Un giudice a Berlino. I bambini nati morti sono “persone”

La notizia della settimana mitteleuropea, al solito passata sotto silenzio tra i più, è senz’altro l’approvazione in Germania, da parte del Parlamento federale, di un provvedimento che stabilisce che i bambini nati morti sono a tutti gli effetti persone, dotati quindi di un’inalienabile personalità giuridica, e che come tali devono essere inseriti in un registro […]

La notizia della settimana mitteleuropea, al solito passata sotto silenzio tra i più, è senz’altro l’approvazione in Germania, da parte del Parlamento federale, di un provvedimento che stabilisce che i bambini nati morti sono a tutti gli effetti persone, dotati quindi di un’inalienabile personalità giuridica, e che come tali devono essere inseriti in un registro civile ed avere diritto a una legale e pubblica sepoltura. Una notizia inattesa che arriva giusto a pochi giorni dalla riuscitissima Marcia per la vita italiana e nello stesso momento in cui, proprio a livello europeo, il fronte pro-life è attivamente impegnato nella raccolta di un milione di firme per una petizione popolare che chiede all’Europarlamento la fine di ogni tipo di esperimento sugli embrioni umani.   

Tutto bene allora? Sì e no, in realtà, perché per la verità nella nuova legge tedesca (approvata a seguito della mobilitazione di una famiglia che in due anni ha perso tre figli, due dei quali legalmente mai esistiti, perché al momento della nascita pesavano meno di mezzo chilo) si dice anche un’altra cosa, e cioè per l’appunto che il provvedimento riguarderà non tutti i bambini senza eccezione ma solamente quelli con un peso corporeo inferiore a 500 grammi. La qual cosa sembra indurre un’ulteriore, assurda discriminazione, oltretutto particolarmente odiosa in una simile materia. Perché solo quelli e anche non tutti gli altri? Forse che esistono bambini di serie A e bambini di serie B? La legge non è più uguale per tutti come recita la monumentale scritta che sovrasta ovunque le giurie nei nostri tribunali occidentali? Parrebbe di no. Alla fin fine nel caso delle leggi sulla vita nascente siamo sempre lì. Si fissa, in modo del tutto arbitrario e puramente soggettivo una qualsiasi convenzione spaziale o temporale (ad esempio in Italia il fatto di poter abortire liberamente nei primi tre mesi), ci si mette d’accordo e si vota su quella proposta, si ha la maggioranza relativa ed ecco fatto, voilà, la nuova ‘verità’ ultima sull’uomo. Anche in quel caso: perché proprio tre mesi e non due e mezzo, o due e un quarto? Che differenza c’è tra il novantesimo e il novantunesimo giorno o tra l’ottantanovesimo e il novantesimo? Accade una magia, un coup de théâtre, una trasmutazione genetica, una fissione nucleare?

Comunque sia, c’è da sperare invece che questo primo, piccolo segnale d’inversione di tendenza sia benaugurante per un deciso cambio di marcia anche perché negli ultimi anni i giudici tedeschi, diversamente dai nostri, si sono dimostrati tendenzialmente più sensibili alla tutela del vasto campo bioetico. La storia recente del Paese, tutto sommato, è ancora un macigno che pesa parecchio sulla coscienza collettiva. Loro, ‘i tedeschi’ sono pur sempre, ‘quelli dei Lager’: così viene detto ai giovani a scuola fin dalla più tenera età con ben poca attenzione a ferire le varie sensibilità perché quella vicenda, costi quel che costi, non deve uscire dalla memoria della Nazione. E, per l’appunto, Lager significò non solo Hitler ma anche e non secondariamente eutanasia razziale, sperimentazioni umane, programmi eugenetici. Alla base c’era un’ideologia disumana che si permetteva di stabilire, al di sopra di ogni legge, chi fosse degno di appartenere alla razza ariana e chi invece no. C’erano persone più persone di altre e altre meno. Con il che veniva distrutto il cardine fondamentale della stessa democrazia moderna: l’uguaglianza di tutti gli esseri umani davanti alla legge.

Certamente si può attaccare l’abortismo, inteso come pensiero pro-choice, sotto più profili (religioso, filosofico, morale…tutti validi e tutti importanti) ma l’attentato devastante al concetto stesso di democrazia reale che l’abortismo sferra viene raramente evidenziato in tutte le sue conseguenze. Ed è un peccato, secondo noi, perché sarebbe un argomento laicissimo e sempre valido nel dibattito pubblico. Non ricordo più chi disse a tal proposito che se siamo tutti democratici dovremmo essere tutti tenacemente pro-life. Senza se e senza ma. Invece l’assurdità dei nostri giorni è che si difendono in piazza le legislazioni abortiste proprio appellandosi alla democrazia, lo Stato di diritto, la laicità della repubblica eccetera eccetera. Si vede che anche le parole hanno perso il loro significato proprio. Diciamo ‘democrazia’, ‘diritti’ ma intendiamo oramai forme, contenitori e cose diverse. Del tutto e radicalmente diverse. Al punto che sotto gli stessi cartelli c’è chi sfila per approvare una legge e chi sfila per abrogarla. Eh sì, come diceva il direttore Fontana in uno dei suoi ultimi editoriali è anche un problema di dominio del linguaggio. Chi domina il linguaggio in questa società detiene il potere, sempre di più. Vuoi conquistare una società? Allora fa in modo che quella gente adotti i tuoi modi di dire, di pensare, di scrivere. In una parola: il tuo linguaggio. Sarà una conquista silenziosa ma seducente, progressiva e inesorabile. I nemici della vita l’hanno sempre sostenuto e ne sono sempre stati consapevoli, almeno fin dai primi anni Settanta. Dall’altra parte, in genere, non c’è stata obiettivamente la stessa consapevolezza. Anzi. A volte l’ingenuità ha sfiorato livelli parossistici. Ma non è mai troppo tardi per svegliarsi. Speriamo.



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