Un bilancio del BioEst

Percorrendo piazza Sant’Antonio, sabato 7 giugno, ancora una volta ci avventuriamo a scoprire quali cose nuove ci vengano offerte quest’anno dal BioEst (sabato 7 e domenica 8 giugno). Onestamente le proposte sono più o meno le stesse, con qualche piccola novità. Vorrei soffermarmi brevemente su queste differenze, minime ma significative, oltre che su alcuni aspetti […]

Percorrendo piazza Sant’Antonio, sabato 7 giugno, ancora una volta ci avventuriamo a scoprire quali cose nuove ci vengano offerte quest’anno dal BioEst (sabato 7 e domenica 8 giugno). Onestamente le proposte sono più o meno le stesse, con qualche piccola novità. Vorrei soffermarmi brevemente su queste differenze, minime ma significative, oltre che su alcuni aspetti di marketing a mio avviso molto interessanti.

Osserviamo prima le novità di quest’anno: bigiotteria realizzata interamente con la sabbia, un piccolo zoo che esplode di colori lussureggianti con i suoi animali esotici in stoffa sgargiante e dalle fattezze incredibilmente realistiche (spaventosi i serpenti che sembrano vivi!), i foulard realizzati in bambù giapponese (il kashmir vegetale), un assortimento più ricco dell’anno scorso di castelli, casette e chiese di gesso dipinto realizzate in uno stile naif e fiabesco. Se accostiamo queste novità alle consuete bancarelle ben provviste di pentole, brocche, tazze e mestoli in terracotta — sempre circondate da un capannello di gente curiosa ed attenta — ci viene spontanea una constatazione: le persone sono stanche di oggetti in serie, concepiti secondo criteri puramente funzionali, privi di valenza estetica e acquistati solo perché necessari e facili da conservare. Non c’è più il gusto di scegliere con calma e secondo un gusto ben definito e connotato.

La stessa riflessione mi è venuta vistando la nuova Sala espositiva dei Vasi Greci al Civico Museo di Storia ed Arte (Piazza della Cattedrale 1): stupende realizzazioni in terracotta e ceramica, fregiate di storie di dei ed eroi, come se tutto il mondo naturale, divino ed umano fosse invitato a partecipare alla vita quotidiana, compreso il desco. Mangiare allora non era una faccenda da sbrigare in fretta magari con piatti di plastica, ma un rito quotidiano di ringraziamento e di ricapitolazione del senso del proprio esistere e della propria collocazione nel cosmo.

Per quanto riguarda il marketing — questione oggi cruciale vista la crisi imperante — ho avuto modo di assistere ad un piccolo capolavoro di strategia di vendita, messa a punto con disinvoltura, sincera passione e accattivante gentilezza. Anche l’anno scorso avevo avuto la medesima impressione: si tratta di un formaggiaio toscano, che gestisce una sua azienda e sa promuoverla accostando un amore autentico per il proprio lavoro, una schietta fantasia e creatività e un’amabile socievolezza favorita dal suo inconfondibile accento toscano. Impossibile non fermarsi alla sua bancarella, magari solo per informarsi sui suoi prodotti e fare qualche piccolo assaggio che lui sa sempre accompagnare con un breve commento risveglia-appetito: il filino d’olio, il pane al formaggio e spezie un po’ riscaldato ma buono anche così, la ricotta fatta insaporire nelle grotte e via dicendo. Impossibile non comperare qualcosa, anche per i più sobri e accorti nelle spese.

Credo che in questo evento annuale si possano trovare tante piccole indicazioni preziose e suggerimenti di possibili nuovi circuiti di produzione improntati a creatività e passione. Ecco, oggi mancano l’ispirazione e la passione, la creatività e il gusto di fare bene delle cose belle, buone, originali, non seriali. E poi il sorriso, la gentilezza, la disponibilità e la sapienza nel proporre e nel trattare, nell’offrire e nel dare importanza e senso a ciò che si offre. Tutte cose che richiedono tempo. Saremo capaci di ritrovarlo?



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