli interventi mirati alla cura degli anziani e disabili entro la famiglia e non solo quelli rivolti alla maternità e prima infanzia;

3) sostenere il welfare aziendale con un sistema strutturato di incentivi anche ricorrendo alle risorse dei Fondi Strutturali 2014-2020. Prevedere riduzioni delle imposte regionali (Irap) e/o comunali (Imu/Tasi) per le imprese che attuino politiche family-friendly (sanità integrativa, asili aziendali, misure di armonizzazione famiglia-lavoro e altre ancora);

4) istituzione di un sistema di rating su base nazionale volto alla creazione di un “Marchio famiglia” per segnalare politiche d’impresa familiarmente responsabili. Tale provvedimento va accompagnato dall’istituzione di “Distretti Famiglia” sulla falsariga dei Distretti Industriali, ai quali si applica la legge 106/2011, che varrebbe a dare la realizzazione delle Alleanze Locali per la Famiglia. La più parte dei paesi europei già conosce tali istituti, l’Italia no!

5) estendere alla famiglia le provvidenze dell’articolo 14 della legge 108/1996, a tutt’oggi riservate alle sole imprese. Si tratta della legge che incoraggia gli imprenditori, preda degli strozzini, a denunciare il reato di usura. Secondo dati ufficiali, le famiglie in condizioni di indebitamento a usura riguardano non meno del 5 per cento dei nuclei presenti in Italia.

Vaste programme si direbbe, in Italia non si parla neanche più del quoziente familiare.

Quello che chiama in causa la fiscalità favorevole alla famiglia è un provvedimento di più ampia portata e di straordinaria rilevanza. Già nella prima Conferenza nazionale sulla famiglia, nel 2010 a Firenze, unanime fu il giudizio positivo sull’introduzione del “Fattore Famiglia”, proposto dal Forum delle associazioni familiari, quale metodo di calcolo dei redditi di un nucleo familiare ai fini della tassazione capace di tener conto del principio di equità verticale. Ricordo che la laicissima Francia introdusse il “Quoziente Familiare” già nel 1945 e da allora non l’ha mai messo in discussione, anche durante la recente crisi finanziaria; non è allora un caso se il tasso di fertilità in questo paese supera da anni il 2 per cento. Discorso analogo è quello che concerne le politiche tariffarie (luce, acqua, rifiuti casalinghi eccetera), pensate apposta, in Italia, per penalizzare le famiglie, soprattutto quelle numerose.

A proposito di penalizzazione, come valuta l’emancipazione economica femminile in rapporto alla famiglia?

Il Rapporto 2008 del Global Gender Gap, a cura del World Economic Forum, pone l’Italia in 84esima posizione su 128 paesi per quel che concerne la partecipazione femminile al mercato del lavoro. D’altro canto, il “Primo rapporto sulle politiche familiari” dell’Ocse (diffuso a Parigi, il 27 aprile 2011) denuncia la situazione italiana per il modo in cui vengono lasciate indifese le donne che cercano di armonizzare i tempi di vita familiare con i tempi di vita lavorativa. Eppure già la Gaudium et Spes (1964, n. 67) chiedeva: «Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita».

Parole veramente profetiche! Si deve sapere che l’armonizzazione – termine preferibile a quello di conciliazione – è tecnicamente ed economicamente possibile, a condizione che sia l’impresa sia la famiglia trovino il modo giusto di dialogare e a condizione che si superino anchilosanti ideologie, ormai condannate dalla storia. La famiglia è in armonia e luogo di felicità quando le diversità di genere diventano occasione di complementarità strategiche e di fioritura umana per tutti i suoi componenti.

di Carlo Sala

Fonte: http://www.tempi.it



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