Trieste festeggia Winckelmann

La nostra città, per chi la percorra con sguardo attento e passo tranquillo, mostra una lunga teoria di stupendi edifici neoclassici. Un evento in particolare lega strettamente Trieste al neoclassicismo: la presenza qui, sia pure per pochi giorni, del più illustre esponente di questa temperie artistica e culturale. Si tratta di Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), […]

La nostra città, per chi la percorra con sguardo attento e passo tranquillo, mostra una lunga teoria di stupendi edifici neoclassici. Un evento in particolare lega strettamente Trieste al neoclassicismo: la presenza qui, sia pure per pochi giorni, del più illustre esponente di questa temperie artistica e culturale. Si tratta di Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), di cui quest’anno ricorre il 300° della nascita, festeggiato dalla nostra città con una serie di incontri e di visite guidate sul Colle di San Giusto, nel Civico Museo di Storia ed Arte e nell’Orto Lapidario, a cura di Marzia Vidulli e Susanna Moser. L’evento si è articolato in cinque incontri nel corso del mese di agosto e ha illustrato il profilo umano, storico, artistico e culturale del grande storico dell’arte e archeologo tedesco (sul cartaceo parleremo più diffusamente della figura di Winckelmann e del neoclassicismo in prossimità del 300° della nascita dello storico dell’arte tedesco che cade il 9 dicembre 2017).
Nato a Stendal (Magdeburgo) nel 1717 da una famiglia povera e di umili origini, nonostante la scarsità dei mezzi riesce a frequentare l’università, prima presso Halle dove studia teologia, e poi presso Jena dove invece si occupa di medicina e matematica. Fin da giovanissimo nutre un profondo amore per l’arte, la letteratura e la cultura della Grecia antica che può approfondire sia in patria, come bibliotecario presso una famiglia nobile, sia a Roma dove si reca nel 1755. Qui studia direttamente gli scavi archeologici, tocca con mano le opere antiche e approfondisce le sue conoscenze, visitando ripetutamente gli scavi di Pompei e di Ercolano e facendo conoscere i templi dorici di Paestum. Le opere da lui più amate e studiate, elette a modelli del neoclassicismo, sono le statue di “Apollo pitico”, di “Antinoo” e il gruppo del “Laocoonte” custoditi nel Cortile del Belvedere.
Nel 1764 è nominato Sovrintendente alle Antichità. La sua presenza a Roma e i suoi scritti di storia dell’arte e estetica sono determinanti nella elaborazione teorica dei principi del neoclassicismo e nella diffusione del gusto e degli ideali ispirati al mondo antico. La sua fama e il suo prestigio crescono al punto da richiamare l’attenzione dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria che nel 1768 lo invita a Vienna per onorarne la fama e il sapere con il dono di alcune medaglie d’oro e d’argento. Ma lungo la strada del ritorno, Winckelmann fa una tappa a Trieste prima di riprendere il viaggio verso Roma: qui, la mattina dell’8 giugno 1768, il vicino di camera dell’albergo dove alloggia, lo pugnala a morte, forse per derubarlo delle preziose monete. Dopo sette ore di agonia, Winckelmann si spegne. Le sue spoglie riposano nella cripta della Confraternita del Santissimo Sacramento, presso il sagrato della Cattedrale di San Giusto di Trieste. Questa morte atroce e violenta ha qualcosa di paradossale e di ironicamente macabro: l’uomo che perseguì per tutta la vita l’ideale serafico e solenne della bellezza greca — da lui definita come equilibrio perfetto tra “nobile semplicità e quieta grandezza” —, venne precocemente e bruscamente travolto proprio da quelle forze brutali e irrazionali radicalmente contrarie e ferocemente nemiche del mito neoclassico della bellezza luminosa e composta.
Anche dopo la sua morte, il neoclassicismo continua a percorrere le strade dell’Europa occidentale. Spentosi l’entusiasmo per il trionfalismo monumentale del barocco e le leziose arditezze galanti del rococò, il mondo culturale ed artistico dell’Europa del XVII e XVIII secolo, stanco di tanti eccessi ed orpelli, volge il proprio interesse al mondo classico greco, con le sue forme armoniose, composte e fluenti e le sue levigate superfici. È un periodo, questo, di acceso entusiasmo per gli scavi archeologici — da Ercolano e Pompei ai più tardi scavi in Egitto all’epoca delle campagne napoleoniche — e di opere d’arte ricalcate con libertà e naturalezza sui modelli antichi, conosciuti sempre attraverso le copie di epoca romana. Le case degli aristocratici, dei sovrani, degli uomini di Chiesa e della ricca borghesia iniziano ad esibire collezioni imponenti di statue, mutile o intere, gipsoteche e raccolte di monete antiche. Anche il più piccolo reperto archeologico può diventare oggetto di culto da conservare con amore e accuratezza. Tra i nomi più noti degli artisti che fanno propri gli ideali del neoclassicismo troviamo: Jacques-Louis David, Jean-Auguste Dominique Ingres, Joseph-Marie Vien e Antonio Canova per le arti figurative; Giuseppe Parini, Vincenzo Monti e Ugo Foscolo per la letteratura italiana. In Germania gli ideali neoclassici si tinsero poco a poco di presagi romantici, come attesta l’opera di Goethe in cui i due mondi si incontrano e si confondono in una forma così unica e originale da non sopportare confronti o classificazioni. Goethe fu sempre e soltanto se stesso e niente nella sua produzione può essere ascritto con precisione ad un determinato ambito artistico e culturale, essendo la sua opera il frutto di un genio unico e capace di respirare l’atmosfera europea del tempo coniugandola con una visione universale ed eterna della vita e dell’uomo.
Ma a definire con accurata chiarezza i principi neoclassici in ambito estetico, è il Winckelmann che per primo ordina in una visione limpida gli ideali estetici propri a questa nuova stagione dell’uomo e della cultura. Ideali che celebrano la compostezza, la bellezza serena e olimpica, le levigate superfici dei corpi, i volti sempre distesi in una pace perfetta e in un perfetto dominio interiore, anche quando l’animo è agitato nel profondo da tempeste passionali o da tragedie spaventose, come accade ad esempio nel celebre gruppo statuario del “Laocoonte”. Come il mare è agitato sulle superfici ma quieto e silenzioso nei suoi fondali, scrive il Winckelmann, così l’uomo classico, sintesi perfetta di visibile e invisibile, finito e infinito, alto e nobile sentire e distacco solenne dalle pulsioni del caos, anche se agitato da tumulti interiori è sempre avvolto da una pace remota e inattaccabile, che traspare nelle superfici lisce e dolcemente modellate delle statue. L’uomo greco, per il neoclassicismo, è la realizzazione più alta dell’umano, tutto ciò che l’uomo potrebbe e dovrebbe essere, immerso nella bellezza della vita e della natura, padrone dei propri istinti e naturalmente inserito nel flusso ininterrotto delle forze originarie che creano lo spettacolo cangiante dell’esistenza. È un uomo che si sente bene a casa tra le cose del mondo, a suo agio ovunque, partecipe e insieme distaccato, luminoso di quel suo eterno sorriso che dice sì alla vita, con le sue gioie e i suoi drammi, i suoi sfolgorii ma anche le sue ombre.
Il neoclassicismo logicamente, come accade con tutte le correnti culturali ed artistiche, non si afferma all’improvviso, né rimane cristallizzato in un blocco unitario lungo l’intero arco della sua diffusione: esso convive a lungo con gli svolazzi del rococò e segue un’evoluzione, soprattutto ideologica, che vede l’entusiasmo puro delle prime prove trapassare poi nella interessata e vincolata volontà di propaganda della Rivoluzione francese e dei suoi ideali repubblicani filtrati attraverso la ripresa estetica dei miti eroici dell’antica Roma (esemplare “Il Giuramento degli Orazi” di David). Confluisce quindi nel regime napoleonico che condiziona, con il suo spirito di rappresentanza delle aspirazioni di conquista, dominio e gloria dell’Impero, tutta l’arte tra la fine del ‘700 e i primi anni dell”800, quando già si annunciavano i primi fremiti del romanticismo e andavano poco a poco tramontando gli ideali dell’illuminismo tedesco. L’arte neoclassica si irrigidì, divenne turgida e freddamente monumentale, cerimoniosa e trionfalistica, nutrita dagli ideali di propaganda allora imperanti. Ma ormai il romanticismo era alle porte, pronto a travolgere il culto della classicità con i venti impetuosi della passione e dell’irrazionale.
Sarà Nietzsche, in anni più tardi, a contestare dalle fondamenta la visione neoclassica dell’uomo greco con la sua celebre e originalissima opera “La nascita della tragedia”: accanto agli ideali di dominio di sé, di armonia distesa e di pacificazione interiore tradotti, in forme plastiche di suprema purezza e misura, dallo spirito apollineo — posto sotto l’egida del luminoso Apollo, dio greco del Sole — Nietzsche pone lo spirito dionisiaco, un’altra forza dominante nel mondo greco ed espressa dalla tragedia, di cui è nume tutelare e fonte di ispirazione Dioniso, il dio straniero dell’ebbrezza e del dissolvimento fermatosi nel corso delle sue danze sfrenate nelle plaghe della civilizzata Grecia. Il dionisiaco è l’altro volto del solare e radioso apollineo: è la lacerazione originaria in cui l’uomo greco visse e sperimentò l’intimo dramma della vita con le sue potenze oscure, i suoi demoni e i suoi istinti selvaggi. Se apollinea poteva essere la forma — come quella dei sogni o delle opere d’arte —, dionisiaca era invece l’acqua impetuosa e mortale del vivere con tutte le sue contraddizioni e i suoi gorghi che confluiva ribollente nel calco della forma. Le due forze furono intimamente connesse nel mondo greco, secondo Nietzsche.
Oggi l’arte è apollinea o dionisiaca? È più vicina allo spirito del rococò, gratuito ed efflorescente, o allo spirito del neoclassicismo, inaccessibile e luminoso nella sua perfezione umana e sovrumana ad un tempo? Forse il problema di una scelta non esiste neanche più, forse si ricorda poco o nulla di ciò che è stato e si inverte il processo, per cui si dipinge senza sapere, senza più quelle conoscenze tecniche e quelle esperienze che hanno fatto grande l’arte di un tempo, e solo dopo aver operato si abbozza confusamente qualche nuovo modello teorico che dice tutto e nulla. Il soggettivismo dilaga sulla tela o sulla pagina, il patto di comunicazione tra l’artista e il suo fruitore è spesso infranto, mentre l’arte di leggere l’arte va naufragando sempre più lontano. I maestri del passato seguivano un lungo percorso di formazione, di studio, di prove, di tentativi e di approfondimenti. L’arte era una vocazione e una scelta di vita, nei periodi più antichi perfino un’investitura sacra. Ora sacerdote, ora mago, l’artista dei primordi era ancora avvolto dalla luce abbagliante del mito di Orfeo. Questi accenni e riflessioni ai margini contano più di ogni etichetta e di ogni manifesto: che l’arte sia apollinea, dionisiaca, rococò, neoclassica, stilizzata e ornamentale oppure naturalistica e viva, sono lo studio, le meditazioni e la conoscenza a far sbocciare il sempre grezzo talento tra le rocce e i rovi dell’inesperienza. Festeggiare il 300° di Winckelmann, può essere occasione di una nuova riflessione sul senso e il valore dell’arte, figurativa o narrativa o poetica che sia, affinché si torni a parlare uno stesso linguaggio, fatto non solo di ideogrammi oscuri e intraducibili perfino a colui che li ha tracciati, ma di significati che appartengono a tutti, che illuminino l’uomo e lo guidino nel difficile viaggio delle vita. C’è fame e sete di senso e tocca anche all’artista dare il suo piccolo contributo, dispensando con la sua opera e il suo talento un po’ di cibo e di acqua a chi non trova più, in sé e nel proprio mondo quotidiano, le cose veramente necessarie.



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