Trump a sorpresa È la debacle dei Clinton e di Obama

L’imprevedibile è accaduto. Donald J. Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti d’America, e Michael Pence il suo grande vice. Nella prima metà della serata elettorale americana, in Italia notte fonda, il testa a testa fra lui e Hillary Clinton è stato continuo. È però apparso subito chiaro che nell’aria c’era qualcosa di strano. […]

L’imprevedibile è accaduto. Donald J. Trump è il 45° presidente degli Stati Uniti d’America, e Michael Pence il suo grande vice.

Nella prima metà della serata elettorale americana, in Italia notte fonda, il testa a testa fra lui e Hillary Clinton è stato continuo. È però apparso subito chiaro che nell’aria c’era qualcosa di strano. Il candidato cha doveva perdere (lo doveva per i sondaggi, lo doveva per il “bel mondo”, lo doveva “per decoro”) non accennava infatti a farlo. Teneva, costantemente, voto dopo voto, contea dopo contea, Stato dopo Stato. La diretta dei commentatori ripeteva che i primi Stati, quelli orientali, cioè là dove Trump vinceva, erano semplicemente quelli dove di prevedeva che Trump avrebbe vinto. Vero. Il firewall eretto dalla Clinton resisteva. Ma poi gli Stati scontati sono diminuiti e sono aumentati quelli dove nessun sondaggio avrebbe mai previsto il successo di Trump. Stati operai, persino per certi veri proletari. Qui la Sinistra di Hillary ha beffato le previsioni e ha ceduto.

La Florida era uno Stato decisivo. Uno Stato in bilico, ma uno Stato per il quale la Clinton aveva già versato la caparra. In Florida la presenza di cittadini di origine ispanica è da sempre fortissima. Un tempo questo popolo latino votata massicciamente Repubblicano per via dell’anticomunismo; in gran parte si trattava infatti di fuoriusciti cubani anticastristi. Poi però il mondo è cambiato e in Florida si sono stabiliti numeri grandi di portoricani, messicani e altri latinoamericani, e molti, moltissimi di loro si sono rivolti al Partito Democratico, quello delle minoranze, o presunto tale, quello del buonismo ideologico in tema d’immigrazione.

Per Hillary la Florida poteva essere un obiettivo facile; per Trump un sogno bello e impossibile; per entrambi l’ago della bilancia: la Florida ha certamente votato troppo presto per essere matematicamente decisiva, ma una vittoria di Trump lì avrebbe talmente sparigliato le carte da far presagire persino ciò che nessuno osava ipotizzare. E così, contro ogni pronostico, è stato. Dieci minuti prima delle cinque del mattino ora italiana Trump ha ufficialmente espugnato la Florida e il sogno ha cominciato a prendere corpo. Molti meno latinos del previsto hanno voltato le spalle a Trump nonostante i fortissimi dissapori, ma soprattutto molti, ma molti di più di loro hanno scelto di non votare Hillary, dunque semplicemente di non votare.

Sono bastati pochi altri minuti per decidere, di fatto, la partita. Le proiezioni di voto sui primi seggi scrutinati hanno confermato il trend inaugurato dalla Florida: Stati da tempo solidamente Democratici come il Wisconsin e il Michigan, ancora un volta Stati dalla forte presenza operaia e middle class, Stati per nulla considerati in bilico e cioè dati per certi alla Clinton, segnalavano il vantaggio di Trump, un vantaggio in aumento crescente come crescente era la forchetta che separava il candidato Repubblicano dalla rivale Democratica. Per Hillary è stato letteralmente l’inizio della fine, e il suo entourage lo ha capito perfettamente. Alla vigilia nessuno aveva scommesso su Trump vincente in Michigan, in quel Michigan che era uno dei pilastri del famoso firewall clintoniano.

Vincendo in Virginia, un altro Stato chiave, la Clinton ricuperava qualcosa, ma non bastava; anche perché Trump, pur perdendo, confermava il trend favorevole: sotto soltanto di circa 7mila voti e battuto soprattutto per la presenza a destra del candidato libertarian Gary Johnson. Arriva quindi il North Carolina e Trump conferma di avere il vento in poppa. Il vantaggio di Trump in Wisconsin e in Michigan cresce, e a quello si aggiunge un altro clamoroso vantaggio suggerito dalle proiezioni: quello in Pennsylvania, altro Stato che “avrebbe dovuto” votare Democratico. Il firewall di Hillary non c’è più.

Intanto il Partito Repubblicano si conferma in entrambe le Camere del Congresso: la Destra sta per fare filotto. Vincerà la Casa Bianca, il Congresso e la maggioranza dei governatori dei singoli Stati. Poi arriva la vittoria di Trump in Ohio, ennesimo Stato operaio, ennesimo Stato decisivo: il tycoon è virtualmente il nuovo inquilino della Casa Bianca. La conferma matematica arriva attorno alle 8,30 di stamane, ora italiana.

L’imprevedibile accade. Le Borse mondiali perdono; è fisiologico, effetto del gioco d’azzardo con cui alla vigilia gli speculatori hanno puntato tutto su quello che si è rivelato il cavallo sbagliato. La Clinton telefona a Trump e gli riconosce la vittoria. Il più sorpreso dal risultato inaspettato è proprio il magnate newyorkese, che pronuncia un discorso delle vittoria a braccio fuori dai protocolli.

Ringrazia tanti, tantissimi, per prima la rivale Hillary riconoscente per ciò che lei ha fatto per il Paese ma ora è acqua passata. Nomina tutta la famiglia, a partire dai genitori, defunti, e poi l’amico e collaboratore Rudolph Giuliani, e gli ex rivali di partito Ben Carson e Chris Christie, ma aggiunge anche una cosa molto importante in un discorso dai toni pacati, dagl’intenti distensivi, a tratti persino reaganiano. Aggiunge che vuole ricucire lo strappo con chi non lo ha sostenuto e che lui, dice, non biasima; sottolinea che cercherà il loro consiglio. Non parla alla Sinistra, parla alla Destra con cui ha avuto dissapori profondi. Finalmente ha indossato i panni dell’uomo di governo. A tratti è irriconoscibile.

Ecco, è da qui che comincia il dopo-Obama. In cerca della vittoria, Hillary ha mobilitato tutte le potenze di questo mondo. Trump ha avuto contro i poteri forti, Wall Street, l’FBI, il ministro della Giustizia, il presidente Barack Obama (mai nessun presidente uscente si è speso pubblicamente tanto per appoggiare un successore) e la sua intera Amministrazione, il jet-set, lo star-system, tutti i salotti buoni, le istituzioni europee e metà dei governi del Vecchio Mondo. Hillary ha insomma perso tutto, e con lei il Partito Democratico incapace d’interpretare la maggioranza degli statunitensi: sia coloro che hanno votato Trump, sia coloro che non l’hanno votato ma che non hanno votato nemmeno la Clinton. Per molti versi, il voto è stato anche un referendum sugli otto anni di Amministrazione Obama (visto l’impegno straordinario del presidente a favore del suo ex Segretario di Stato), Amministrazione Obama bocciata su tutta la linea.

Anche Trump non è stato votato da molti. È stato votato però obtorto collo da un numero di cittadini sufficiente a consegnargli la vittoria, anzi a staccare abbondantemente la Clinton. Questo risultato, sommato al successo al Congresso determinato dal voto di molti elettori Repubblicani non-trumpiani, dice forte e chiaro che chi ha vinto è l’anticlintonismo. Ha perso la Clinton e tutto ciò che ella rappresenta in termini di politiche sbagliate, linee moralmente inaccettabili, corruzione. Adesso il compito principale di Trump è riconquistare la fiducia di quella vasta parte di elettorato che ha votato per lui solo per sconfiggere la Clinton. Nei mesi scorsi ha siglato patti e assunto impegni importantissimi. Deve onorarli dimostrando di non essere un bluff, magari pure dandone segno visibile quando penserà a costruire, nelle prossime settimane, la squadra di governo. Il giorno della vittoria ha detto di volerlo fare e tutti si aspettano che mantenga la parola.

Per primo Trump sa bene che la stupefacente sorpresa dell’8 novembre, che nemmeno lui si aspettava, è dovuta a quegli americani che dicevano di non volerlo votato e che invece alla fine, nel segreto dell’urna, lo hanno evidentemente votato. Se l’ex imprenditore saprà modellare ad arte questo consenso insolito avrà modo e tempo per incidere significativamente sul Paese e bene. Per un paio di anni, prima delle elezioni di medio termine del 2018, potrà fare ciò che ha promesso senza opposizione: eliminare l’Obamacare, cambiare politica del lavoro, ridurre le tasse per le famiglie e le imprese, rilanciare l’economia tagliando la spesa pubblica, sterzare in politica estera, difendere la libertà religiosa con provvedimenti legislativi adeguati, proteggere la vita nascente con leggi migliori di quelle esistenti, fermare la follia di gender e nominare alla Corte Suprema un giudice che difenda la legge fondamentale del Paese senza inventarsi diritti inesistenti e prerogative marziane. Ha dalla sua l’intero Congresso degli Stati Uniti e quindi non ha né scuse né ostacoli.

di Marco Respinti

Fonte: http://www.lanuovabq.it



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