Ville aperte in Friuli: cultura e natura in dialogo

L’uomo antico poteva ancora immergersi in una natura incontaminata. Sapeva perdersi nel paesaggio, nei monti, nelle valli, nei fiumi, nel mare, sapeva sprofondare nella volta celeste con le sue luminarie ove riconosceva nel riflesso degli astri le vestigia del divino e dell’eterno. Molte tra le più alte e commoventi pagine bibliche, specie nei Salmi e […]

L’uomo antico poteva ancora immergersi in una natura incontaminata. Sapeva perdersi nel paesaggio, nei monti, nelle valli, nei fiumi, nel mare, sapeva sprofondare nella volta celeste con le sue luminarie ove riconosceva nel riflesso degli astri le vestigia del divino e dell’eterno. Molte tra le più alte e commoventi pagine bibliche, specie nei Salmi e negli altri testi sapienziali, celebrano la bellezza e l’armonia del cosmo come segni della potenza e della sovrana libertà di Dio.

Questa vicinanza al mondo della natura ancora integra e non sfigurata dai tentacoli delle metropoli moderne con tutta la loro teoria di simboli del progresso tecnologico — cemento, industrie, ferrovie, fili elettrici che squarciano l’intero pianeta —, consentiva all’uomo antico emozioni e percezioni per noi in gran parte impossibili da provare. Ai segni della potenza divina, sillabe visibili della Parola, si sono sostituiti i segni del dominio umano.

Una bella iniziativa che viene riproposta ogni anno per la primavera e l’estate è quella promossa in regione da Aster turismo e Itineraria: “Ville aperte in Friuli Venezia Giulia”. Un percorso, questo, che consente ai nostalgici della comunione tra architettura-cultura e natura di vivere forti emozioni sul piano estetico e spirituale.

Per chi abita le città moderne la natura è quasi sempre un orizzonte lontano, quasi una realtà dimenticata. Si aspettano i giorni festivi per concedersi, a volte, un bagno ristoratore nei boschi, nei sentieri di campagna o sulle montagne non ancora profanate dalla mano dell’uomo. Ma anche le ville, solitamente ornate e sigillate dal buon gusto patrizio del passato, consentono di attingere a questa sorgente di vita pura e quieta: di solito la villa d’epoca è immersa nel verde, circondata da un parco o da un bosco dove ancora si avverte la voce del vento e il linguaggio degli uccelli, avvolti nel profumo dei fiori e dei frutteti. Dal punto di vista culturale, a parte la poesia elegiaca e bucolica fiorita nell’antichità classica — stupendi quadretti campestri molto idealizzati e in cui perfino la fatica del lavoro, come accade nelle “Georgiche” di Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.), è dolce come miele —, la stagione romantica vide una fioritura unica del sentimento della natura. In particolare la poesia cantò nei suoi versi più musicali e commoventi lo spettacolo meraviglioso del creato. Non è un caso che questa particolare sensibilità si ridesti proprio agli albori dell’età moderna, quando le città e le industrie andavano colonizzando poco a poco tutto lo spazio umano, rendendolo inospitale e triste.

Se nel romanticismo inglese risuonarono limpide e struggenti le lodi alla natura di poeti come Percy Bysshe Shelley (1792-1822) e John Keats (1795-1821), chi più di ogni altro seppe ascoltare la sinfonia del creato e riconoscere nei suoi suoni la mirabile direzione della mano divina, fu il poeta tedesco Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar, 20 marzo 1770 – Tubinga, 7 giugno 1843). Poco amato e compreso dai suoi contemporanei, oggetto di letture disparate — dalla critica storica a quella idealista, fino alla moderna estetica dell’assoluto —, il poeta venne riscoperto e valorizzato nel secolo scorso, ad opera di un filosofo come Martin Heidegger (1889-1976) e di un teologo come Romano Guardini (1885-1968). Heidegger fu il primo ad intuire la potenza metafisica della poesia di Hölderlin e la sua vocazione profetica e oracolare.

La poesia di Hölderlin ha contratto pochissimi debiti nei confronti dei poeti romantici suoi contemporanei. Essa risuona  assolutamente originale e inimitabile rispetto alla cultura del suo tempo e si apre solo ad isolati spunti ripresi da alcuni poeti a lui particolarmente cari per interiore empatia quali Friedrich Klopstock, (1724-1803), il rappresentante della poesia cimiteriale inglese Edward Young (1683-1765) e lo scozzese James Macpherson (1736-1796) con i suoi “Canti di Ossian” che raccolgono liriche attribuite ad un mitico bardo gaelico dietro cui in realtà si cela l’autore stesso. Tutti poeti, questi, poco studiati nel seminario superiore di Maulbronn ove il nostro inizia il suo apprendistato culturale. Una ripresa orchestrata da Hölderlin sempre sullo sfondo della insuperata tradizione greca, specie quella tragica, e su una tastiera di domande e sollecitazioni accordate sulle idee filosofiche del greco Platone (428 a.C. – 348 a.C.), dell’olandese Baruch Spinoza (1632-1677), di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) e Immanuel Kant (1724-1804), da lui lungamente studiati a Tubinga dove nel 1788 entrò nel seminario per pastori protestanti, concludendovi gli studi teologici nel 1793.

Nelle sue elegie, le sue lodi, i suoi inni e i suoi frammenti il poeta canta il proprio rapporto d’amore profondo con la natura contemplata con occhio reverente. Non fu un panteista, ma un cercatore e un cantore delle orme divine, impresse in tutta la creazione, impronte sempre più labili ed incerte nonché esposte al rischio di essere cancellate del tutto dall’età moderna scettica e dissacrante. I boschi, gli alberi, le rive erbose del Neckar e del Reno, i protratti e silenziosi dialoghi con il grande albero della sua infanzia, che gettava lunghe fresche ombre nel giardino che cingeva la sua abitazione: ovunque il poeta ascolta la voce del profondo, a cui solo l’intuito e la veggenza attingono; in ogni frammento della natura afferra i fremiti dell’essere che palpitano nel vento, nello scorrere delle acque, nella rifrazione delle luci e dei colori iridati dell’alba e del tramonto, nello scrosciare dei fiumi impetuosi, nell’urlo delle tempeste, nel succedersi delle stagioni, nella grandine, nel ricamo gentile e fatato della brina, nel velo fluttuante delle nebbie autunnali, nell’etere che è impalpabile e luminosa brezza che avvolge e penetra tutto il creato e mantiene accesa la fiamma del principio vitale di ogni cosa, soffio infuocato che fa ardere l’interiorità di ogni vivente.

Una vita tormentata e difficile la sua. Dopo gli studi teologici e di filosofia, tra la possibilità di diventare pastore e insegnante, sceglie la seconda impiegandosi come precettore presso alcune ricche e prestigiose famiglie. Viaggia a lungo per la Germania, percorre tutta la Francia, approda in Svizzera dove ha un incarico come precettore. Nel frattempo non cessa mai di leggere, studiare e approfondire i temi che gli stanno più a cuore, componendo odi, elegie e inni di inarrivabile perfezione. Non conobbe bene Goethe, fu estraneo al classicismo — a parte alcuni echi del neoclassicismo ripresi dallo storico dell’arte tedesca Johann Winckelmann (1717-1768) —, non si preoccupò molto delle nuove inquietudini del romanticismo e dello Sturm und grand, per seguire sempre la sua misura interiore e il suo personale destino. Sin dagli anni degli studi universitari a Tubinga strinse amicizia con Friedrich Hegel (1770-1831) e con Friedrich Schelling (1775-1854) e fu anche amico di Friedrich Schiller (1759-1805). Le sue poesie più riuscite — “Il destino”, “Alla Natura”, “All’Etere”, “Alle Parche”, “Diotima”, “Canto di Iperione e del destino”, “Fantasia della sera”, “Pane e vino”, “Festa di pace”, “Il Reno”, “Gli dei della Grecia” e “Terra di Germania” — puntano all’essenzialità e sono sfrondate da ogni ridondanza. Nessuna parola è superflua né prevedibile, tutto è fresco e nuovo, leggero e insieme densissimo, evocativo e mai descrittivo, tramato di allusioni ed echi che realizzano un perfetto equilibrio tra rivelazione e mistero, tra detto e non detto, come un velo appena scostato che cela mentre nasconde e nasconde mentre cela.

Con il passare del tempo la sua poesia approdò a dei cammei finemente cesellati, a dei frammenti in cui la sostanza di tutta la sua ricerca e ispirazione poetiche si rapprese e si condensò in sezioni di minerali dal valore sacro, specchi magici in cui gli antichi dei si mostrano agli uomini. Questa svolta iniziatica e misterica è la base dell’interpretazione di Martin Heidegger che lesse tutta l’opera di Hölderlin sullo spartito maturo della sua filosofia dell’essere come linguaggio in cui l’abisso delle cose è nascosto e svelato ad un tempo. Per il filosofo il grande poeta tedesco ha realizzato con spirito profetico la sua visione del linguaggio come casa dell’essere: la poesia di Hölderlin in sostanza è per lui un tempio ove risuona indecifrabile ma al contempo famigliare la voce della “verità”. Una verità non più oggettiva ed assoluta, come una cosa che si può circoscrivere e descrivere con linguaggio logico, ma una presenza sfuggente ed enigmatica che si può incontrare solo nelle labili piste tracciate dal linguaggio poetico e nei bagliori sacri delle parole ultime.

Hölderlin non è stato certo consapevole di tutto ciò, ma sicuramente ha “abitato poeticamente” il mondo. Sarebbe meglio dire che ha cercato di abitare poeticamente un mondo impoetico e brutale, sempre in fuga di fronte alle sue utopie e ai suoi ideali. Il poeta fu un eterno esule e solo nella Grecia antica, persa tra le cortine del mito, trovò la patria ideale in cui abitare, così splendida nel suo scenario naturale che ogni giorno accoglie le nozze sfavillanti tra il mare e il cielo, sullo sfondo di colori terrosi e verdeggianti che spiccano tra il bianco delle rocce e delle rovine, come un tappeto su cui ancora rimangono le orme degli dei fuggiti e la polvere d’oro dei loro prodigi. A questa terra di divinità, di eroi e di poeti Hölderlin guarda come ad un sogno radioso e a una una nuova aurora, garanti di una promessa di sicura felicità e di vita compiuta. Il suo canto si tinge di nostalgia per qualcosa che non si è mai avuto ma che ugualmente è vivo nel cuore, forse memoria di altre età e di altre vite: «Quando ancora giocavo col tuo velo / e in te mi radicavo come un fiore, / e sentivo il tuo cuore in ogni suono, battere delicato come il mio / (…) e quando ancora mi volgevo al sole / come se ricevesse la mia voce, / e le stelle chiamavo mie sorelle, / la primavera musica di Dio; / e un vento che muoveva appena il bosco / il tuo spirito era e la tua gioia / che muoveva le calme onde del cuore, — / mi avvolsero davvero giorni d’oro» (“Il destino”). Nel sogno il poeta passeggia a fianco degli dei tra gli uliveti e i vigneti, aspira pienamente le fragranze che arrivano dal mare e l’etere d’oro che smalta di luce caldissima tutte le cose: «Non del solo cibo terrestre è il rigoglio degli esseri, / ma tu li nutri tutti del tuo nettare, o Padre: / e l’aria animatrice per tutte le vene vitali / sgorga, scorre da te, dalla tua eterna pienezza. / Così le creature t’amano e lottano e anelano / a te, senza mai sosta, in un gioioso crescere» (“All’Etere”).

Hölderlin è partito da un paesino adagiato nel grembo di una natura intatta e accogliente e sin dall’infanzia ha coltivato con le assidue letture e lo studio approfondito una passione viscerale per il mondo classico. Quando comincerà a viaggiare, verrà bruciato dal contatto con le nuove città chiave del capitalismo nascente, roccaforti di una nascente aristocrazia del denaro, e dall’incontro con uomini gretti e prosaici ancorati all’utilità e al profitto. Sta nascendo la borghesia affarista e speculatrice, a suo agio più nelle città-mercato, simbolo di una visione materialista della vita, che non nella natura ancora intatta, simbolo della bellezza divina e della trasfigurazione poetica. Questa frizione dolorosa tra il desolato paesaggio urbano e le memorie infantili legate alla sua infanzia in comunione con la natura e alla sua idealizzazione della Grecia antica sconvolgerà il poeta sino alla follia. Infatti, dopo ripetuti attacchi di furore scatenati da un assommarsi di traumi e di delusioni, il poeta finirà la sua vita nel buio della pazzia. I suoi cari lo affideranno alla famiglia di un falegname amante delle belle letture e quindi in grado di dialogare con Hölderlin e anche di capirlo. Verrà sistemato nella celebre casa a torre in riva al Neckar abitando come un antico principe o un nume esiliato proprio nella torre dove rimase sino alla fine, ricevendo in gran pompa amici e conoscenti dai quali si faceva chiamare il “Bibliotecario” e nei confronti dei quali si comportava conformandosi ad un rigida etichetta e a un protocollo formale molto paludato. Abbandonò il proprio nome e assunse lo pseudonimo di Scardanelli che ritroviamo nelle firme delle poesie autografe di questa ultima fase della sua vita, tutte incentrate sulla natura e le stagioni. Anche la linea temporale si incrina: le poesie di questo periodo infatti portano date o arretrate o spostate in avanti rispetto al presente. Il poeta ha tagliato gli ormeggi con il mondo, la sua mente — a dispetto della malattia — non perde mai la limpidezza di uno specchio dove si riflettono solo le immagini pulite e belle del paesaggio e dei cicli naturali: «Il sole fa ritorno a nuove gioie, / appare il giorno e ha raggi come fiori, / appare al sentimento la Natura in gran gala / come un levarsi di canti e di musiche. / Viene dal fondovalle il nuovo mondo; / chiaro è il mattino della primavera. / C’è il giorno sulle vette. Al nostro meditare / segreto, è pure offerta la vita della sera» (“La Primavera”). Vicino alla firma con lo pseudonimo di Scardanelli il poeta scrive sempre due parole di accompagnamento, segno di un’elevatezza morale e di una naturale bellezza interiore che sembrano stridere con la notte e le tempeste della pazzia: “Con umiltà”. E con umiltà il poeta si inchina alle stagioni e le contempla con occhio puro: autunno, inverno, primavera ed estate sono i titoli che ricorrono in modo ossessivo nella produzione frammentaria e rapsodica di questo periodo della sua vita. Nessun interesse per il mondo esterno, per le questioni politiche che lo avevano tanto entusiasmato, nessuna eco delle chimere di rinascita e rigenerazione della Germania divisa in staterelli e chiusa nel retrivo clima dell’assolutismo. Una Germania amata con ardore e contemplata alla luce del mito della Rivoluzione francese, quel mito che molti suoi contemporanei condivisero ma che poi abbandonarono a causa delle sue derive e del suo “terrore”. Hölderlin invece trasfuse in questo mito i suoi sogni di palingenesi del mondo e dell’uomo, confondendo la sfera politica e storica — spesso viziata da ignobili compromessi, meschinità e squallidi sotterfugi —, con la sfera poetica, mitica e filosofica. Del resto egli guardò da lontano quell’evento e la distanza rese possibile la trasfigurazione.

Idealista anche negli affetti e per questo esposto sempre allo scacco, compresso da un ruolo che non lo appagava quale quello di precettore dei figli non sempre volonterosi e brillanti di famiglie agiate, pellegrino in un’Europa sempre più lontana dai suoi ideali, Hölderlin spense nella tenebra della pazzia ogni tormento e delusione e si costruì la sua patria di sogni e aspirazioni. Rimase solo davanti alla natura: lui, avvolto ma anche protetto dalla notte della ragione, e tutt’intorno a lui solo i ritmi vitali del creato nel mutare delle stagioni. Niente di più puro, essenziale, rispettoso del silenzio e dell’aura sacra che offre riparo e bellezza a ogni creatura. È l’ascolto di questo respiro sacro, dimenticato nell’epoca delle passioni tristi e del disincanto del mondo, la sola ragione di esistere del poeta “folle” negli anni del suo esilio, uomo tanto sventurato eppure baciato dal divino per quel suo intendere la muta voce dell’essere. L’essere che si svela e si nasconde, che squarcia con lampi e folgori brevissimi la notte nera del mondo naufrago, l’essere che apre la vita al suo senso ma anche acceca i suoi figli perché troppo abbacinante è il suo fuoco. Pochi attimi prima della fine, quando il tormento della malattia finalmente si placò e i demoni interiori del poeta deposero dopo più di 40 anni le loro armi e i loro strumenti di tortura, il poeta sussurrò senza più angoscia né dolore: «C’è chi ha timore di andare alla fonte». Hölderlin non ebbe paura e la sua vita fu un progressivo andare verso questa fonte misteriosa che Heidegger, ispirato anche dai versi del poeta, chiamò il lucus ad non lucendum, il bosco-radura (lucus) sfrondato per far passare la luce, ma anche per velarla (ad non lucendum). Giocando sull’assonanza tra lucus e lucendum e sull’ipotesi che entrambe le parole abbiano in comune la radice di lux che vuol dire “luce”, il filosofo fondendo in una sola immagine l’idea di luce e di ombra esprime così la sua filosofia dell’essere come svelamento e nascondimento, come silenzio e parola sacra e rivelatrice.

E grande fu Hölderlin per Heidegger proprio perché la sua poesia lo condusse in questa radura che riflette luce e insieme proietta ombra, una radura che richiama immagini di “sentieri interrotti”, di visioni balenanti e brevissime tra il fitto ricamo del fogliame, di mistero e di pace, di esprimibile e di ineffabile. Un luogo che il filosofo, riprendendo una parola chiave della visione del poeta, chiama l’Aperto: «Giorno e notte un fuoco divino ci trascina / ad aprirci la via. Su, vieni! / Guardiamo nell’aperto, / cerchiamo qualcosa di nostro, sebbene sia ancora lontano» (“Pane e vino”). Tutta la vita del poeta fu un pellegrinaggio verso questo luogo-casa dell’essere che si dona e si ritrae senza sosta, che non lascia né spalancata né serrata la porta, ma la tiene appena dischiusa. Il poeta sta sempre sulla soglia e la soglia è pericolo e insieme privilegio. Questo bosco che lascia passare i raggi del sole e insieme li assorbe e li vela, è l’Aperto, “la” Fonte in cui l’occhio umano guarda come in un abisso con il rischio di perdersi. Dio non si può incontrare faccia a faccia. Solo di spalle, ma anche così non sempre l’uomo ha la forza e le facoltà per reggere una tale visione. Troppo fragili e mortali noi siamo, e il poeta lo ha instancabilmente ripetuto negli anni di recluso nella torre siglando le sue liriche con il saluto nobile e dimesso “con umiltà”: «Ma a noi non è dato / riposare in un luogo, / dileguano precipitano / i mortali dolenti, da una / all’altra delle ore, ciecamente, / come acqua di scoglio / in scoglio negli anni / giù nell’Ignoto» (“Canto di Iperione e del destino”).



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