Valore e necessità del dialogo. Anche Mons. Ettore Malnati entra nella discussione

Proprio a partire dal Concilio Vaticano II, non senza difficoltà, la pastorale della Chiesa cattolica ha fatto propria la via del dialogo nella carità  e nella verità.

 

 

Mons. Ettore Malnati, Vicario per la cultura della diocesi di Trieste, entra nel confronto già iniziato da Silvio Brachetta (leggi qui e qui) e Stefano Fontana (leggi qui) sul dialogo nella Chiesa dopo che anche il protestante Jurgen Moltmann ha dichiarato su “Concilium” che senza verità esso è morto, spiazzando così i fautori del dialogo ad oltranza.

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Paolo VI dedica il cap III dell’enciclica Ecclesiam suam, prima della ripresa del Concilio Vaticano II, al tema del dialogo, sia all’interno della Chiesa (n.117) che al di fuori di essa, con tutto ciò che è¨ umano (nn.101-102) con le varie confessioni cristiane (nn.113-114) e con le altre religioni (nn. 111-112).

Non esita ad affermare: “La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere” (n. 67) e annuncia quale impegno che “questo aspetto della vita odierna della Chiesa sarà  oggetto di speciale ed ampio studio da parte del Concilio ecumenico” (n. 68).

Questa scelta di campo sarà  fatta proprio  quale attenzione di Chiesa in uscita, non solo nello stile indicato dal concilio nell’impegno di evangelizzazione, ma anche in alcuni documenti, come la costituzione pastorale Gaudium et Spes e i decreti Unitatis Redintegratio e le dichiarazioni Dignitatis humanae e Nostra Aetate.

Proprio a partire dal Concilio Vaticano II, non senza difficoltà, la pastorale della Chiesa cattolica ha fatto propria la via del dialogo nella carità  e nella verità.

I Pontefici, da Paolo VI a Papa Francesco, hanno tenuto fede a questa scelta di campo e per dirla con le parole di S. Giovanni XXIII, non si sono fermati a raccogliere le pietre scagliate da alcune parti e ad ascoltare i profeti di sventura. Il dialogo è uno degli atteggiamenti culturali, sociali e religiosi di capitale importanza per un adeguato modo di conoscere pensieri e situazioni, di farsi conoscere, di dimostrare reciproco rispetto e di sottolineare differenze e convergenze. Senza dialogo la verità è conosciuta solo in parte e da una parte. Per poter ritrovare ciò che i unisce e ciò che ci separa è necessario conoscere. Il dialogo offre queste necessarie possibilità.

La necessità del dialogo per i discepoli di Cristo sta in questa verità  evangelica: “Dio non mandò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché sia salvato per mezzo di Lui” (Gv 3,17). Ecco l’origine trascendente del dialogo. Essa – dice Paolo VI – si trova nell’intenzione stessa di Dio. La religione è di natura sua un rapporto tra Dio e l’uomo (n.72).

E’ proprio nell’attenzione e nello spirito del dialogo che si è intensificato il cammino ecumenico tra Costantinopoli e Roma, sbloccatosi a Gerusalemme tra Atenagora e Paolo VI (gennaio 1964) E’ in questo spirito che si sono ritirate le reciproche scomuniche tra Greci e Cattolici, e in questo spirito che si sono riallacciati i rapporti con la Chiesa Anglicana. E’ in questo spirito che si é¨ addivenuti, con Giovanni Paolo II, all’intesa con i Luterani sulla giustificazione. E’ grazie a questo spirito che Papa Francesco si è recato ad incontrare le Comunità  luterane di Svezia e di Roma.

E’ proprio nella linea del dialogo, senza irenismi, che il Concilio orienta al rispetto e all’attenzione per gli Ebrei ed i Musulmani.

Questo stile pastorale è divenuto, su affermazione di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di Papa Francesco, la via che la Chiesa ha fatto e fa sua.

Certo per svolgere questa attenzione pastorale e culturale é necessario essere preparati umanamente, culturalmente e religiosamente, cioè è doveroso conoscere la propria identità, quella dell’interlocutore, focalizzare le tesi comuni e le divergenze in quello spirito di ricerca della verità  nella carità. Sono da evitare chiusure preconcette e dannosi irenismi. Da incrementare i rapporti umani, il rispetto delle varie tradizioni, il diritto alla libertà  religiosa e l’accoglienza di chi desidera intraprendere un cammino di fede altra senza recriminazioni. Ovviamente il dialogo non può essere scambiato con il proselitismo, ma come conoscenza reciproca e convergenza sul primato di Dio, garante di pace e di comunione tra gli uomini, sua immagine e somiglianza.

Certo noi Cristiani, come afferma il Concilio, non possiamo tacere che “Cristo è Colui  che rivela l’uomo all’uomo e ad ogni uomo” (GS n.22). Nel rispetto di ogni tradizione i Cristiani con la loro vita, il cui primato è conoscere, amare e servire Dio e amare il prossimo nello stile di Cristo, debbono costantemente porsi in dialogo con tutti e ciascuno, perché le persone sappiano crescere attente sia alle realtà  immanenti che a quelle trascendenti. Questo è anche l’impegno per un dialogo con il materialismo teoretico e pratico e con coloro che hanno fatto della religione una ideologia spesso integralistica e violenta.

Oggi più che mai il dialogo deve essere la via che ogni istituzione fa propria, cominciando dalla famiglia, dalla scuola, dalle religioni e dalla comunità  internazionale.

Ho letto l’omaggio di Papa Francesco del 6 agosto u.s. alla tomba di Paolo VI nelle Grotte Vaticane come un ringraziamento ed un impegno a continuare la via del dialogo per una riconciliazione tra Cristiani, tra le varie religioni, la pace nel mondo e la comunione nella Chiesa.



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