Trieste: dopo la guerra dei bottoni, la guerra degli striscioni

Il sindaco Dipiazza doveva approvare prima il nuovo regolamento e poi far togliere lo striscione. Invece ha fatto il contrario.

All’origine della guerra degli striscioni che a Trieste ha contrapposto Comune e Regione e ha fatto scazzottare tra loro in aula i consiglieri comunali di destra e sinistra c’è stato un errore di metodo politico.

La maggioranza in Consiglio comunale doveva prima proporre un nuovo regolamento per gli striscioni comunali e poi, in base al regolamento approvato, deliberare di togliere lo striscione Regeni. Invece ha fatto il contrario, favorendo la tesi della strumentalizzazione politica sostenuta subito dalla sinistra, la quale, a sua volta, con quello striscione aveva senz’altro strumentalizzato la questione Regeni, cosa ben più grossa e complicata di quanto non dicesse lo striscione stesso.

La nuova Giunta ha fretta di colpire qualche simbolo della passata amministrazione, per rendere palpabile alla gente il cambiamento. Anche l’ordinanza sui senza-fissa-dimora aveva probabilmente questo scopo. Impossibile pensare che quello fosse il problema prioritario in città. La cosa è comprensibile: il nuovo arrivato di solito cerca di far cogliere immediatamente la differenza. Però ciò dovrebbe essere corretto dalla prudenza politica, perché così facendo si rischia di dare carte buone in mano agli avversari. La precipitosità e la voglia di marcare il territorio dopo la sua riconquista sono tentazioni comprensibili, ma vanno pensate e gestite politicamente, aspettando con freddezza le modalità opportune e i tempi necessari.

Ed infatti la Serracchiani ha preso subito la palla al balzo: ha appeso lei un nuovo striscione sul davanzale del Palazzo della Regione prospicente il mare e con ogni probabilità avrà fatto qualche telefonata alla RAI. Da qui il solito copione: il TG1 ne parla in prima serata e vengono radunati gruppi di ragazzotti per dimostrare in piazza Unità. Il boccone è facile e ghiotto: chi si azzarda a sostenere di non volere la verità su Giulio Regeni? La Serracchiani è riuscita a far pensare questo: la giunta triestina non vuole la verità sul caso Regeni.

A ciò si aggiunge Amnesty International, l’associazione che nella mente dei più passa per la Difesa ad oltranza dei diritti umani. Quando si evoca questo nome è come evocare un oracolo divino, pressappoco come citare Emergency di Gino Strada. Amnesty International promuove l’aborto in tutto il mondo e la sterilizzazione forzata delle donne povere a loro insaputa, collabora a tutti i progetti neo-malthusiani delle agenzie internazionali, ma per la gente è la Suprema Tutrice dei diritti umani. Togliere il manifesto Regeni è stato come contrapporsi ad Amnesty International, al giorno d’oggi Poco meno di un reato di lesa maestà.

Tutto ciò non sarebbe avvenuto se, come ripeto, prima si fosse approvato il nuovo regolamento e poi, in virtù di quelle disposizioni, si fosse proceduto. Prima è sempre meglio fissare le nuove regole, che hanno carattere generale, per poi agire con le spalle coperte. Anche per essere scalpitanti ci vuole un metodo



3 commenti su “Trieste: dopo la guerra dei bottoni, la guerra degli striscioni

  1. Mario ha detto:

    Nella precedente entrata in carica della Giunta Cosolini questa tolse immediatamente il poster sui Marò. Detto poster era stato appeso da appena due mesi(dati da verificare).
    L’attuale Giunta Dipiazza a tolto il poster Regeni, che era appeso da oltre 8 mesi.
    Nessuno doveva e dovrebbe appendere striscioni e/o poster sui Palazzi Pubblici se non per pubblicizzare iniziative pro Trieste.
    Seguendo questo indirizzo pubblicitario nulla creerebbe degli scontri a fini politici.

  2. miro kosic ha detto:

    le istituzioni si servono, i partiti ci servono. quando si confondono i ruoli sucedono psastrocchi. vk

  3. Molly ha detto:

    L’articolo tralascia tutta la pesantissima parte umana della vicenda. Si omette il fatto che Regeni fosse nato proprio a Trieste e vi avesse frequentato le scuole. Le modalità con le quali è stato toltolto quello striscione hanno offeso la memoria di un giovane ucciso, ma soprattutto hanno colpito una famiglia che, prima di tutte le strumentalizzazioni politiche, è stata trafitta dal dolore più grande al mondo: la perdita di un figlio. Avere presente questo Dolore fa parte di ciò che ci rende Umani, prima ancora che cristiani. Stupisce e stupisce che proprio un giornale cattolico trattando la vicenda non faccia parola di questo, e si concentri esclusivamente sulle strumentalizzazioni avvenute, per denigrare una volta di più determinate parti politiche. Ma forse si parla dei cosiddetti “valori (non negoziabili)” solo quando fa comodo.

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