Una Settimana di Preghiera

Oggi vorrei gettare nel mio falò, la vanità di tante esistenze vissute senza un orizzonte. Perché l’uomo oggi è sempre più depresso e angosciato? Una tra le innumerevoli risposte: perché il mondo, entro cui l’uomo limita le proprie scelte, i propri desideri e i propri progetti, non può bastare ad appagarlo. L’eclissi del sacro è […]

Oggi vorrei gettare nel mio falò, la vanità di tante esistenze vissute senza un orizzonte. Perché l’uomo oggi è sempre più depresso e angosciato? Una tra le innumerevoli risposte: perché il mondo, entro cui l’uomo limita le proprie scelte, i propri desideri e i propri progetti, non può bastare ad appagarlo. L’eclissi del sacro è causa scatenante, tra le più devastatrici, di questo malessere diffuso. La fede stessa è una fiamma che vacilla ai venti aggressivi di nuove visioni che, pur dichiarandosi amiche dell’uomo e della vita, in realtà distruggono sia l’uno che l’altra. La fede resiste, ma ci si chiede ogni giorno di più se, «quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra» (Lc, 18, 8).

Una crisi profonda infatti segna anche chi la fede dice di averla. Molte persone si dichiarano credenti ma non praticanti. Richieste di spiegare la ragione di questa scelta, solitamente rispondono che Dio è ovunque e che non è necessario andare in chiesa per incontrarlo, parlargli e pregarlo. Ovunque ci si può aprire a Dio e fare esperienza del suo amore e della sua luce.

Durante le celebrazioni e gli incontri organizzati nella nostra città all’interno della “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”, da mercoledì 18 gennaio a mercoledì 25 gennaio 2017, mi sono soffermata a riflettere proprio sul significato e il valore della celebrazione comunitaria e della partecipazione alla vita della Chiesa lungo l’intero anno liturgico.

Il tempo ordinario e profano, afferrato, svolto e orientato dalla vita liturgica della Chiesa con i suoi tempi forti e le sue solennità, si trasfigura in tempo sacro che ciclicamente guida il credente alla riconquista del proprio senso e della propria pienezza nel seno di Dio. L’eterna Verità ogni giorno scende sulla terra a parlarci, sempre uguale eppure sempre nuova. La liturgia, intreccio armonioso della Parola divina che scende nel cuore dell’uomo e della parola orante dell’uomo che sale al cuore di Dio, scolpisce e modella l’informe blocco di granito della nostra anima, imprimendovi la figura agile e leggera dell’uomo nuovo, come l’acqua scorrente leviga la scabra e dura roccia.

Come esiste un calore del corpo, così esiste un calore spirituale in ciascuno di noi: più persone unite in un medesimo luogo consacrato, concentrate in un medesimo “evento” sacro, sprigionano invisibili scintille che nella loro danza riscaldano, illuminano e confortano tutta la comunità. E quest’azione, ripetuta e rivissuta con costanza nel cuore del proprio tempo terreno al fianco di altri credenti spinti da un medesimo ardore, è assai più influente e durevole di qualsiasi ripiego solitario in un culto solo privato e quasi segreto. Una sottile dialettica lega il momento condiviso e il momento in cui è necessario chiudersi nella propria stanza per pregare Dio nell’intimo del proprio cuore. La sola adesione al culto come pratica esteriore da “sbrigare” per abitudine o perché “così si fa”, alla stregua di una pratica d’ufficio, è arida e vuota. A sua volta il restringimento del proprio legame con il sacro e della propria vita spirituale entro gli spazi chiusi di una devozione solo privata degenera spesso in solitudine, aridità e incostanza. L’equilibrio tra i due momenti è il fondamento dell’edificazione spirituale della nostra vita interiore.

La sinfonia di musiche, canti, luci, incensi, letture e meditazioni della Parola, l’incontro con Cristo nel pane e nel vino che danno la vita eterna, tutto ciò che scandisce e anima ogni santa celebrazione, è come una pioggia che disseta e rende fertile il terreno spesso inaridito del nostro giardino interiore. Se ci ritiriamo in noi stessi rischiamo di sprofondare nella palude delle nostre mille occupazioni quotidiane che ci distolgono dalla sola cosa che veramente conta. Trascinati dalla corrente vorticosa dei bisogni materiali e delle tante fatiche spese per soddisfarli, la nostra relazione con Dio si assottiglia poco a poco.

Un giardino va annaffiato ogni giorno, se no inaridisce. Così il giardino del cuore. Le sante celebrazioni con i loro riti sono fiumi limpidi che irrigano costantemente la nostra anima, mantenendola fertile e verdeggiante. Nel fluire profano dei giorni invece l’oblio molto presto interra le sacre sorgenti, interrompendo il nostro contatto con l’eterno. Per questo abbiamo bisogno di ritornare sempre e con costanza ai luoghi ove la fede viene celebrata e vissuta insieme, uomini al fianco di uomini e Dio al fianco di tutti. Il tesoro di grazie, splendore e Verità della Chiesa viene elargito ai credenti perché vi attingano ricchezze sempre nuove. Ma la fragile creatura umana dimentica presto e lungo le vie del mondo spesso smarrisce la consapevolezza dell’esistenza di questo tesoro. Per tale ragione la Chiesa nella liturgia ogni giorno lo ripresenta ai fedeli, affinché essi, per mezzo dell’assidua contemplazione dei suoi beni preziosi, conservino sempre viva e fresca la memoria di un tale dono colmo di ogni grazia, siano sempre consapevoli della sua inviolabile e suprema santità e riescano a conservarne nello sguardo il fulgore abbagliante.

Se i tesori terreni si esauriscono presto, il tesoro della Chiesa non si consuma mai: illimitatamente si dona e quanto più si dona tanto più si accresce. Nessuno ne riceve di meno o di più, ma ciascuno secondo l’ampiezza dello spazio riservato a Dio nel cuore e secondo la misura del suo offrirsi e abbandonarsi, così che quanto più ognuno fa spazio a Dio dentro di sé tanto più bene e ricchezza spirituale riceve e custodisce e ogni giorno ne avrà con più abbondanza. La liturgia è il solenne e supremo momento in cui questo deposito mirabile viene esposto agli occhi dei credenti perché vi sazino i loro occhi e il loro spirito. Senza la partecipazione alla liturgia, che costantemente tiene accesa nel cuore la fiamma dello Spirito e ricorda all’uomo il suo radioso destino di eternità, si fa presto a scordare e nella lontananza poco a poco l’abbagliante luce di tutti i tesori di beni e di grazie della Chiesa si affievolisce fino a spegnersi del tutto.

Il grano mietuto nel giardino della Chiesa visibile attraverso la partecipazione alla liturgia viene allora portato nelle nostre case e nei nostri spazi privati, per essere macinato e trasformato in pane di cui nutrirsi quotidianamente. I Padri dicevano che la Parola va ruminata a lungo. Ecco, ogni volta che partecipiamo alla santa messa, veniamo provvisti di primizie da gustare e mangiare, da ruminare a lungo al fine di trarne i succhi e le linfe vitali che infondono sacro vigore anche all’ordinario scorrere del tempo. Così l’intera nostra vita può santificarsi e scorrere scioltamente in una superiore unità che non conosce più divisioni, discontinuità e caos. Tout se tien: le fisiologiche cesure dell’esistenza, che dividono il tempo in ripiani ben separati e distinti nelle rispettive funzioni, vengono colmate dal flusso continuo del respiro sacro che trasforma un insieme di pezzi sparsi in un organismo vivo e mosso da un medesimo movimento e animato da un medesimo afflato. L’acqua e il cibo, di cui facciamo provvista nel culto condiviso dai fedeli e dai loro ministri, devono essere consumati e trasformati in vigore fisico e spirituale, in ardore e luce, lungo l’arco del nostro tempo personale e privato. E quest’ultimo a sua volta, così nutrito, anch’esso diviene sacro e ci prepara al prossimo incontro comunitario con Dio che tanto più ci nutrirà quanto più vivo e intatto sarà il fervore con cui entreremo nella sua Chiesa visibile, un fervore alimentato ogni giorno anche nel nostro quotidiano in grazia della concentrazione contemplativa consentita dal silenzio e dal solitario raccoglimento.

L’armonia tra partecipazione attiva alla liturgia e raccoglimento interiore e personale è il respiro di una piena e ricca vita di fede. Nei diversi momenti della Settimana ho avvertito questo respiro che dilata i polmoni del nostro essere come l’aria rarefatta e pura delle alte vette. E ho anche sentito, nelle immagini sacre rese più brillanti e misteriose dal chiarore argenteo e palpitante delle candele, nel gioco di chiaroscuri creato dalla penombra notturna all’interno degli spazi animati dalle celebrazioni, nella musica e nel canto che incarnano nelle loro alterne salite e discese il movimento della Preghiera umana che sale al cielo e della Parola divina che scende sulla terra, in tutto questo ho davvero avvertito quanto grandi e innegabili e chiare e potenti siano la presenza di Dio tra gli uomini e la capacità umana di aprirsi a questa sacra presenza. Il fatto che l’uomo possa lodare e pregare Dio in forza di una natura sublimata dalla grazia e trascinata in alto rispetto alla natura più immediata e istintuale che piega verso il basso, e possa farlo con così tanta e soave bellezza, oltrepassando il limite della propria materialità e della propria debolezza, ci rende certi dell’esistenza di Dio.

L’eterna nostra domanda di gaudio e pienezza non sorge né scompare nel nulla, ma è spiegabile solo con l’esistenza di Colui che ne è la sola risposta. Altrimenti da dove nascerebbe proprio questa domanda che attraversa da sempre la storia umana? E perché la risposta che ci viene da Dio noi riusciamo a comprenderla, a sentirla nella carne, nel sangue e nello spirito, a riconoscerne le promesse e a capire quando queste si compiono, sia pure in modo diverso da come ci aspettavamo? Perché se non per la ragione che vi è una perfetta concordanza tra la domanda e la risposta? Tra chi chiede e chi risponde? Può dirsi fatalità o caso questa rispondenza mirabile tra creatura e Creatore? Niente è fortuito e se ben contempliamo i nessi che tengono unite tutte le cose, negare Dio è il più azzardato e assurdo paradosso, tale è l’evidenza razionale e spirituale, intellettuale e mistica, dell’amorosa dinamica che lega l’uomo a Dio e Dio all’uomo.

Tutto questo ho meditato e sentito in questa Settimana, forse sospinta da uno di quei rari momenti di grazia concessi all’uomo. Momenti che sono come il soffio di un vetraio che dalla pasta vitrea resa informe dal fuoco trae splendidi vasi d’ogni foggia e colore. Quanto più fragili sono tanto più belli e preziosi ci appaiono. Nell’oceano di dolore individuale e collettivo che ogni giorno ci sconquassa e ci atterra, è arduo trattenere e protrarre il gusto etereo e corroborante della gioia spirituale che la Chiesa gratuitamente ci dispensa. Nella notte del tempo profano, la speranza seminata dalla fede assomiglia a quei fiori ricchi di foglie e di colori che a volte crescono anche nel cemento delle città, tra le pietre dei muri e l’asfalto delle strade. In essi brilla il miracolo della vita che riesce a vincere ogni impedimento.

Questo ho sentito, la speranza che non muore mai, come il seme che germoglia anche in mezzo alle pietraie bruciate dalla canicola o spaccate dal gelo. Per questo si va in chiesa: per avere sempre una provvista di acqua viva che anche nello scorrere del tempo mondano, tra impegni e doveri o nel chiuso della propria casa, possa dissetarci e far sbocciare tanti fiori di speranza, rigogliosi e freschi, anche nelle fenditure delle rocce e nell’asfalto delle moderne città nei giorni brumosi e tristi.



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