Una valutazione dell’esito elettorale

Gli esiti delle elezioni politiche si possono valutare diversamente a seconda delle cose che si ritengono fondamentali. Per noi le cose fondamentali sono quelle che fanno il vero bene del nostro popolo e del nostro Paese. Sono le cose che toccano da vicino la costruzione dell’umano. Non sono solo le cose urgenti, ma soprattutto quelle […]

Gli esiti delle elezioni politiche si possono valutare diversamente a seconda delle cose che si ritengono fondamentali. Per noi le cose fondamentali sono quelle che fanno il vero bene del nostro popolo e del nostro Paese. Sono le cose che toccano da vicino la costruzione dell’umano. Non sono solo le cose urgenti, ma soprattutto quelle fondamentali. E’ il lavoro, per esempio, ma prima di tutto la vita perché a chi si nega il diritto di vivere non si può garantire il diritto di lavorare. E’ la crescita economica, ma prima ancora la famiglia vera, perché senza famiglia non c’è crescita umana e la crescita umana è fondamentale rispetto alla crescita economica. E’ la riduzione del debito pubblico e la riforma della macchina statale, ma prima ancora la libertà di educazione perché solo così i nostri bambini non saranno sudditi fin dalla prima età di nessuna macchina statale. E’ la giustizia e la solidarietà verso i più deboli, ma in modo sussidiario senza assistenzializzare e togliere la dignità alle persone e ai gruppi facendoli dipendere dai sussidi di uno Stato invadente e arrogante quanto spesso insipiente.

Se partiamo da questi punti di vista, che valutazione possiamo dare del risultato elettorale?

Dal punto di vista della cultura politica, che poi è quello che veramente interessa perché ci dice come le persone ragionano, possiamo dire di avere tre aree. Un’area di cultura di protesta in cui allignano sia elementi di conservazione (come lo statalismo nella scuola e in economia) che di progressismo radicale (come nella lotta alla famiglia tradizionale) conditi di ecologismo e sostenibilità: il movimento di Grillo. Un’area di centro sinistra classica di tipo socialdemocratico, ideologicamente più robusta ed omogenea, differenziata al suo interno tra Vendola, Bersani e Renzi ma concorde sul superamento della tradizionale visone della famiglia e, infine, un’area di centro destra di tipo liberale con all’interno elementi conservatori. I cattolici sono sparsi un po’ ovunque, come il prezzemolo.

Si può dire quindi che esista un’area molto vasta di cultura politica radicale – anche se i Radicali, sembra, non saranno in parlamento – presente certamente nelle prime due aree e parzialmente nella terza. La governabilità è importante, ma è importante anche cosa si farà governando. Ora, se si andrà verso una alleanza parlamentare tra Partito democratico e movimento Cinque stelle (magari esteso a qualche transfuga della lista Monti) la scena sarebbe completamente dominata da questa cultura politica radicale. Se si andrà verso un governissimo Pd-Pdl di unità nazionale, di difficilissima e improbabile attuazione, si darebbe adito forse a pericoli minori nel campo dei temi etici nevralgici di cui parlavano all’inizio, ma non per questo da sottovalutare.

Nella campagna elettorale abbiamo assistito ad una vasta gamma di atteggiamenti da parte cattolica, molti dei quali sorprendenti. La dipendenza della politica dalla cultura non è stata adeguatamente considerata e non si è partiti dalla produzione di una propria cultura politica. Davanti a questo scenario, l’arcivescovo Crepaldi, a nome dell’Osservatorio Van Thuân, aveva proposto di ripartire dal 26 febbraio. Anche Vita Nuova ha pubblicato nel numero scorso il suo comunicato. Ora, ad elezioni effettuate, proprio la presenza di una vasta area di cultura politica radicale conferma che i cattolici devono proprio ripartire dal 26 febbraio.



Un commento su “Una valutazione dell’esito elettorale

  1. Claudia Herrath ha detto:

    I cattolici devono considerare attentamente i programmi elettorali degli schieramenti. I famosi princìpi, espressione usata per la prima volta nel 2002 dall’allora cardinale Ratzinger, non sono negoziabili. “Autentica laicita’ non è prescindere dalla dimensione spirituale, ma riconoscere che proprio questa è garante della nostra libertà e dell’autonomia delle realtà terrene, che la coscienza umana sa accogliere ed attuare”. Questa frase di Benedetto XVI può aiutarci a leggere in maniera adeguata l’invito alla formazione di una nuova generazione di laici impegnati in politica. C’e’ l’esigenza forte, in ogni cattolico, di essere rappresentato nella politica non disperdendosi in gruppuscoli che assorbono le sembianze di chi li ospita, ma di un partito che li rappresenti senza condizioni.

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