Zygmunt Bauman giustamente celebrato e gli intellettuali cattolici a rimorchio

Sia in vita che in morte Zygmunt Bauman è stato onorato. Ma quello che ha detto lui non lo avevano detto anche gli insegnamenti sociali della Chiesa? Anzi, molto di più?

La settimana scorsa la cultura alta mitteleuropea ha detto addio ad un altro esponente di rilievo dei suoi, il sociologo Zygmunt Bauman, che negli ultimi decenni si era ormai affermato a livello internazionale come una delle voci più autorevolmente critiche della cosiddetta ‘postmodernità. Nato in Polonia da famiglia ebrea, anche se personalmente non credente, formatosi sul pensiero ideologico marxista e sulla storia sociale del XX secolo, quindi docente all’università di Varsavia, ma affermatosi poi in Gran Bretagna, scelta come sua seconda Patria intellettuale, presso l’ateneo di Leeds, Bauman ha raggiunto la fama soprattutto con alcuni suoi saggi sull’etica del consumismo e il futuro dello sviluppo umano nelle società capitalistiche avanzate. Come detto, non era credente, eppure parecchie delle sue riflessioni si sposavano – e si sposano – positivamente con una lettura cristiana della storia: quando il sociologo denunciava ad esempio il materialismo effimero come il leitmotiv principale e lo spirito più caratteristico dei nostri tempi, o quando descriveva la fine dei legami relazionali autentici come esito coerente del ‘carpe diem’ utilitaristico del mercatismo, o quando ancora metteva in guardia dallo strapotere della tecnica sull’umano non tacendo su alcuni sviluppi della cosiddetta recente globalizzazione dei processi, era difficile dargli torto. Così, anche grazie a una serie di fortunate espressioni descrittive di tono-giornalistico da lui coniate sulla crisi della modernità poi divenute famose, Bauman è diventato un riferimento pubblico quasi obbligato nei principali dibattiti a tema che vanno per la maggiore nelle cosiddette ‘scienze umane’.

Molto di quello che ha scritto e prodotto resterà ancora a lungo fra noi e il suo nome entrerà in quelli ‘da sapere’ sui banchi di scuola di domani, c’è da giurarci. Eppure, detto questo, e anzi proprio alla luce di questo, non ci si può fare a meno di chiedere, da parte nostra, che cosa è mancato alle nostre classe culturali degli ultimi anni per andare dietro a Bauman. Insomma, e più semplicemente: c’era proprio bisogno di un Bauman per arrivare a cogliere in tutta la drammaticità l’assenza di senso e di relazioni umane (anche e soprattutto affettive) come la vera, ultima rivoluzione globale dei nostri giorni? Davvero i pensatori e gli intellettuali cristiani non avevano nessun altro riferimento a cui attingere? Forse che non c’erano state fior di encicliche sociali in proposito? Forse che non c’erano state varie esortazioni apostoliche? Forse che non c’era un intero magistero sociale – coerentemente argomentato – che almeno dalla fine dell’Ottocento, cioè da  Leone XIII in poi, non avesse messo ripetutamente a fuoco la traiettoria inquietante di certi processi globali trainanti nei campi dell’economia, della finanza e della cultura?

Si resta obiettivamente colpiti dalla ‘afonia’, se così si può dire, dell’intelligentsija (nome bruttissimo, tra l’altro, ma ci siamo capiti) formalmente cattolica, o almeno anche solo un po’ cristianamente ispirata. Intendiamoci, non vogliamo dire che il sociologo polacco non abbia avuto certo meriti, sia chiaro, al contrario: ci chiediamo come mai ne abbia avuti così tanti riconosciuti anche da chi – almeno per educazione, istruzione e formazione – non avrebbe proprio dovuto sorprendersi della ‘singolarità’ di certe riflessioni, per il semplice fatto che, a lui, dopotutto, non avrebbero dovuto suonare per niente ‘singolari’.

Anche da questo piccolo ma significativo trend, confermato dalle cronache, i commenti e gli editoriali usciti nei giorni scorsi, insomma, ci sembra di poter rilevare quella che è una delle grandi mancanze contemporanee della cultura cattolica non solo mitteleuropea, in realtà, ma anche italiana: ovvero l’incapacità di elaborare e argomentare pubblicamente un pensiero vero e proprio, e distintivo, sulle grandi questioni sociali che ci attraversano come Nazione e come Continente con il – consequenziale – andare a rimorchio di questo o quel pensatore, di questo o quel politico, di questo o quell’intellettuale di turno a seconda dei temi in discussione e delle scelte da fare.

Non è un problema che nasce oggi, chiaramente, ma indubbiamente negli ultimi tempi si è notato pubblicamente – non parliamo poi politicamente – sempre di più al punto che, replicando e parafrasando a modo nostro una celebre battuta di un film di Moretti, ci verrebbe quasi da dire: “Caro intellettuale, se ci sei, dicci qualcosa di cattolico, per favore”.  E abbiamo detto tutto.



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