Che ne sarà dell’Europa? Considerazioni a caldo dopo il referendum greco

Il clima è esattamente l’opposto della notte della caduta del Muro di Berlino.

Mentre scrivo queste parole sono appena stati comunicati i dati definitivi del referendum greco che ha visto la schiacciante vittoria dei “No”. E’ ancora notte e non si sa come apriranno i mercati domattina e quali scelte da domani farà l’Unione Europea. Per questo non mi addentro in previsioni e discorsi tecnici che potrebbero essere subito smentiti dalla realtà dei fatti.

 

Mi limito a fare alcune considerazioni personali e generali, così come mi escono dal cuore.

 

Una giornata come quella di oggi lascia sul piatto molti pensieri: fare un referendum in questa situazione è stata democrazia o invece è stata demagogia? “Fare scegliere al popolo” in questo modo è un atto di alta considerazione della politica oppure è un bellissimo strumento dei moderni Pilato per potersi lavare le mani di fronte alle scelte anche impopolari che ogni tanto occorre prendere per il bene di tutti?

 

Questo è un primo pensiero che mi resta in testa questa sera: se in una famiglia papà e mamma mettessero ogni giorno a referendum la scelta di andare a scuola o di impegnarsi in un lavoro, non so quanti figli e genitori sceglierebbero per questi impegni… Eppure sappiamo che sono necessarie per crescere anche queste fatiche, perché già Collodi diceva che il paese dei balocchi è qualcosa che ti fa diventare un animale e non un uomo… E non so neppure se quel papà o quella mamma farebbero il bene dei loro figli a mettere a referendum una scelta così… ci sono cose che vanno fatte e basta, anche se non hanno la maggioranza democratica… E sappiamo che la Grecia non è in questa situazione solo perché “gli altri” sono cattivi, ma ha fatto molti errori in campo economico per giungere fino a questo punto. Errori che devono essere cambiati con scelte anche dolorose di un cambiamento di stile di vita.

 

L’altra considerazione è l’abissale distanza tra questa notte e la notte della caduta del muro di Berlino della fine degli anni 80.

 

In quella notte si respirava a pieni polmoni un sogno: il sogno che finalmente si potesse vivere nella pace, nell’abbattimento delle divisioni e di ciò che teneva distanti i popoli. Il sogno europeo era l’illusione che non ci sarebbero più state guerre sul nostro territorio e insieme si potessero raggiungere obiettivi che i singoli stati non riuscivano a perseguire. Era un sogno condiviso, una speranza che partiva da una piazza, quella di Berlino, ma che si riversava in tutte le piazze del nostro vecchio continente.

 

Oggi, in questa notte greca del 2015, non si respira più nulla di quella speranza e di quel sogno. Abbiamo costruito un’Europa basata solo sulle banche e non sui valori dei popoli che la compongono, illudendoci che bastasse l’euro a tenere insieme Stati e nazioni così diverse. L’aria si è fatta asfissiante e si vive letteralmente alla giornata perché non esiste più un orizzonte comune in cui sperare.

 

Comunque andrà domani, oggi è una notte triste. Ha vinto il No, ma si ha la sensazione che la festa che avviene nelle piazze greche è quella festa dei tifosi di una squadra di serie C che (forse) non va in retrocessione: una gioia che non passerà alla storia e che soprattutto non è associato a un gran calcio alla Pelè o ai grandi calciatori di cui la storia si ricorda. Una gioia molto piccola e limitata.

 

E’ una gioia privata, di chi difende il proprio orticello e dice No a tutto il resto. Perché il mondo fuori è cattivo, perché gli altri non ci interessano, perché sono come il nemico da guardare in cagnesco, come si è fatto nelle due guerre mondiali che hanno lasciato stragi e ferite non ancora completamente sanate.

 

Certo, ci sono mille giustificazioni e mille ragioni. Eppure la sensazione che ciò che è successo oggi in Grecia potrebbe diventare un effetto domino in tanti altri stati c’è. Non c’è più nessuna voglia di condividere, si sta tornando indietro a difendere muri e confini, perché l’altro è sempre e solo una minaccia, pronto a rovinare la mia vita e quella dei miei interessi.

Il fatto stesso che si sia giunti a questo scontro tra popoli è il segno dell’incapacità a portare dialogo tra le varie parti in causa, senza esibizioni muscolari di forza né dall’una né dall’altra parte. Ma pensiamo alla situazione ridicola con cui l’Europa (non) sta affrontando la questione dell’accoglienza dei profughi: davvero sembra di essere tornati al medioevo.

 

Sono solo considerazioni, magari un po’ troppo pessimistiche. Spero che siano smentite dalla realtà dei fatti e delle scelte che verranno fatte da domani.

 

Stanotte però resta questo amaro in bocca. Come la sensazione che davvero “la mia generazione ha perso”, come cantava il nostro grande Gaber. Sì, stanotte quel sogno di costruire un’Europa della condivisione e dei ponti e non dei particolarismi e dei muri, ha perso davvero.



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