Tristezza di una firma

Il primo sentimento che mi ha preso vedendo la foto del sindaco Cosolini che firma la campagna per l’eutanasia è stato di tristezza. Nessuna considerazione politica ha preso il sopravvento in me; solo una sottile, ma grave, malinconia.

Il primo sentimento che mi ha preso vedendo la foto del sindaco Cosolini che firma la campagna per l’eutanasia è stato di tristezza. Nessuna considerazione politica ha preso il sopravvento in me; solo una sottile, ma grave, malinconia. Una caduta della speranza.

Io sono ancora di quelli che hanno una grande considerazione morale delle istituzioni pubbliche. Sento che sindaci e presidenti vari non sono lì solo per asfaltare le strade. Me li raffiguro come degli “animatori di comunità”. Persone che tengono su gli obiettivi, che rincuorano nei momenti di difficoltà che ogni comunità ogni tanto incontra sulla propria strada, che stanno davanti per tirare e, così, aiutarci a superare la malinconia civile. C’è la malinconia personale e quella i sindaci non ce la possono togliere: dipende dalle vicende, spesso molto dure, della nostra vita. Ma c’è anche la demoralizzazione civica, la malinconia di una cittadinanza che talvolta si avvita su se stessa, che non sa vedere il futuro e che avrebbe bisogno di spinte ideali. Ecco, nel mio immaginario, mi sono sempre detto che chi incarna le pubbliche istituzioni dovrebbe anche avere questa missione. So di essere un idealista, però nella storia passata di figure di questo genere ce ne sono state. Dopo la guerra, per esempio, molte città italiane hanno avuto dei sindaci di forte idealità che hanno saputo guidare spiritualmente, e non solo materialmente, la ripresa. Sono figure rimaste nella memoria non solo personale dei cittadini ma collettiva, della comunità stessa. In essi la società civile si era riconosciuta e ad essi si era unita perché da essi era stata unita.

Questo nostro momento non è molto diverso da questi altri momenti del passato in cui si son dovuti attraversare momenti difficili, di scoramento e disorientamento. Quando si mette le mani sulla vita umana, sia essa all’inizio sia essa alla fine, non si sa a cosa si vada poi incontro. E’ qui che ci vuole il coraggio di tener per fermi certi punti e indicare ai cittadini una speranza. A chi dovesse essere tanto disperato da chiederci di aiutarlo a morire, noi risponderemo con la vicinanza, la solidarietà, le cure, l’amicizia, la condivisione. E non c’entra niente l’accanimento terapeutico. C’entra la solidarietà umana davanti a ciò che non ci è disponibile.

Non si può evidentemente aver tutto nella vita. Però nulla vieta di sognare e sperare. Io sogno e spero che le nostre istituzioni siano incarnate da persone che sanno indicare alla comunità questi valori: la vita, la solidarietà, la vicinanza umana. L’autodeterminazione è una gran bella parola, ma in modo autodeterminato ci si può fare anche del male, si può fare un salto nel vuoto, ci si può buttar giù da un ponte. L’autodeterminazione ha bisogno del sostegno e del conforto altrui, altrimenti diventa grigio e disperato isolamento.

Mi sono venute in mente queste riflessioni quando ho visto la foto del sindaco Cosolini che firmava per l’eutanasia. Quella foto non ha suscitato in me subito un sentimento di contrasto, ma ha svegliato in me un bisogno. Il bisogno di guide che ci facciano uscire dalla tristezza e dalla malinconia.



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