Tra la Grande Guerra e l’Ottantanove

Due sono stati questa volta gli eventi degni di nota della settimana mitteleuropea: anzitutto l’omaggio ai caduti nella battaglia di Verdun – simbolo dell’insensatezza folle della Prima Guerra Mondiale, che scoppiò esattamente un secolo fa – e quindi le celebrazioni per i venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino in Germania. A Verdun è […]

Due sono stati questa volta gli eventi degni di nota della settimana mitteleuropea: anzitutto l’omaggio ai caduti nella battaglia di Verdun – simbolo dell’insensatezza folle della Prima Guerra Mondiale, che scoppiò esattamente un secolo fa – e quindi le celebrazioni per i venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino in Germania. A Verdun è andata una delegazione di vescovi della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) e del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), mentre a Berlino si è svolto un convegno di due-giorni organizzato direttamente dalla Conferenza Episcopale Tedesca. Dei due grandi anniversari abbiamo già parlato in questa rubrica e speravamo che quest’anno portasse – anche all’interno della comunità cristiana – delle altre occasioni pubbliche di riflessione e di ricordo. Beh, dobbiamo ammettere che ci siamo sbagliati di grosso. A giudicare da quanto si è visto in giro sembra che la Grande Guerra (1914-1918) e la fine della Guerra Fredda (1945-1989) non dicano più molto ai cristiani e forse neanche agli uomini di buona volontà di oggi. Certo, nei luoghi maggiormente coinvolti da queste tragedie del Novecento (appunto Verdun, Berlino ma anche altri) ci sono state rievocazioni ufficiali e anche solenni ma altrove abbiamo osservato una certa indifferenza generalizzata. Questo atteggiamento peraltro non è affatto nuovo e a suo modo indica – ci pare – un inquietante smarrimento diffuso della dimensione della memoria in quanto tale. Per molti oramai nell’opinione pubblica – e ancor di più per i nati dopo l’Ottantanove, che oggi peraltro votano – il Novecento viene percepito non come un fatto di ieri ma come preistoria. Sembra che nulla ci leghi più a quel mondo. Il fatto che lo scoppio (prima ancora che la sua fine!) della Prima Guerra Mondiale provocò una crisi epocale di dimensioni drammatiche nella cultura europea che oggi ancora paghiamo ci sembra un dato come un altro, d’importanza relativa o marginale. In ogni caso tra quel mondo e il nostro attuale sentiamo sempre di più come uno iato inconciliabile. E analogamente accade con la caduta del Muro. Era appena ieri e molti di noi lo ricordano bene perché quando accadde sembrò veramente un miracolo, eppure chi non ha vissuto quell’epoca fa sempre più fatica a comprendere l’unicità di quell’evento. Che il centro dell’Europa potesse essere diviso da un muro chilometrico che non poteva essere attraversato da nessuno – e davanti, o sotto al quale, molte persone morirono – appare oggi una storia da film d’altri tempi. Tempi in cui la tv a colori era rara e i telefonini non esistevano. Figuriamoci internet. In poco più di vent’anni la percezione del nostro presente e anche della nostra storia più recente è invece mutata radicalmente.

Qui resta obiettivamente verissima l’osservazione che i decenni post-1945 e ancor di più post-1989 per la nostra percezione di spettatori contemporanei valgono quanto un secolo. I cambiamenti di costume, modi di vita e mentalità degli ultimi venti, trenta o quarant’anni solamente, sono stati sconvolgenti a livello sociale: passaggi che un tempo venivano consumati nell’arco di un secolo o quasi sono stati in effetti completati e digeriti in pochi anni. Che neanche trent’anni fa molte persone in Germania Est non avessero l’automobile, per esempio, ci pare inimmaginabile. Inimmaginabile proprio nel senso che non riusciamo a immaginarcelo, non nel senso che ci proviamo e ‘sentiamo’ un po’ di quella miseria. Per questo facciamo tanta fatica a trasmettere a nostra volta queste esperienze ai giovanissimi oggi sui banchi di scuola. La civiltà dell’immagine multicolor h-24 fa sempre più fatica a stare davanti al bianco e nero o al grigio. Invece la realtà era proprio quella. E, per esempio, non si capisce nulla del pontificato di Giovanni Paolo se non si capisce preliminarmente l’ambiente dov’era nato e cresciuto. Ma tutto questo non vale naturalmente solo per Giovanni Paolo II, vale anche per la storia della Chiesa. Ogni volta che la comunità cristiana smarrisce il senso della propria storia e della propria memoria è segno che qualcosa d’importante si è rotto nella trasmissione dell’identità collettiva di popolo di Dio. E allora può accadere veramente di tutto: che il presente giudichi l’eterno, che la democrazia multimediale giudichi il Decalogo, che la verità venga messa ai voti dei presenti come un qualsiasi emendamento. Per evitare tutto questo, al di fuori di ogni demagogia, c’è un solo antidoto: continuare a parlarne, a scriverne e a discuterne il più possibile. Della Grande Guerra, dell’Ottantanove e del Novecento in generale, che non è stato affatto un ‘secolo breve,’ ma un secolo tra i più lunghi e complessi di sempre che ha visto tre guerre mondiali (se consideriamo anche la ‘Guerra Fredda’), svariati conflitti civili e contro la religione, numerose ideologie politiche, un numero spaventoso di morti ammazzati che supera tutti gli altri secoli precedenti messi insieme. E, da mitteleuropei, anche l’esplosione della crisi culturale più avanzata di un mondo antico di lingue, tradizioni ed etnie che per molto tempo erano riuscite invece a convivere pacificamente e in reciproco ascolto. No, no è stato un secolo breve e non ha esaurito affatto i suoi insegnamenti. Sempre che qualcuno voglia ascoltarli, s’intende: perché il cammino esigente della conoscenza del passato è spesso faticoso, il più delle volte intriso di grigi, chiaroscuri e sfumature, e comunque mai a costo zero. Ergo, dubitare delle svendite a buon mercato, per favore.



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