Verso un piano nazionale per la vita

Donald Trump può piacere o non piacere. Una cosa, però, gli va riconosciuta. Sta realizzando quanto promesso in campagna elettorale con un ritmo davvero inusitato per la politica. Sta dimostrando di essere di parola, e sembra confermare ogni giorno la frase che ama ripetere: «I am a man of my word». Lo ha confermato anche […]

Donald Trump può piacere o non piacere. Una cosa, però, gli va riconosciuta. Sta realizzando quanto promesso in campagna elettorale con un ritmo davvero inusitato per la politica.

Sta dimostrando di essere di parola, e sembra confermare ogni giorno la frase che ama ripetere: «I am a man of my word». Lo ha confermato anche nella nomina del nuovo giudice della Corte Suprema, in sostituzione del deceduto Antonin Scalia. Anche in questo caso ha rispettato le promesse indicando Neil Gorsuch, un autentico e sincero pro-life e pro-family. Quarantanovenne, Gorsuch è uno dei più raffinanti e intelligenti giuristi americani. Curriculum stellare – laurea con lode a Harvard e dottorato a Oxford – viene considerato una vera e propria «brillant mind» in campo legale. Come Antonin Scalia è un “originalista”, ossia uno che ama attenersi al tenore letterale e sostanziale della Costituzione, e rifugge le interpretazioni creative tanto care alla giurisprudenza politically correct. Sanissimo sui principi non negoziabili di vita, famiglia ed educazione. Sintomatico il pubblico ringraziamento che ha fatto la sera in cui ha appreso di essere stato indicato dal Presidente Trump: «I am so thankful tonight for my family, my friends, and my faith», ossia: «Sono davvero grato per la mia famiglia, i miei amici e la mia fede» Averne giudici supremi di tal fatta!

Ho sentito parlare di Gorsuch quando partecipai, in rappresentanza dell’Italia, al “Fifth Christian Lawyer Global Convocation”, il V Congresso Mondiale degli Avvocati Cristiani organizzato da Advocates International e tenutosi a Washington dal 6 al 12 ottobre del 2008. In quell’occasione mi regalarono anche un libro di Gorsuch intitolato The Future of Assisted Suicide and Euthanasia, in cui l’autore sostiene che la vita umana ha un valore intrinseco e «la sua soppressione intenzionale è sempre inammissibile». Interessante pure il fatto che lo stesso Gorsuch nel suo libro abbia affrontato il tema dell’aborto, affermando che il celebre caso Roe v.Wade – quello che nel 1973 portò alla legalizzazione dell’aborto negli U.S.A. – in realtà «non ha alcun fondamento costituzionale. Si esprime esattamente in questi termini: «Nel caso Roe v. Wade, la Corte ha spiegato che se il feto fosse stato considerato una “persona” ai sensi del Quattordicesimo Emendamento, non si sarebbe potuto riconoscere il diritto all’aborto poiché il principio della prevalenza del diritto di scelta della madre rispetto alla vita del bambino non ha alcune fondamento costituzionale». Gorsuch è decisamente contrario alla soppressione della vita umana attraverso la pratica dell’aborto. Il punto è capire quanto lui potrà incidere per un vero cambio di rotta giurisprudenziale e legislativo in materia.

Nel sistema di common law il rispetto per il precedente rappresenta un caposaldo. Difficilmente può essere ribaltato con una certa nonchalance, anche se può sempre essere «narrowed or enlarged or clarified», ossia se ne può restringere o estendere l’applicabilità, oppure può essere in qualche maniera interpretato. Come osservò il Chief Justice William Rehnquist nel 1991, il precedente non è un «inexorable command». Oggi, nonostante la nomina di Gorsuch, la maggioranza della Suprema Corte pende ancora a sinistra, e vista l’anzianità dei componenti, quello che preoccupa il mondo liberal è il fatto che Trump possa nominare un altro giudice in sostituzione di un collega in caso di decesso (i giudici supremi americani, infatti, restano in carica a vita). In una simile ipotesi, infatti, la maggioranza passerebbe all’area conservatrice. E sarebbe davvero una grande rivoluzione.

Torniamo in Italia. La lezione di Trump ci insegna che si possono vincere le elezioni anche dichiarandosi profondamente pro-life e contrari all’aborto.

Il Popolo della Famiglia segue convintamente questa strada, e ha sempre proclamato la sua intenzione di proporre l’abrogazione della Legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, per il devastante effetto pedagogico e culturale che quella norma ha introdotto nel nostro Paese. Si è, infatti, arrivati a trasformare un «crimen nefandum» (delitto abominevole), come lo definiva il punto 65 del documento conciliare Gaudium et Spes, in un “diritto fondamentale” della donna.

Però occorre stare attenti, perché l’abrogazione tout court della Legge 194 rischia di non avere senso – o apparire persino ideologica – se non è accompagnata da una reale ed efficace azione politica per rimuovere le cause che inducono una donna ad abortire. L’aborto non è mai la soluzione ad un problema: è un dolore che si aggiunge ad un altro dolore. E per una donna è sempre una tragedia, che viene amplificata quando essa è costretta a ricorrere a tale orrenda pratica. I dati statistici ci dicono che è alta la percentuale di straniere che ricorrono all’aborto, e che le ragioni principali di questa tragedia sono soprattutto di carattere economico, lavorativo, sanitario, familiare. Ecco perché uno Stato degno di questo nome deve fare di tutto per liberare le donne da una simile costrizione.

Il Popolo della Famiglia propone l’elaborazione e l’attuazione di un Piano Nazionale per la Vita (PNV) che da un lato preveda la possibilità concreta e materiale di mettere le donne in condizione di portare a termine la gravidanza, dall’altro lato attui un potenziamento, anche attraverso convenzioni di carattere nazionale e finanziamenti pubblici, di tutte le organizzazioni che oggi in Italia si battono coraggiosamente e proficuamente in difesa della vita.

Dove prendere i soldi per fare tutto ciò è molto semplice. Come spiega il dott. Emilio Arisi, Presidente di SMIC (Società Medica Italiana per la Contraccezione) il costo medio di un’interruzione volontaria di gravidanza è valutato dai DRG (Diagnosis Related Groups) attorno i 1.300-1.500 euro, e quindi, considerando il numero medio annuo di aborti ora attestato sui 90.000, possiamo concludere che oggi tale pratica costa al Servizio Sanitario Nazionale circa 100 milioni di euro. A questa cifra – non indifferente – si potrebbero aggiungere anche i fondi derivanti dalla copertura finanziaria che verrà prevista per tutti i provvedimenti eutanasici attualmente in discussione in parlamento. Alla finta “dolcezza” della morte, il Popolo della Famiglia preferisce favorire la vera dolcezza della vita.

di Gianfranco Amato

Fonte: http://www.lacrocequotidiano.it



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