Televisione e Mitteleuropa

Mai come in questo periodo, forse, il tempo liturgico celebrato dalla Chiesa va di pari passo – per così dire – con il termometro morale e spirituale delle nostre società centro-europee. E’ straordinariamente diffusa infatti l’impressione di trovarsi a un passaggio critico epocale in cui, come non accadeva da tempo immemorabile, le considerazioni negative, o […]

Mai come in questo periodo, forse, il tempo liturgico celebrato dalla Chiesa va di pari passo – per così dire – con il termometro morale e spirituale delle nostre società centro-europee. E’ straordinariamente diffusa infatti l’impressione di trovarsi a un passaggio critico epocale in cui, come non accadeva da tempo immemorabile, le considerazioni negative, o pessimistiche, superano di gran lunga quelle speranzose. Se è vero, come non manchiamo di osservare periodicamente, che molte cose vanno meglio che da noi, è in effetti pure vero che i processi di accelerazione della secolarizzazione non risparmiano nessuno nemmeno sulle sponde del Danubio. Una semplice occhiata alla televisione, da questo punto vista, appare quanto mai istruttiva. E’ sorprendente come trasmissioni e programmi vari siano la traduzione letterale, o quasi, ad esempio, di quelli che vanno in onda sulle nostre frequenze nazionali. Si tratta dei cosiddetti ‘format’ globali di tendenza per cui, a parte la lingua locale, per il resto i contenuti e le idee di fondo sono gli stessi, un po’ come per le pubblicità commerciali più diffuse insomma, dove i motivetti del marketing restano precisamente gli stessi, che tu sia al Nord del Reno o al Sud delle Dolomiti. Interi mondi come l’abbigliamento e la moda in generale, la musica e l’intrattenimento sono ormai egemonizzati a senso unico con identici messaggi dove non solo Cristo non c’è – figuriamoci – ma sembra che la fantasia umana stia dando il meglio, o il peggio sarebbe meglio dire, per fare sì che nessuno possa neanche lontanamente avvicinarcisi. E quando diciamo Cristo non facciamo riferimento solo ‘catechisticamente’ alla seconda persona della Santissima Trinità ma proprio alle domande ultime sulle origini, il senso e il fine della vita che dovrebbero essere poi la porta d’ingresso a ogni discorso previo sulla Rivelazione. Dalla classe politica, a parte qualche eccezione, è scomparso quasi del tutto il linguaggio filosofico che in passato garantiva, almeno in parte, un ancoraggio con il piano trascendente e la cultura pubblica di riferimento sui principali mass-media si esprime continuamente sull’onda dell’emotivismo o del sentimentalismo coltivando il primato assoluto del ‘secondo me’ e celebrando allegramente il disimpegno come regola di vita.

Soprattutto, è impressionante come si sia abbassato il livello di qualità della proposta informativa in genere dove un tempo gli approfondimenti erano invece piuttosto dettagliati e di spessore. La partigianeria ideologica unilaterale nella conduzione di certi programmi e persino nei palinsesti a volte sfiora semplicemente la provocazione ed è quantomeno stupefacente che tutto questo avvenga nell’epoca del multiculturalismo globale cantato a ogni piè sospinto. Certi temi, come si diceva una volta, sono sempre ‘in’, mentre altri sono irrimediabilmente ‘out’. E tu rassegnato davanti la tv a chiederti: ma chi l’ha deciso? Boh, ma è così e basta. L’uso strumentale dell’agenda politica, poi, è così ricorrente che ci si abitua quasi a considerarlo ‘naturale’: tipo i dibattiti cinque contro uno con il conduttore e il pubblico in studio dalla parte dei cinque. L’idea di base è  che se quella è la proporzione delle parti nello studio del canale televisivo sarà così per forza anche nella società. Che si parli di morale o di costume, il ritornello è sempre lo stesso: per chi sta dall’altra parte dello schermo in pratica una vera Quaresima, e non è uno scherzo. Qualcuno dirà: beh, spegni la televisione allora e fai un’altra cosa. E’ pur sempre un soluzione, certo, e quando si può si fa anche. Ma considerato l’impatto che la televisione ha sull’opinione pubblica oggi, è come rinunciare a svolgere una presenza pubblica abbandonando le ultime residuali posizioni rimaste. Come rinunciare a entrare in libreria perché tanto l’offerta disponibile, dalla vetrina agli scaffali interni, è tutta relativismo e nichilismo a più non posso. Che fare? Paolo VI una volta disse – con quelle sue tipiche osservazioni brevi che nascondevano una densità concettuale non comune – che la rottura, o meglio il divorzio, tra l’etica del Vangelo e la cultura popolare era il vero dramma della nostra epoca. Il passo, significativamente, sarà poi ripreso anche nel testo dell’Evangelii nuntiandi. Chissà se lo disse pensando anche alla storia mitteleuropea che allora era ancora attraversata in pieno dai conflitti della Guerra Fredda. In ogni caso, oggi, a maggior ragione, troviamo che dovrebbero interessarsene seriamente soprattutto le classi dirigenti dell’Est che in alcune aree – se non altro per motivi elettorali, di rappresentanza diretta del corpo sociale – sono ancora in tempo per invertire la rotta. Se poi magari guardassero un po’ alla nostra storia nazionale recente e a qualcuna delle letture più lucidamente argomentate in campo cattolico potrebbero persino trarre qualche lezione. Tutt’altro che secondaria, e da non dimenticare: dice qualcosa ad esempio il nome di Augusto Del Noce?



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