Ammettetelo, è guerra di religione

Ha 42 anni, dirige Le Monde des Livres, il suo ultimo saggio Un silenzio religioso esamina le tragiche derive dell’Islam. Ne parliamo con l’autore, Jean Birnbaum. Che cosa induce dei giovani europei a diventare jihadisti e a compiere attentati? «Possiamo trovare spiegazioni nella geopolitica, nella storia, nel sociale, nell’economia. Ma se non siamo riusciti ad […]

Ha 42 anni, dirige Le Monde des Livres, il suo ultimo saggio Un silenzio religioso esamina le tragiche derive dell’Islam. Ne parliamo con l’autore, Jean Birnbaum.

Che cosa induce dei giovani europei a diventare jihadisti e a compiere attentati?

«Possiamo trovare spiegazioni nella geopolitica, nella storia, nel sociale, nell’economia. Ma se non siamo riusciti ad arginare il fenomeno, è soprattutto perché non abbiamo voluto decifrarlo per quello che è. Dietro gli attentati, gli attacchi dei kamikaze, le gesta sanguinarie di giovani killer pronti a immolarsi, c’è soprattutto l’aspetto religioso. Ma noi continuiamo a occultare questa realtà».

Noi chi?

«Tutti noi, rappresentanti dei media e della politica. Pensi agli attentati di Parigi: gli assassini sono entrati in azione invocando il nome di Allah, ma il presidente socialista della Francia straziata dagli attentati ha sostenuto che i killer non hanno niente a che vedere con l’Islam. E un errore imperdonabile, tipico della gauche. Si vogliono affibbiare per forza etichette geopolitiche, post-colonialiste e socio-economiche a un fenomeno che è invece espressione della potenza autonoma della spiritualità».

Lei vuol dire che gli assassini dell’Isis sono spinti dalla fede?

«Il collante che li tiene insieme è lo spirito religioso. Non appartengono a un milieu comune, vengono da città e ceti sociali diversi, ma compiono gli stessi gesti e usano le stesse parole ovunque, ad Aleppo come a Parigi, in Kenya come a Bruxelles. Parole e gesti ispirati a un’energia profondamente religiosa. Si richiamano ad Allah, agli angeli protettori, alle rivelazioni profetiche, ai versetti del Corano. Alcuni sono eruditi, altri che erano ignoranti si sono fatti una cultura. Un rapporto della polizia ha dimostrato che a casa dei fratelli Kouachi e di Coulibaby, gli assassini di Charlie Hébdo e dell’Yper Cacher, c’erano gli stessi libri: non dei manuali che insegnano a fabbricare bombe, ma le esegesi del Corano e altri testi religiosi».

Stiamo vivendo una guerra di religione?

«E questo l’aspetto centrale: se i governi che debbono fronteggiare la minaccia continueranno a dire che quel che sta succedendo non ha niente a che fare con l’Islam, non ne usciremo. Tanto più che lo slancio religioso è venuto a mancare nelle nostre società: i giovani jihadisti hanno la fede, noi no. Dunque sono più forti loro. Ed è impressionante vedere che le altre religioni si mostrano intimidite, come se l’islamismo fosse ormai la forma dominante del desiderio religioso. L’Islam ha una capacità di attrazione incredibile presso i giovani, peggio di una calamita: non esiste niente del genere per le altre dottrine».

Che cosa possiamo fare per difenderci?

«Prima di tutto chiamiamo le cose col loro nome: parlare di ‘barbari’ e di mostri’ non aiuta a capire. Poi facciamo l’esame di coscienza: è ammissibile vendere armi all’Arabia Saudita, come ha fatto la Francia, nel momento stesso in cui autorità civili e religiose saudite lanciano appelli alla Jihad? Bisogna finirla con la realpolitik. Aiutiamo invece i giovani occidentali a ritrovare i valori perduti, primo fra tutti quello della spiritualità».

Intervista di Giovanni Serafini a Jean Birnbaum, dalla NAZIONE di oggi, 25/03/2016, pag.6, titolo: ” Ammettetelo, è guerra di religione”.



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