Una domanda impertinente sulla crisi religiosa in Europa centrale

Chi afferma di sapere bene cosa dovrebbe fare la Chiesa, proviene da Paesi in cui la fede cattolica si sta dissolvendo. “Dai frutti li riconoscerete”.

Omar Ebrahime ha scritto qui un articolo che fa pensare: oltre 200 mila fedeli hanno lasciato nel 2014 la Chiesa tedesca. Nella fede i numeri non sono tutto, ma sono comunque qualcosa. Ogni parroco guarda anche se alla messa della domenica la Chiesa è vuota o è piena. Questi dati pongono una questione seria che vorrei presentare con una domanda impertinente.

I teologi tedeschi, austriaci, belgi, olandesi, francesi, seguiti da molti dei loro vescovi, sono all’avanguardia, progressisti, pensano che la Chiesa sia in ritardo su tutto, vorrebbero i matrimoni omosessuali, le donne prete, il ritiro della Humanae vitae, la comunione a tutti, la fine della gerarchia della Chiesa, un sinodo permanente che decide con o al posto del Papa, approvano tutte le novità liturgiche e così via.

Essi si pongono spesso come censori e come maestri. Redarguiscono la parte di Chiesa che secondo loro è arretrata. Al Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 sono saliti in cattedra e hanno detto cosa si dovrebbe fare per non rimanere tagliati fuori dallo spirito dei tempi. Sono alla moda, vestiti sempre senza segni di riconoscimento clericale, aperti verso tutte le novità, hanno fatto del dialogo il loro dogma e affermano che i dogmi si evolvono con la storia. Si intendono come l’avanguardia consapevole di un popolo che rimane sonnolento. Danno l’idea di sapere bene come si dovrebbe fare per diffondere il cristianesimo nel mondo moderno.

Poi, però, se andiamo a vedere i risultati delle loro ricette nei loro Paesi riscontriamo il completo fallimento. In Francia i vescovi devono decidere se trasformare le chiese in pizzerie o in moschee. In Belgio il cristianesimo non esiste quasi più. L’Olanda è un deserto religioso. E in Germania i fedeli lasciano la Chiesa cattolica al ritmo di 200 mila all’anno.

Fossero in grado di mostrare dei risultati, capirei la loro prosopopea. Ma al fallimento del cristianesimo nelle loro terre, essi accostano una sicumera da esperti del futuro della Chiesa che suona molto male.

Già al Concilio era avvenuto così. I teologi e i vescovi allora più in voga, sempre presenti sui giornali o in TV, provenivano da Paesi europei dove ormai il cristianesimo si è pressoché dissolto.

Credo che i dati dovrebbero indurre anche ad un esame di coscienza. “Li riconoscerete dai frutti”. Se i frutti sono negativi, forse la ricetta ha qualche difetto.

 

 



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