Un ricordo di Enzo Bettiza

E’ stato forse l’ultimo grande maestro del giornalismo italiano e al tempo stesso la memoria parlante della Mitteleuropa recente. Non potremmo ricordare altrimenti Enzo Bettiza, che ci ha lasciato quest’anno: aveva 90 anni. Giornalista controcorrente come pochi, libero veramente, oltre che liberale politicamente, Bettiza era l’ultimo testimone vivente della ‘scuola’ montanelliana, uno dei pochi ad […]

E’ stato forse l’ultimo grande maestro del giornalismo italiano e al tempo stesso la memoria parlante della Mitteleuropa recente. Non potremmo ricordare altrimenti Enzo Bettiza, che ci ha lasciato quest’anno: aveva 90 anni. Giornalista controcorrente come pochi, libero veramente, oltre che liberale politicamente, Bettiza era l’ultimo testimone vivente della ‘scuola’ montanelliana, uno dei pochi ad aver veramente conosciuto l’Indro nazionale, e non solo per sentito dire. Con lui aveva fondato “Il Giornale”, in effetti, quindi era stato a “Il Corriere della Sera”, infine a “La Stampa”, mentre continuava a scrivere saggi e a riportare impressioni, cronache e aneddoti da quel mondo slavo e mitteleuropeo che per la grande stampa nazionale è stato sempre – nessuno lo negherà – un oggetto di studio più o meno sconosciuto. Non così per Bettiza che in questa casa invece ci era nato, provenendo dalle fila della minoranza italiana di Spalato, conoscendo dal vivo gli ‘esperimenti’ del socialismo reale tanto da denunciarli in tempi non sospetti. Di questo mondo, quello della vecchia ‘Cortina di ferro’, il Nostro è stato così uno dei narratori più attenti e informati non costituendo per lui alcun problema la conoscenza fluente delle mille lingue danubiane, da sempre la vera porta d’ingresso a questo complesso crocevia stratificato di etnie, confessioni e culture. Aveva cominciato come ‘cronista’, secondo la migliore tradizione del mestiere – riportando fatti senza cioè lasciar trapelare le opinioni personali – ma si era poi affermato rapidamente come osservatore e analista brillante, colto e sarcastico divenendo ben presto una delle firme d’autore delle principali testate nazionali. Sotto il profilo umano in lui, poi, c’era ben visibile – neanche a farlo apposta – un eleganza nel portamento e nei modi che lo rendeva – ancora più significativamente – un mitteleuropeo nobile che pareva uscito direttamente da qualche romanzo di Robert Musil. Tanti, tantissimi i libri che andrebbero ricordati nella sua ricca produzione intellettuale, ma ci limiteremo qui a uno: “1989. La fine del Novecento”. Pensato come ultima parte della grande trilogia sull’Est dopo “1956. Budapest i giorni della rivoluzione” e “La primavera di Praga. 1968: la rivoluzione dimenticata”, resta un a memoria asciutta e cruda dei giorni che portarono al crollo del Muro di Berlino, non tanto visto da Berlino, però, ma da Bucarest, Sofia, Praga e naturalmente Mosca, che del blocco sovietico rappresentavano i centri ideologici più militanti e impareggiabili. Il testo, passato inosservato ai più, faceva nomi e cognomi di molti protagonisti di allora della politica partitica italiana che – così in uno dei passaggi più memorabili del saggio – rischiavano seriamente di andare al governo della Nazione per la prima volta nella Storia proprio quando i loro padri riconosciuti venivano espulsi radicalmente dalla Storia e, beninteso, non da qualche colpo di stato straniero, ma dai loro stessi figli, quelli che avevano vissuto sulla loro pelle di che pasta fosse fatta il cosiddetto ‘Paradiso in terra’ di marxiana memoria. Fu questo uno dei paradossi dell’Ottantanove, visto dall’Italia, dove peraltro un vero processo pubblico all’ideologia del terrore non venne mai fatto cosicché i volti e le biografie dei dissidenti e degli eroi che furono l’anima della ribellione centro-orientale – da Grossman ad Havel – non vennero mai realmente conosciuti e in tanti, per tanto tempo, continuarono a credere, o a voler credere, che i popoli avessero scelto liberamente in massa il materialismo teorico e pratico e l’ateismo organizzato, quasi che non vedessero l’ora, contenti ed entusiasti fino alla fine di averlo fatto. Bettiza fu uno dei pochi ad alzare la mano per contrastare la vulgata e dire la sua, inattaccabile com’era, essendo del tutto estraneo al nazionalismo come ad altri sciovinismi. Fu probabilmente per questo che la sua voce rimase – ancorché rispettata da tutti – una testimonianza quasi isolata, se non guardata con fastidio. Non che a lui importasse granché, intendiamoci, con la simpatia popolare in generale non aveva mai avuto un buon feeling. Per tutto questo, e molto altro ancora, Bettiza è stato veramente un uomo di altri tempi che avrebbe fulminato i rampolli del giornalismo d’assalto odierno con un solo sguardo. Forse, politica a parte, dopotutto era proprio questo che non poteva sopportare nel mondo fluido dell’informazione contemporanea: il fatto che fosse pieno di sbarbatelli senza né arte né parte che pretendessero di dire qualcosa a tutti senza avere mai viaggiato, senza avere mai provato la fatica di imparare una lingua e dialogare con un estraneo, senza aver mai compreso che la Storia dei popoli e delle Nazioni, insomma la Storia dell’umanità, è la prima cosa che un giornalista degno di questo nome dovrebbe conoscere, pronto sempre a cambiare idea qualora le carte, i diari, i testimoni – insomma, i fatti – gli mostrino una rappresentazione diversa del reale da quella coltivata dai desideri del proprio cuore. Ecco, un uomo d’altri tempi, per l’appunto, davvero d’altri tempi. Non senza difetti, perché il peccato originale lo abbiamo tutti: però d’altri tempi sì, assolutamente sì.



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