Buon Natale a chi soffre di depressione e non riesce a togliersi da solo fuori dal proprio soffrire

Vorrei dedicare uno speciale augurio natalizio a tutte le persone che soffrono nella mente e nello spirito pere il male oscuro della depressione.Se lo spirito giace dimenticato nelle cantine del nostro essere e non viene minimamente considerato nella cura del male oscuro, la guarigione sarà sempre parziale e a breve termine.

Quest’anno vorrei dedicare uno speciale augurio natalizio a tutte le persone che soffrono nella mente e nello spirito. Un caro amico mi disse una volta che avrebbe preferito una malattia fisica anche grave alla sofferenza psichica e morale. Chi non è mai stato colpito dal cosiddetto “male oscuro” — in medicina il disturbo è chiamato “depressione” e solitamente si accompagna ad angoscia, panico ed insonnia —, potrebbe considerare esagerata questa affermazione. Ma non è così e chiunque abbia vissuto direttamente o indirettamente questo drammatico travaglio interiore sa bene che è la sofferenza stessa del malato a sopraffare tutta la persona e ad esasperarla a tal punto.

Per farsi un’idea di cosa significhi essere colpiti da questa patologia sempre più diffusa, potrebbe essere provvidenziale visitare la mostra “I volti dell’alienazione. Disegni di Roberto Sambonet”, allestita presso il Palazzo del Consiglio regionale dove rimarrà aperta fino al 27 gennaio. Nel nostro Paese i manicomi sono stati abbattuti dalla riforma Basaglia del 1978. I 40 disegni e i 70 studi realizzati dall’artista milanese Sambonet risalgono al periodo tra il 1951 e il 1952 e sono stati realizzati nel manicomio di Juqueri in Brasile. Essi mostrano impietosamente i molteplici volti della malattia mentale, dall’orrore dei metodi di contenzione alle tremende sofferenze patite nel corpo, nella psiche e nello spirito dagli ammalati. Infatti ad essere coinvolte in questa malattia sono sia la parte materiale della persona, sia quella psicologica sia quella spirituale che costituisce il nucleo più profondo, misterioso ed autentico del nostro essere. Oggi esistono numerosissimi rimedi e cure per attenuare e a volte anche guarire questa misteriosa patologia, ma chiunque l’abbia vissuta nella propria carne e nella propria mente sa che le cicatrici rimangono e che l’anima, dopo la discesa agli inferi e il ritorno della salute, è simile ad un campo rimesso a coltura dopo una tremenda tempesta che lo ha devastato lasciando i segni del suo furioso passaggio. Un’anima che ha attraversato gli abissi della depressione, anche dopo essere riaffiorata alla luce del sole, conserva le cicatrici delle sue passate ferite, molte delle quali non guariscono mai completamente.

Fin dall’antichità ci si è interrogati sulle cause scatenanti del male oscuro, oscillando, nell’interpretazione della “follia”, dalla sfera del sacro a quella del demoniaco, ora vedendo nell’ammalato un prediletto dagli dei invasato dalla loro potenza, ora un alienato perseguitato dalle stesse divinità per qualche atavica e imperdonabile colpa. Ma a partire dall’età moderna, con l’evoluzione scientifica, il male oscuro è stato sempre più spiegato sulla base di uno squilibrio chimico e fisico, come è accaduto con la teoria degli umori, già presente in embrione nella medicina classica greca. Anche se la sua origine rimane oscura, la medicina moderna e contemporanea si è concentrata sui sintomi di questo male e ha saggiato sulle persone ammalate le più diverse sostanze chimiche in grado almeno di equilibrare il corpo e le sue reazioni neurologiche. Il cammino è stato lento e appena dopo gli anni ’50 del secolo scorso hanno cominciato a diffondersi sul mercato farmaceutico ansiolitici e antidepressivi che hanno veramente rivoluzionato l’approccio tradizionale alla depressione e all’ansia che, fino ad allora, si era avvalso di metodi più simili ad un supplizio, come l’elletroshock e la lobotomia, che ad una cura benefica e risolutiva.

Questo primo grande snodo del Dopoguerra ha portato nel tempo ad un progresso vertiginoso nella conoscenza del cervello, delle sue reazioni biochimiche e delle sostanze da adoperare per riequilibrare gli “umori” all’interno dell’organismo. La psicologia e la psicoterapia si sono affiancate alla neurologia e alla psichiatria, associando il trattamento della psiche per mezzo della parola alla somministrazione di farmaci che equilibrino le sostanze chimiche addette al benessere fisico e psicologico. In sintesi: anche se la causa prima della malattia è rimasta oscura — infatti non vi è alcuna possibilità di verificare sperimentalmente un malfunzionamento delle sintesi chimiche addette al buonumore e all’equilibrio a livello organico —, la medicina si è concentrata sugli effetti fisici di questa patologia, sulle sue possibili radici chimiche e ha testato un’immensa gamma di antidepressivi e ansiolitici che vanno ad agire sui sintomi. Questi farmaci, se assunti con serietà e regolarità, possono aiutare davvero molto e perfino guarire del tutto le persone ammalate. Ma è anche vero che, in molti casi di apparente definitiva guarigione, può accadere che il male sia rimasto semplicemente silente e nascosto, ma pur sempre vivo e pronto a risvegliarsi, soprattutto nei momenti più bui e difficili della vita.

Una terapia completa oggi si avvale, da una parte, di farmaci in grado di elevare i livelli di serotonina solitamente bassi nel depresso — questa sostanza infatti regola l’umore, controlla le emozioni, riporta a livelli tollerabili e gestibili le paure e le angosce e soprattutto garantisce un buon rapporto tra sonno e veglia —, e dall’altra sia della psicoterapia per aiutare il paziente a rielaborare il proprio vissuto e a scioglierne i nodi, sia, qualora se ne avverta la necessità, del contributo di un sociologo che si prenda cura di tutto il contesto famigliare. Ma le domande rimangono: perché una persona si ammala di questa malattia? Infatti il male oscuro — e questo va precisato soprattutto per le persone ignoranti che ancora oggi credono che il depresso faccia puerilmente i capricci o che sia un fallito o un matto da evitare — è una vera e propria malattia con una base organica e così pervasiva e disgregante da rendere inefficace qualsiasi forma di incoraggiamento o di buona esortazione. Infatti chi è depresso soffre proprio perché non riesce a togliersi da solo fuori dal proprio soffrire, non ha né armi né energia per combattere, solo la volontà potrebbe soccorrerlo, ma l’assenza di volontà è proprio ciò che meglio identifica la depressione. Le frasi del tipo “Fatti forza” o “Fai uno sforzo di volontà” sono semplicemente assurde perché essere depressi significa prima di tutto non avere più forza né volontà.

È tutta paradossi e mistero questa malattia. Perfino i sintomi non si lasciano afferrare e descrivere chiaramente. Infatti, a ben pensarci, quale parte di sé fa male quando si soffre di depressione, ansia e attacchi di panico? Il corpo? La psiche? La coscienza? O qualcosa di ancora più oscuro e innominabile? Se scaviamo in profondità, le stesse persone ammalate non sanno dire quale parte del loro corpo, della loro psiche e della loro più intima interiorità — la sfera intangibile delle cose spirituali, inafferrabili e invisibili — stia effettivamente soffrendo.

Questa impossibilità a definire la sede del proprio soffrire è connaturata al male stesso, dal momento che a provare tanto dolore non sono una parte o alcune parti della persona, fisiche o intellettive, ma l’essere stesso, la parte più intima, profonda ed essenziale della nostra persona, intesa come unità vitale di ciò che ci fa sentire vivi ed esistenti. Anche il tipo di dolore non è facile da definire. Se si chiede a un depresso che cosa sente, o resterà in silenzio oppure annasperà alla ricerca di qualche metafora poiché il male oscuro difficilmente si lascia guardare negli occhi e descrivere con linguaggio chiaro e logico. La metafora ricorrente è quella di una morsa agghiacciante che ti tiene prigioniero, che toglie ogni senso alla vita e fa pesare il cielo sopra la testa come una cappa di piombo, anche quando brilla il sole e l’aria è fresca. Una morsa che ti paralizza e ti sopraffà, che per qualche giorno può anche scomparire, ma per poi ritornare ancora più aggressiva di prima. E anche quando riesci a ritrovare qualche scampolo di forza, di coraggio e di equilibrio e te la senti di dire che stai meglio, la malattia è sempre lì, in agguato, compagna silenziosa ed ostile che, magari dopo mesi di discreto benessere, ti si para all’improvviso davanti e prende di nuovo possesso di te, spegnendo ogni colore della vita e offuscando lo smalto lucente delle cose. La nebbia è discesa di nuovo, sembra che tutto il dolore del mondo si sia ammassato sulle tue spalle, impedendoti perfino tutti quei piccoli movimenti che normalmente si compiono senza neanche accorgersene, tanto sono naturali e spontanei. Le persone intorno a te non ti comprendono, per lo più ti tormentano con le solite frasi di esortazione: “Avanti, fatti coraggio” o “A tutti capita di avere una giornata storta”, fino all’accusa che più umilia e sfinisce: “Non rincomincerai di nuovo con i tuoi nervi?”. Frasi che fanno più buio il buio in cui già ti trovi, e che ti rubano ogni possibilità di ribattere e di affermare che la tua non è una giornata semplicemente storta o di cattivo umore.

Per tali ragioni, in questo mio augurio natalizio, mi rivolgo anche a coloro che vivono la tragica situazione di un loro caro ammalato di “male oscuro” e che stanno perdendo ogni speranza. Questa malattia infatti è contagiosa e poco a poco invade con la sua ombra le persone vicine, perfino gli oggetti della propria casa, solitamente buia e sigillata da tapparelle perennemente abbassate. A queste persone spettatrici impotenti delle sofferenze interiori e psichiche di un loro famigliare o amico, mi sento di dire una sola cosa: nessuno è responsabile del proprio male, anzi, chi cade sotto il giogo della depressione e dell’angoscia spesso non fa altro che cedere e arrendersi, ormai disarmato e stanco per le troppe battaglie perse, ad un oggettivo stato delle cose che, come ogni giorno possiamo constatare, non è certo rassicurante. Il male di vivere e di esistere, con tutto il suo fardello di incognite e di pene, il male metafisico e il male compiuto dall’uomo nei modi più ferini e spietati, esiste, non è un’invenzione dei pessimisti o dei depressi. A volte ci si ammala per questa dilaniante consapevolezza del dolore. Dio è sceso dal cielo proprio per assumere questa consapevolezza nella forma più tragica, per manifestarla e attraversarla con la sua Incarnazione e per guarirla con la sua divina Resurrezione.

La luce del Natale è l’unica risposta al male che si annida ovunque, il solo sostegno nell’affrontare il dolore, la malattia e soprattutto la morte che, senza Dio, si riduce a un drammatico e insopportabile paradosso. E se è giusto assumere i farmaci necessari a ricalibrare la nostra parte fisica, se è giusto rivolgersi a uno psicoterapeuta sia per alleviare, attraverso lo sfogo verbale, i pesi che opprimono la nostra psiche sia per adottare nuove strategie che ci aiutino a restare a galla tra i marosi dell’esistenza e del mondo, a chi ci rivolgeremo perché si prenda cura della nostra parte spirituale e risvegli in noi la sua forza, la sua bellezza, la sua capacità di elevarsi a qualcosa di più alto e di più nobile dell’ordinaria esistenza che ci circonda? Lo spirito è la parte di noi più difficile da raggiungere, toccare e risvegliare, il vertice in cui l’anima individuale tocca il divino e l’eterno e si innalza alle sue sorgenti guaritrici. Se lo spirito giace dimenticato nelle cantine del nostro essere e non viene minimamente considerato nella cura del male oscuro, la guarigione sarà sempre parziale e a breve termine. È come se nel restauro di una casa cadente, mi limitassi a nascondere le pareti pericolanti dietro arazzi e tappezzerie, e il pavimento sconnesso e sfasciato sotto tanti tappeti e cuscini.

La notte di Natale è la notte più pura e limpida, la notte — commentavano le guardie notturne sui bastioni del castello di Amleto all’inizio del dramma — in cui nessun spirito maligno osa mostrarsi sulla terra, la notte — narrano i Vangeli apocrifi — in cui nel momento preciso della Nascita tutto il mondo si ferma, i venti non soffiano più, le acque dei fiumi si arrestano e tutto rimane magnificamente sospeso in una luce trasfigurata. Il mio augurio è che tutte le persone colpite da questo male ritrovino fiducia e quiete in questa luce che scende sul mondo la notte di Natale, lasciandosene attraversare e afferrare, soprattutto nei tristissimi momenti in cui tutte le lampade del mondo e delle soddisfazioni terrene sono infrante e spente, e solo questa luminaria eterna e perfetta rimane imperturbata e sfavillante intorno e dentro di noi.



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