Zone a luci rosse? No, sono ghetti per le schiave

Una zona a luci rosse nel quartiere Eur di Roma? Lo vuole il sindaco Ignazio Marino, mentre il suo partito, il Pd, sembra adesso intenzionato a portare in Parlamento una proposta di legge per riaprire le case chiuse.  Per un confronto sul tema abbiamo raggiunto telefonicamente Giovanni Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata […]

Una zona a luci rosse nel quartiere Eur di Roma? Lo vuole il sindaco Ignazio Marino, mentre il suo partito, il Pd, sembra adesso intenzionato a portare in Parlamento una proposta di legge per riaprire le case chiuse.  Per un confronto sul tema abbiamo raggiunto telefonicamente Giovanni Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, da più di vent’anni in prima linea nel contrasto alla prostituzione e nel soccorso alle vittime della tratta.

Presidente Ramonda, partiamo dalla questione di fondo: il fenomeno della prostituzione va regolamentato o contrastato?

«Il concetto di fondo è quello che diceva don Oreste Benzi, “nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che ce la fa diventare”, e in questo caso sono i clienti e il racket. Pertanto è necessario tutelare e promuovere la dignità della donna, non renderla schiava con il mercato e la tratta. Come si fa a regolamentare una schiavitù? Se una schiavitù è tale non è un bene, ma è un male sommo, e in questo caso tra l’altro si parla di donne, in molti casi minorenni e in stato di gravidanza. Dunque, nessuna regolamentazione ma, come diceva Don Benzi, “tolleranza zero”, sulla dignità non si tratta”.

Tra i favorevoli alla regolamentazione c’è chi sostiene che molte delle prostitute vendono il loro corpo per libera scelta, come se fosse un mestiere. Cosa ne pensa?

«Qui bisogna fare chiarezza: non è affatto vero che queste donne sono libere di esercitare questa “professione”, in ogni caso restano sempre in mano al racket».

Il mercato della prostituzione prolifera perché c’è una domanda, quella dei clienti.  Come intervenire per ridurla?

«É necessaria un’azione di contrasto specifica anche nei confronti dei clienti, altrimenti si genera una cultura estremamente maschilista, e dannosa soprattutto per i giovani, in base alla quale la donna è un oggetto che si può comprare. L’esperienza dell’associazione Papa Giovanni XXIII, che da più di vent’anni cerca di aiutare queste ragazze – più di 7mila ne sono passate nelle nostre Case, liberate dalla strada – ci dice che dopo questa esperienza drammatica la maggior parte di loro non è più capace di costruire una relazione affettiva sana, né di vivere serenamente la sessualità. Quando a volte queste donne si innamorano, e magari vogliono costruire una famiglia, emergono dei blocchi psicologici importanti, tant’è che le donne che subiscono questa violenza fisica e sessuale da parte degli uomini sono paragonate ai veterani di guerra, per i danni psicologici tremendi che riportano. Basterebbe questo per capire che il fenomeno va contrastato, non regolamentato».

Forse sarebbe più utile e sano indagare sul perché nasce questa domanda, che non di rado riguarda uomini giovani, sposati, con figli.

«Certamente è fondamentale intervenire in chiave di prevenzione sui possibili clienti. Come diceva anche don Benzi, ad alimentare il fenomeno è anche una insoddisfazione e una infelicità di coppia, ma questo non può essere una giustificazione. Piuttosto va contrastata una cultura che punta all’indottrinamento dei nostri giovani, dei nostri bambini: esistono dei videogame molto diffusi dove si premia chi uccide più donne. La mercificazione della donna passa anche attraverso questi percorsi. É un retaggio della cultura maschilista che vede la donna inferiore, mentre è un tratto distintivo del cristianesimo il riconoscimento del valore della donna, che ha pari dignità dell’uomo e che deve poterla manifestare in tutte le sue espressioni».

Guardando oltreconfine, ci sono Paesi in Europa dove il concetto della “tolleranza zero” è stato applicato con successo. Da queste esperienze si possono attingere modelli?

«Sì, in alcuni Paesi del nord Europa, come la Svezia – tra l’altro un Paese laico – dove la legislazione prevede azioni di forte contrasto nei confronti dei clienti, il fenomeno si è ridotto moltissimo. In Olanda – un altro Paese progressista – il sindaco di Amsterdam già nel 2003 aveva registrato il fallimento delle case chiuse e riconosciuto che questo mercato era finito nelle mani del racket. Funzionari olandesi riferiscono oggi che il governo ha intenzione di chiudere circa duecento case di tolleranza perché ci si è resi conto che è una strategia perdente».

La Comunità Papa Giovanni XXIII ha presentato al governo una proposta di legge per adottare in Italia il “modello nordico”. Quali sono i punti centrali?

«Anzitutto la punibilità del cliente, perché è la fonte della domanda. E poi assicurare alle donne schiavizzate che collaborano e denunciano prima di tutto un’accoglienza, poi una tutela, una difesa anche legale, una formazione scolastica e professionale, e la possibilità di riavere i documenti per poter accedere a una vita normale nel contesto sociale. Siccome talvolta sono le famiglie d’origine a spingere le ragazze a partire o addirittura a venderle, per ignoranza, per scarsa considerazione dei figli, per necessità economica – famiglie che non di rado vengono minacciate di ritorsioni dagli stessi aguzzini – allora la migliore prevenzione è data dagli accordi di sviluppo per i Paesi che sono presi di mira dal racket della tratta. In altre parole, dare formazione e soprattutto lavoro. É chiaro che si tratta di interventi a lungo termine, ma in questo caso è necessario agire su più fronti e nell’immediato operare per ridurre la domanda».

Alla luce di ciò, come valuta l’iniziativa del Comune di Roma?

«Il prefetto Giuseppe Pecoraro ha parlato di un’operazione illegale. Inoltre questo sistema comporta una contraddizione evidente: in alcune zone la prostituzione sarebbe legalizzata in altre sarebbe illegale, ma o lo è sempre o non lo è mai. Mi sembra piuttosto che si sia persa la cognizione di ciò che è bene e ciò che è male, oppure si mescolano le carte e ciò che è bene viene definito male, e ciò che è male viene definito bene. Le esperienze della Svezia e dell’Olanda ci dicono che il nocciolo della questione sono i clienti e dunque questa è la linea da seguire, lavorando in rete, unendo le forze, operando in sinergia fra forze dell’ordine, Questure, Stato, associazioni di volontariato. Se si lavora insieme e si fa quadrato su tutto il territorio nazionale, come era avvenuto a Rimini ai tempi di don Oreste, allora la prostituzione viene debellata».

Un impegno corale a cui è chiamato anche l’universo cattolico nelle sue molteplici articolazioni…

«Anche il mondo cattolico, che è molto attento e impegnato in prima linea anche attraverso le parrocchie e le diocesi, potrà trovare maggiore efficacia attraverso il coordinamento delle tante iniziative solitarie. In questa prospettiva, quello che viviamo è un tempo favorevole, perché grande slancio arriva da papa Francesco che sulla tratta, recentemente, ha dato un’indicazione luminosa sul percorso da seguire: sia riguardo alla condivisione delle sofferenze con le donne schiave, che rispetto alla rimozione delle cause e alla denuncia coraggiosa delle ingiustizie».

di Claudia Di Lorenzi

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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