Cile. Vescovi contro legalizzazione dell’aborto: «I parlamentari cattolici non hanno il diritto morale di approvarlo»

Il 4 agosto comincia il dibattito in Parlamento. I vescovi si appellano «alla coerenza» di tutti i cattolici, anche degli elettori: «Non votate i candidati che appoggiano il disegno di legge»

L’aborto «non è mai terapeutico. Esortiamo le autorità a tutelare ogni essere umano, in particolare i più deboli e indifesi, ad amare e rispettare alla stessa maniera madre e figlio». La Conferenza episcopale cilena torna a schierarsi contro il progetto di legge che depenalizza l’interruzione volontaria di gravidanza in tre casi (quando la gestazione mette in pericolo la vita della madre, quando il feto presenta malformazioni incompatibili con la vita e nel caso in cui la gravidanza sia la conseguenza di una violenza sessuale).

Lo fanno rilanciando un messaggio — intitolato El derecho humano a una vida digna para todos — firmato dai vescovi il 25 marzo 2015, Giornata del nascituro e dell’adozione. Il testo è stato poi diffuso il 17 aprile successivo a conclusione dell’assemblea plenaria. Domenica 2 agosto, ne hanno nuovamente offerto una sintesi «come contributo al discernimento delle persone e delle comunità, cattoliche e non cattoliche, in un momento importante della discussione parlamentare».

L’iter legislativo dovrebbe cominciare il 4 agosto in Commissione salute della Camera dei deputati. I vescovi, nello specifico, lanciano un appello ai “legislatori cristiani” affinché facciano fallire l’iniziativa del Governo. Depenalizzare l’aborto in caso di violenza «vuol dire rinunciare alla protezione dei più deboli e indifesi e rappresenta un atto di resa dello Stato davanti al flagello delle aggressioni sessuali alle donne», sottolineano, sollecitando i legislatori del Paese a promuovere leggi giuste e a non collaborare con un provvedimento sull’interruzione volontaria di gravidanza. «Sosteniamo che l’aborto non è di per sé un’azione terapeutica per salvare la vita di una madre in pericolo, anche quando la morte della persona concepita è una possibilità prevista, non voluta, non ricercata», affermano, spiegando che, «in caso di morte non desiderata della creatura né causata da una pratica direttamente orientata a salvare la madre in situazione di rischio, non si può parlare di aborto».

Per quanto riguarda invece le donne vittime di stupro, «non è umano lasciarle da sole a vivere il dramma subito, come non è altrettanto umano privare della vita l’essere più indifeso e innocente, suo figlio». La Chiesa cattolica cilena rileva la necessità di uno Stato e una società «attivi e presenti» nel sostenere le madri e i loro figli. In Cile — riferisce l’Efe — l’aborto terapeutico è stato legale per circa cinquant’anni, fino al 1989, quando il regime di Augusto Pinochet lo proibì in maniera assoluta.

Le parti principali della dichiarazione dei presuli sono state pubblicate ieri in un inserto a pagamento su alcuni quotidiani per iniziativa di organizzazioni non governative contrarie all’aborto. Vi è contenuto un «urgente appello alla coerenza» rivolto ai legislatori cattolici e l’annuncio che alle prossime elezioni l’episcopato ricorderà ai fedeli «di non dare il voto a candidati che abbiano appoggiato il disegno di legge sull’aborto». Secondo i firmatari (cinque vescovi), in pratica la proposta governativa «apre la porta all’aborto libero» e un parlamentare cattolico «non ha il diritto morale di approvare tale iniziativa legale».

Richiamando il messaggio El derecho humano a una vida digna para todos, invitano al «rispetto» e alla «considerazione» per ogni persona che si trova ad affrontare la realtà dell’aborto, che quasi sempre deriva da una situazione di grande sofferenza. I presuli riconoscono che i casi previsti dalla legge in discussione sono particolarmente drammatici e che riguardano «un dolore vissuto al limite», ma al tempo stesso affermano che «l’aborto non comporta mai una cura da quelle esperienze traumatiche e non è mai terapeutico». Impegnati a «lavorare per una società senza esclusioni», sottolineano di voler «aggiungere bimbi non ancora nati all’elenco, non breve, di persone e gruppi che il Cile lascia ai margini e che, come segnalato da Papa Francesco, sembrano poter essere scartati».

Sul dibattito relativo alla legge sull’aborto è intervenuto, nelle settimane scorse, anche l’arcivescovo di Concepción, Fernando Natalio Chomalí Garib, sottolineando la particolare, e spesso insostituibile, rilevanza sociale delle opere assistenziali promosse in Cile dalla comunità cattolica, e stigmatizzando l’ipotesi di sospensione del supporto pubblico nel caso tali istituzioni si rifiutassero di applicare la pratica abortiva. Il presule ha chiesto al Governo di «riconoscere l’immenso lavoro fatto dalla Chiesa a favore della vita e della gente».

Fonte: http://www.tempi.it

 



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