Un Paese smarrito che non sa più cosa votare

Dai ballottaggi alle elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi esce l’immagine di un Paese piuttosto confuso, demoralizzato e smarrito. L’altissima percentuale delle astensioni, che a Roma ha superato la metà dell’elettorato, non indica solo una vaga disaffezione per la politica e i partiti, tanto è vero che non si è travasata in un successo […]

Dai ballottaggi alle elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi esce l’immagine di un Paese piuttosto confuso, demoralizzato e smarrito. L’altissima percentuale delle astensioni, che a Roma ha superato la metà dell’elettorato, non indica solo una vaga disaffezione per la politica e i partiti, tanto è vero che non si è travasata in un successo per i movimenti antipolitica come il Movimento 5 Stelle. Indica un malessere molto più profondo, una mancanza di senso e di prospettiva per la vita comunitaria, il bisogno di messaggi chiari e costruttivi, l’attesa di partiti dal volto riconoscibile sul piano dei valori di riferimento e dei conseguenti contenuti.

Il risultato elettorale è andato completamente a vantaggio del centrosinistra. Tutti gli undici comuni principali avranno un sindaco di quel colore, da Messina a Brescia. In questo senso pone anche un serio problema politico nazionale. Non si può dire che in fondo si tratta di elezioni locali e che, come la storia ci dimostra, nelle elezioni locali il centro sinistra è sempre stato premiato. Il PDL in questo momento non ha smalto e fatica a mostrare una sua identità chiara all’elettorato. Identità che a maggior ragione non riesce a far sentire a livello locale, dove spesso si dimostra disunito dai personalismi e dalla mancanza di una coesiva cultura politica.

Non basta un comizio in più di Berlusconi per vincere a Roma. E la perdita di Roma è la perdita di un simbolo. E’ vero che Berlusconi ha vinto la fase successiva alle elezioni politiche. Ma poi il PDL si è impantanato in questa vittoria, limitandosi a conservare una supposta rendita di posizione. Supponendo che il vantaggio principale del governo delle larghe intese lo sta avendo proprio lui, Berlusconi forse ha pensato che gli elettori di sinistra intendessero punire il governo Letta non andando a votare. Ed invece a non votare sono stati proprio gli elettori di centro destra. Non basta intervenire ora sull’IMU e ora sulla Merkel per essere un partito che merita di essere votato. I Galan, i Bondi e le Brambilla, nominata da Berlusconi consulente per le problematiche etiche e della solidarietà, hanno annacquato la precedente configurazione ideologica del partito. Da questo successo nelle amministrative, limitato ma molto significativo, la sinistra inizia una fase di recupero dopo le difficoltà postelettorali e si avvia, con il congresso del PD, a ricompattarsi attorno ad un nuovo leader. Il centro destra, invece che attrezzarsi per quel momento, ripropone gli stessi volti e tendenzialmente smobilita sui valori di riferimento. 
   
E così a Roma è sindaco Ignazio Marino, che sfrutterà al massimo il valore simbolico di essere sindaco della capitale della cristianità per inaugurare una politica fortemente radicale sul piano dei principi non negoziabili. Qui dovremmo aspettarcene di grosse. Marino aprirà non una ma mille nuove Brecce di Porta Pia e farà della sua amministrazione laicista un esempio per l’Italia intera. Nella stessa Roma, però, è evidente che l’elettorato cattolico non si è mobilitato, nonostante qualche tardivo e generico appello di movimenti e associazioni cattoliche, oppure ha anch’esso appoggiato il candidato Marino, come purtroppo è più probabile.

C’è uno smarrimento nel centro destra che non sempre Berlusconi riuscirà a recuperare come alle ultime elezioni politiche; c’è uno smarrimento nell’elettorato cattolico che, in silenzio, ha consegnato Roma non solo alla sinistra, ma alla sinistra di Ignazio Marino; c’è uno smarrimento nel cittadino comune. Nella crisi, costui si chiude nel rifiuto, oppure vota partiti di conservazione. Il messaggio di Marino è stato di “liberare Roma”, ma in genere le giunte di sinistra, a Roma o altrove, mantengono la presenza delle strutture pubbliche e le conseguenti rendite di posizione. Mentre servono grandi cambiamenti nel senso dell’assottigliamento, della delega, della sussidiarietà, l’elettorato ha premiato candidati che meno si impegneranno su questa linea.

Alla base di questa tornata di voto amministrativo, quindi, c’è lo smarrimento dell’elettore di destra, la vacuità del voto cattolico, la prevalenza di un voto di sinistra basato sulla conservazione amministrativa e la cultura radicale sui valori. Ma soprattutto c’è una astensione che non si può spiegare né con il sole domenicale né con una generica disaffezione per la politica e i partiti. C’è una stanchezza molto più profonda che solo messaggi di alto livello morale e politico potranno scongiurare.



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